martes, 4 de junio de 2013

Trentasettesima tappa: Arzúa - Santiago de Compostela (40 chilometri)

Era da giorni che non mi svegliavo così felice. Non posso spiegare con precisione la sensazione senza correre il rischio di sembrare un coglione. Perché era quella la faccia che avevo quando mi sono alzato, con un sorrisino stupidello. Dormire è stata una benedizione, mentre altre volte facevo fatica a causa della fatica. I dolori c’erano e come, come sempre da Canfranc, ma non li notavo. Ricordo ancora i primi giorni di pellegrinaggio, quando pensavo se non stessi impazzendo al fare tanti chilometri, quando le vesciche sgorgavano dai miei piedi e i crampi sulla zona cervicale, causati dal peso dello zaino, mi facevano vedere le stelle. Adesso invece ero come una lumaca. Camminavo piano ma sicuro, la maggior parte delle vesciche erano scomparse e non potevo andare da nessuna parte senza il mio zaino. E quando me ne liberavo, mi mancava. Sì, ero pronto ad arrivare a Santiago. Ecco perché sorridevo.

La tappa di oggi era dura, ma non mi preoccupava molto. Anche se dovevo entrare a Santiago di notte e trascinando una gamba, la mia decisione era presentare i miei ossequi alla memoria dell’Apostolo e di tutti quelli che hanno fatto il Cammino prima di me, e poi buttarmi nella piazza dell’Obradoiro per godermi il momento. Sono sceso a fare colazione e, dopo essermi preparato lo zaino per l’ultima volta, mi sono incamminato verso la capitale della Galizia, città dalla quale mi separano ancora quaranta chilometri. Il tragitto verso Santiago non ha un dislivello eccessivo e i primi chilometri li ho fatti a buon ritmo. Anche se ho voglia di arrivare alla meta, non posso negare che mi mancherà tutto questo. La sensazione di essere libero, di non avere orari, del fatto che la tua unica preoccupazione è cosa mangiare e dove dormire. Senza dubbio è una delle principali fonti di dipendenza del Cammino, il darti l’opportunità di fare una lunga sosta nella tua routine e, in un contesto incomparabile e circondato da gente con cui hai più cose in comune di quelle che puoi immaginare, guardare la realtà con una certa prospettiva e fare un bilancio della tua vita. Senza dubbio mi ha fatto molto bene.


Percorrendo questo sentiero ho pensato molto alla gente della mia generazione e a quella seguente. Scrivendo questo diario mi sono ricordato spesso delle mie sorelle minori, che entrano ora nel mondo del lavoro o che stanno per finire i loro studi universitari. Nella situazione che ereditano, nelle difficoltà che troveranno o che già trovano per ottenere un lavoro o conservarlo dopo tutti gli sforzi e i sacrifici fatti. Perché queste difficoltà influenzano anche me, ma io ho già un’esperienza e una carriera, soprattutto all’estero, che mi da più libertà di manovra. O almeno così credo. Ho pensato a loro e a tutti i messaggi negativi che ricevono a causa della maledetta crisi. Non pretendo essere l’esempio di niente, ma con queste righe, raccontando gli eventi dei miei inizi professionali, ho cercato di mandargli un messaggio di coraggio, che fa lo stesso cosa dicano e pensino gli altri, o come vadano male le cose, la cosa importante è ciò a cui crediamo noi e verso dove vogliamo dirigere i nostri passi. E che con “tempo, lavoro e costanza” –come diceva Oscar-, riusciremo a farcela. Forse che i nostri nonni non sono sopravvissuti a una guerra fratricida che li lasciò nella miseria più assoluta? Quella sì che era una crisi, e non ce la ricordiamo. Io non credo che la gioventù spagnola sia in crisi, come può essere se hanno tutta la vita davanti e l’energia per cambiare il destino? La crisi ce l’hanno gli altri, quelli che ci governano, quelli che ci hanno messo in questa situazione, quelli che hanno rotto il sacco con la loro avarizia, quelli che continuano a dire che il “Cammino” è questo e che la crisi non è altro che un po’ di nuvoloni passeggeri. Sono loro quelli che stanno in crisi, e grave per di più. E per molto che si afferrino alle loro convinzioni, dovremo dirgli chiaramente che non possono essere la soluzione perché loro fanno parte del problema.

Spero anche che queste linee siano servite a dare una prospettiva diversa a certi amici e compagni, non molto contenti con il loro lavoro in vari settori, e a mostrargli che un’altra realtà lavorativa è possibile, come quella che ho avuto la fortuna di vivere. Parlo di gente giovane che soffre le virtù di quella leadership così spagnola del “tu fai questo e lo fai così perché lo dico io”, e che vanno in ufficio tutti i giorni amareggiati aspettando di vedere da dove esce oggi il capo di turno. Riconoscendo che questo è il pedaggio che c’è da pagare oggi per avere un lavoro, che bisogna mangiare merda per un po’ di anni e poi le cose andranno meglio. Credo che con quest’atteggiamento le cose non migliorino, perché ci sarà sempre qualcuno al di sopra di te che si approfitterà della tua docilità per garantirti che continuerai a mangiare merda. E se quello è il sistema che hai vissuto fin dagli inizi, sarà difficile che ne applicherai un altro con quelli che verranno dopo di te, perché arriverai alla conclusione che così va bene. Ed è proprio ciò che ho dovuto sentire in Spagna da gente teoricamente molto preparata e laureati nelle migliori scuole del paese: che una delle qualità che deve avere un buon dirigente è saper inspirare timore ai suoi subordinati affinché questi rendano. Che con una certa dose di paura si lavora meglio. Quante cazzate si devono sentire… La mia esperienza mi ha insegnato che le cose non devono essere per forza così. Ho parlato sopra di Gavin, ed ho avuto la fortuna di contare su di altri che sempre, prima di essere dei capi, sono state persone e mi insegnarono questi valori: Vicente, Alfonso, il Capitan Pareja, Usama, Paul. Malgrado la cattiva fama di cui gode il settore, le persone più oneste e onorate le ho conosciute lavorando in banca, e molte di loro nella City di Londra. Autentici cavalieri inglesi in un luogo in cui ci vendono che abitano solo insaziabili squali. Il problema sorge quando le organizzazioni mettono il beneficio prima delle persone, e premiano quello che genera più guadagni, oltre a chi non discute la “politica aziendale”, senza pensare troppo ai metodi che usa. E premiare quel profilo professionale è come mettersi a fumare in un distributore di benzina. Penso che già ne stiamo soffrendo le conseguenze…

 

Sono vissuto e ho lavorato per otto anni all’estero e nessuno mi ha mai trattato in modo irrispettoso nella mia professione. Ho fatto male alcune cose, certo, e mi hanno corretto con tutta la fermezza che meritava il mio errore, ma sempre con la massima educazione. In Spagna, in non poche occasioni, le cose sono diverse. C’è una cultura aziendale piuttosto estesa nel nostro paese, ereditata da tempi antichi, che dovremmo cambiare se vogliamo andare per il mondo e farci prendere in considerazione. Perché oggi la regoletta de “la furia, i coglioni e alzare la voce” non la vuole nessuno, e la Spagna non può essere ancora un’autarchia governata dai soliti quattro mafiosi. Magari la crisi creasse l’ambiente affinché molti giovani trovino le condizioni e gli appoggi necessari per creare nuove aziende nelle quali instaurare una nuova filosofia, invece di aspettare che lo Stato ci risolva i nostri problemi con un lavoro pubblico o con sovvenzioni varie. Una nuova filosofia nella quale ti senta parte di un progetto, nella quale non ci siano invidie tra colleghi, nella quale cercassimo di imparare qualcosa dal più bravo invece di desiderare il suo fallimento, nella quale si premiasse lo spirito di superazione, nella quale il tuo capo ti mostrasse senza paura come toglierlo dalla sedia e che capisse che lui brilla perché anche tu lo fai, e che perciò è il tuo capo, che è teoricamente lì per propri meriti, e non per il fatto di essere l’amico o il figlio di qualcuno. Allora le cose inizierebbero a cambiare, e la gente che ha voglia di fare cose, ma di farle in un altro modo, non si vedrebbe obbligata a emigrare, e quelli che se ne dovrebbero andare a lavare i piatti in giro per il mondo sarebbero gli incompetenti che ci spingono ad andarcene, perché ci sarà utile l’esperienza. E in questo tipo di equilibrio, nel quale restano quelli vogliano lottare per un futuro diverso, la Spagna sarebbe un paese meno mediocre di ciò che è oggigiorno. O così la penso io, che magari a volte esagero come utopista…

Dopo quindici chilometri sono arrivato a un paese chiamato Salceda, e lì ho deciso di fermarmi per mangiare un po’ e bere qualcosa. Ruta la lituana mi aveva consigliato con un messaggio di visitare “A Casa Verde”, un bar molto peculiare gestito da una certa Sonia, che dovevo salutare da parte sua. Quando sono entrato il bar era piuttosto tranquillo, e non sembrava avere niente di speciale tranne un sacco di disegni e frasi scritte da pellegrini sui muri e fotografie attaccate. Tra tutte quelle frasi ne ho trovata una che mi è piaciuta molto: “Vivi senza rompere il cazzo, che ne abbiamo già abbastanza”. Al bancone c’erano una donna giovane, che forse era Sonia, e un ragazzo sui vent’anni che poi ho saputo essere il suo figliastro. Dalla cucina è uscito un cuoco di quelli che ispirano fiducia insieme a una signora cicciotta con due belle guancione rosse, e ho deciso di mangiare lì. Ho chiesto una torta rustica della casa e una Coca-Cola, me l’hanno portata subito ed è finita prima di una caramella all’entrata di una scuola. Mi sono rivolto a Sonia e le ho detto che la saluta una ragazza lituana che è stata nel bar due giorni fa. Gliel’ho descritta e si è illuminata tutta, mi ha detto che si ricordava di lei. Mi ha proposto di brindare alla sua salute con un bicchierino di un liquore di caffè casalingo fatto da loro, e anche se non mi sembrava logico iniziare a bere a mezzogiorno con i venticinque chilometri che dovevo ancora fare, ho pensato che un goccetto non mi avrebbe fatto male. Uno no, ma la mezza bottiglia che mi sono fatto sì che mi ha fatto male. Dopo il primo bicchierino è arrivato il secondo, poi il terzo, la musica, i balli con la gente che arrivava, più bicchierini, l’ola improvvisata al bancone, il figliastro di Sonia che cercava di reggere il cuoco… Quasi non ne esco. Sinia mi ha detto che non ero il primo a entrare per un pezzo di torta rustica e che si ferma una settimana. L’ho ringraziata molto per i momenti divertenti ma le ho detto che l’arrivo a Santiago non poteva più aspettare e che dovevo proseguire. A Casa Verde, quello si che è un posto magico. Grazie Sonia & Company!

 

Erano le due del pomeriggio quando ho lasciato Salceda un po’ brillo, e sotto il solleone. Dopo un mese di pioggia, grandine, neve, vento e temperature moderate, proprio adesso arrivava il giorno più caldo di tutto il pellegrinaggio. Mi sono comprato un bottiglione d’acqua da bere lungo la strada, per non disidratarmi e per non perdere tempo. Un’ora dopo mi sono fermato a Santa Irene e mi sono seduto a riposare in una trattoria con le pareti piene di sciarpe di squadre di calcio. Quel pezzo tra le due e le tre del pomeriggio sotto il sole e gli effetti del liquore è stato devastante. Dopo mezz’ora di riposo me ne sono andato e tre chilometri dopo sono arrivato a O Pedrouzo, ipotetico finale di tappa che suggeriscono le guide se si vuole arrivare a Santiago in due parti. A O Pedrouzo ho comprato un’altra bottiglia d’acqua e ho fatto solo un giretto.

I chilometri successivi sono passati in mezzo ai boschi galiziani e sono stati piacevoli. Gli alberi mi hanno protetto dal calore forte e, a quell’ora, dopo quella sudata e ben idratato grazie ai tre litri d’acqua che ho bevuto, ho superato la sbronza sperimentata dopo A Casa Verde. Ho ricevuto un messaggio di Tim, del Kansas, in cui mi diceva che stava con Michael e che mi aspettavano a cena. Mi ha detto anche che Eva e suo padre purtroppo hanno già lasciato Santiago, ma che almeno hanno finito il Cammino insieme e che sembravano molto contenti. Mi ha fatto piacere sapere che la californiana e Dave hanno smussato il loro disaccordo e hanno finito insieme il pellegrinaggio.

Queste notizie e il vedermi virtualmente arrivare alla meta hanno accresciuto il mio buon umore. Ho pensato che il Cammino starà sempre con me e che dopo l’arrivo Santiago occuperà un luogo privilegiato nei miei ricordi. In realtà questo pellegrinaggio ha superato le iniziative iniziali. Mia madre e mia nonna penseranno che mi manca innamorarmi, trovare un merlo bianco come dice mia nonna, ma insomma, queste cose alla mia età sono già complicate. E credo che mia nonna la pensi allo stesso modo. Le ultime volte che ci siamo visti mi è parso che ha gettato la spugna, che mi considera un caso perso. In una delle mie ultime riunioni familiari ha voluto parlare da sola con me. Le ho detto che l’ascoltavo e lei, come se fosse un luogotenente di Al Capone, mi sussurrò: “Qui no, andiamo in cucina”. L’ho seguita incuriosito e una volta arrivati accanto ai fornelli, mi disse: “Ti ho trovato qualcosa in paese, figlia unica e con due appartamenti a Saragozza. Sai cosa significa, no? EREDITIERA! Quindi svegliati prima che qualcun altro te la porti via”. La mia reazione non è stata quella di uno convinto dalla proposta, perché mia nonna aggiunse: “Figlio mio, non diventare uno di quei tipi sui quaranta che stanno da soli, per favore”.

 

Le mie aspettative prima di fare il Cammino si limitavano ad essere capace di superare la sfida, compiere un desiderio che avevo da tempo e avere qualche settimana per pensare con un po’ di prospettiva ai miei ultimi anni e a come affrontare i seguenti. Ho ottenuto tutto ciò e molte altre cose. Questo viaggio mi ha rinforzato nella convinzione che la vita è un Camino con due momenti prestabiliti che non scegliamo: la vita e la morte. Ciò che possiamo scegliere è ciò che facciamo in mezzo. Non direi che fare il Cammino mi abbia aiutato a capire perché il mio amico Alberto ci ha lasciati, né a recuperare la poca fede che avevo, ma mi ha aiutato ad accettarlo e a capire che le persone se ne vanno ma il ricordo resta. Con il loro esempio si può stare accanto alla gente che ne ha bisogno, e con quel pellegrinaggio di tanti anni fa Alberto stava seguendo l’esempio di una persona chiamata Gesù Cristo, che molti secoli prima aveva predicato la stessa cosa. Per me questa è l’essenza del Cammino: smetterla di pensare a noi stessi e iniziare a pensare agli altri. Altrimenti è meglio uscire di casa e fare ottocento chilometri senza una destinazione fissa. La maggior parte della gente che affronta quest’avventura ha bisogno di ritrovarsi con gli altri, di condividere paure, entusiasmo e speranze, e per me è questo che rende grande il Cammino. E se quest’Europa che si spezza la smettessi di pensare solo a se stessa e tornasse alle sue radici, all’Europa dei popoli, delle persone, e non degli interessi economici, forse la storia cambierebbe.

L’arrivo al perimetro dell’aeroporto di Santiago mi è costato molto. Sembrava che non arrivasse mai. Inoltre credevo che niente mi potesse fermare, ma il Cammino ha voluto darmi un’ultima lezione di umiltà sotto la forma di un paio di fastidiose vesciche, una in ogni piede, che mi hanno fatto soffrire come Caino. Ho attraversato un bosco parallelo alle piste dell’aeroporto e poi ho preso una strada che passa davanti alla TV galiziana e la delegazione locale della televisione nazionale. Pensavo di essere già sul Monte do Gozo ma questo non arrivava mai. Mi entusiasmava l’idea di arrivare lì perché pensavo che si potessero vedere le torri della Cattedrale di Santiago, la meta dopo tanti chilometri. Sono arrivato al Monte do Gozo e la delusione è stata totale. Da lì non si vedeva niente. Quello che restava era tappato da una fila d’alberi che a qualche genio è venuto in mente di piantare sulla linea panoramica del centro di Santiago. È difficile spiegare cosa ho provato in quel momento. Immagino che la stanchezza, la disidratazione e la mezza bottiglia di liquore al caffè hanno fatto la loro parte, ma la delusione è stata assoluta. Avevo immaginato tante volte questo momento, l’arrivare al Monte do Gozo e vedere da lontano la Cattedrale, sedermi per ripassare mentalmente tutto il viaggio, tappa per tappa, prima di scendere alla Piazza dell’Obradoiro e finire il viaggio. Non potevo credere che l’unica cosa che si vedeva erano palazzi e alberi. Era la stessa sensazione che avevo provato arrivando in città come Logroño, Burgos o León, e pensavo che Santiago sarebbe stata diversa, speciale, un’immagine che avrei conservato per sempre. Ma non è stato così e il mio abbattimento è stato totale.

Ho comprato un paio di bottigliette d’acqua e mi sono seduto su una delle scalinate che scendono in città e che lasciano sulla destra l’autostrada. Non era proprio così che avevo immaginato l’ingresso a Santiago. Mi sono tolto le scarpe e i calzini per far respirare un po’ le vesciche. Ho cercato nello zaino la maglietta di Bud Spencer, uno dei miei idoli infantili, che ho comprato due anni fa e che non ho mai potuto indossare a causa del mio sovrappeso. Adesso era il momento di verificare se avevo perso qualche chilo, e senza la presenza scomoda della bilancia. La maglietta è entrata ed ha migliorato un po’ il mio umore. Mi sono annodato il fazzoletto saragozzano con il disegno del Pilar e mi sono messo la txapela ereditata dal nonno Andrés. Mi sono rimesso le scarpe e lo zaino per l’ultima volta, prima di affrontare gli ultimi quattro chilometri che mancavano fino alla Piazza dell’Obradoiro. Ho attraversato il quartiere di San Marcos e le strade dei dintorni della città, dove la gente approfittava del buon tempo per passare il pomeriggio al bar. Poco a poco sono entrato nel centro storico e il mio umore è migliorato quando ho incrociato altri pellegrini e turisti che mi incoraggiavano al vedermi arrivare, soprattutto vedendo che ora era (quasi le nove di sera).

Arrivato a Piazza dell’Immacolata e al Palazzo Arcivescovile il rumore dei gabbiani mi ha fatto alzare lo sguardo e per la prima volta ho visto le torri della Cattedrale. Mi aspettavo di vederle molto prima, ma non posso negare che mi ha fatto molto piacere contemplarle mentre sfidano l’altezza, e lì ho iniziato a notare un certo tremore. Nell’arco d’entrata della Piazza dell’Obradoiro un paio di zampognari raccoglievano le loro cose, e dopo averli salutati gli ho chiesto se potevano suonare qualcosa per accompagnare l’arrivo di un umile pellegrino che aveva camminato per più di un mese dalla Stazione di Canfranc, sul Pireneo Aragonese, fino a Santiago. Mi hanno detto di sì e mi hanno chiesto che tipo di canzone volessi: allegra, un po’ malinconica o proprio triste. Gli ho detto allegra, ovviamente. E così è stato come, immerso nel suono di quelle cornamuse galiziane che interpretavano la Muñeira de Lugo (N.D.T. canzone tradizionale), senza poter contenere l’emozione, trentasette giorni e 883 chilometri dopo, sono entrato nella Piazza dell’Obradoiro.


Dedicato alla memoria di Alberto, caro amico, anche conosciuto come Pasi…

Tradotto per Valerio Cruciani ¡Matadme!


lunes, 3 de junio de 2013

Trentaseiesima tappa: Palas de Rei - Arzúa (30 Chilometri)

Come avevo previsto, oggi svegliandomi ho sentito come ogni parte del mio corpo stesse soffrendo a causa dello sforzo del giorno prima. Ho camminato fino alla doccia come se fossi Chiquito de la Calzada (N.D.T. un comico buffo spagnolo) e sono stato per un bel po’ sotto il getto d’acqua calda per vedere se mi tiravo su e si distendevano i muscoli, soprattutto delle estremità. Sono sceso a fare colazione e di nuovo alle dieci della mattina ho ricominciato la tappa. Ho pensato che a seconda di come mi sentivo, avrei aggiustato la quantità di chilometri da fare oggi, ma volevo comunque provare ad arrivare a trenta, per poi lasciare solo quaranta chilometri fino a Santiago. Anche se la guida mi dice che la tappa di oggi è un po’ rompi gambe, a causa delle continue salite e discese, sono convinto che con tranquillità posso coprire questa distanza e che nell’ultima giornata, con la voglia di vedermi nella Piazza dell’Obradoiro, potrò forzare di nuovo le macchine e nulla mi fermerà nella mia marcia verso la meta finale.

Inoltre, trenta chilometri significherebbe arrivare a Ribadiso de Baixo, il paese in cui “I guerrieri” mi hanno detto che sarebbero arrivati oggi, e quindi un altro motivo per cercare di arrivare fin lì. È da giorni che non li vedo e ho voglia di stare a chiacchierare un po’ con la banda dei simpatici catalani. Nello scambio dei messaggi mi hanno raccontato che il gruppo è aumentato, che si sono uniti ad altri catalani e a un italiano, e che camminano come fossero una comune hippie, prendendosela con calma. Credo che I guerrieri, anche se camminano da più di un mese e mezzo, non vogliono che tutto questo finisca. Alcuni di loro sono disoccupati, e tornare a casa significa affrontare la dura realtà: un futuro senza grandi aspettative per colpa della situazione spagnola.

Non so se il Cammino ha svegliato dentro di loro una spinta a lanciarsi per cambiare la situazione e non aspettare che il lavoro chiami alla loro porta. Credo, ed è un’opinione molto personale dopo aver parlato con molta gente, che fare il Cammino aspettandosi un miracolo o una botta di fortuna nella tua vita sia un errore, e che il vero Cammino non finisce a Santiago, ma comincia appena dopo. Ed è lì che bisogna essere forti, dove si ottiene poco se uno non da del suo. Il Cammino ti da gli strumenti e la cornice naturale ideali, lontano dalla confusione mondana e dallo stress quotidiano, affinché possa pensare, capire cosa cambiare, e ti da la motivazione sufficiente che nasce dalla soddisfazione personale di superare una sfida, affinché ti possa lanciare a sfide nuove. Ma non si avanza se uno esce da qui e si dedica ad aspettare. Dopo l’esperienza accumulata lungo questo pellegrinaggio, non consiglierei a nessuno di fare il Cammino “per ritrovare se stessi”. Potrebbe non piacergli e ritrovarsi con qualcuno che conosceva già. Per ritrovare se stessi non c’è bisogno di uscire dal salone di casa. Creo che chi davvero mette a frutto l’esperienza sia quello che viene a scontrarsi solo con una parte di sé, quella con cui non sta bene e che vuole cambiare. Senza la volontà di cambiare, uno può camminare fino alla fine del mondo e l’unica cosa che cambierebbe sarebbe il numero di vesciche che martirizzano i suoi piedi.

 

Per quanto mi riguarda, e malgrado fossero tanti anni che non mi sentivo così bene fisicamente e mentalmente, voglio arrivare a Santiago, finire questo viaggio che dovevo fare da tempo, e affrontare nuove avventure. Attraversare l’Asia e dedicarmi per un po’, non so quanto ancora, a viaggiare e scrivere, che è quello che mi piace fare. E vedere se da lì esce uno stile di vita che mi dia da mangiare e mi permetta pagare le bollette. Qualcuno penserà che può essere un buon hobbie, e che non è molto realista come lavoro per viverci, ed io mi chiedo perché non deve essere realista. Ovviamente non lo sarebbe se neanche ci provassi, se volessi cambiare le cose senza muovere un dito. E ciò che ho chiaro è che non voglio arrivare alla pensione, guardarmi indietro, fare un bilancio della mia vita e lamentarmi di non aver avuto la sufficiente decisione per lasciare il cammino prevedibile e cercare di fare qualcosa di diverso, anche a rischio di sbattere la testa. Ci sono persone che trovano la stabilità in un lavoro fisso, nella possibilità di una carriera, in una casa propria, anche se gli costerà tutta la vita pagarla. A me questo tipo di piano mi fa stare scomodo, anche se può sembrare assurdo nella società attuale. C’è stata un’epoca in cui ho fatto dei progetti. E quei progetti non scaturivano quasi mai come volevo io, cosa che generava in me una certa frustrazione. Pianifichiamo tante cose senza renderci conto che ci sono molti fattori che non controlliamo. Soprattutto la stessa esistenza. Il perdere cari amici in situazioni fuori controllo mi ha insegnato che la vita bisogna godersela, perché non sai quanto durerà. Che non bisogna fare troppi piani, perché nessuno ti assicura che li porterai a termine. Che non bisogna prendere decisioni affrettate e lasciarsi trascinare dall’emozione del momento. Ma se passano tanti giorni in cui ti alzi e pensi che ciò che fai non ti dice niente, allora devi iniziare a pensare a come cambiare la situazione.

Credo anche che bisogna conoscersi bene, e sono già molti anni che mi sopporto. Non so esattamente dove voglio arrivare. Di fatti non mi fido della gente che ha tutto chiaro nella sua vita. Di solito è gente che appena ha un problema si blocca e non sa cosa fare, cosa che la rende imprevedibile e poco affidabile. Io so almeno dove non voglio stare. E pensare che la mia vita sarà la stessa routine anno dopo anno fino alla pensione, mi fa stare male. Forse arriverà un momento in cui dovrò mettere la testa a posto e accettare che, anche se le illusioni sono belle, qualcuno deve pagare il conto, e mi toccherà tornare al mondo che ho lasciato dietro di me. Ma fino ad allora perché non provarci? Perché non lottare per ciò che uno vuole? Se Oscar si fosse arreso e avesse accettato la sentenza dei medici quando gli dissero che non si sarebbe più alzato dalla sedia a rotelle, non l’avrei mai conosciuto. “Tempo, lavoro e costanza”, si ripeteva lui ogni giorno, fino a riuscire a rimettersi in piedi e a camminare di nuovo. Quella stessa frase me la voglio ripetere io con frequenza, soprattutto nei momenti di scoraggiamento. Grazie Oscar: non sai il bene che mi ha fatto conoscerti ed essere testimone della tua superazione.


Pensavo di mangiare a Melide, e provare il famoso pulto a feira che preparano lì (N.D.T. è il polpo bollito accompagnato da patate lesse e condito con olio, sale e paprica). Ma un po’ prima di entrare a Furelos, il paese precedente, la fame si è fatta notare e non ho potuto resistere alla tentazione di fermarmi in una tenda improvvisata, sulla destra, dove dei paesani offrivano piatti di polpo, ombrelloni per proteggersi dal sole del mezzogiorno e birra fredda. Troppo per dire di no. Il polpo, anche se si presentava bene, non era così tenero come mi aspettavo, e ho pensato che a Melide me ne sarei pentito. Dopo mangiato, mi sono preparato per ricominciare a camminare, non senza prima fare una foto a un gruppo di pellegrini polacchi composto dagli alunni dell’ultimo anno di una scuola, e che festeggiano il loro futuro ingresso nell’Università, e un paio di giovani frati francescani con i tipici abiti dell’Ordine. Mezz’ora dopo sono arrivato a Melide e, mentre entravo nel paese, nella prima polperia che ho trovato mi hanno invitato ad entrare e provarne un po’. Mi sono scusato dicendo che avevo già mangiato pochi chilometri prima, e il cameriere mi ha detto che avevo fatto male, e che provassi almeno un pezzo del suo per capire da solo l’errore. Così ho assaggiato e porca miseria se aveva ragione. Quello si scioglieva in bocca. Ho riconosciuto il mio peccato con contrizione e gli ho dato ragione, ma gli ho detto che vicino a Santiago non era appropriato peccare di gola. Ho fatto cento metri e mi sono detto “ma che cazzo! Quando ti ricapita di goderti un polpo di Melide?”, e sono tornato al bar per farmi la seconda porzione del giorno.

Dopo la mangiata ho deciso di riposarmi un po’, tirare su le gambe e aspettare che scendesse il sole, che a quell’ora era piuttosto forte. Poi ho approfittato per fare un giro e vedere i monumenti più importanti di Melide. In questo paese arriva un altro Cammino, quello Primitivo, che parte da Oviedo, e si nota più passaggio di pellegrini dei giorni precedenti, anche se il Cammino Primitivo non è popolare come il Francese. Qui è dove Günther si è ritrovato con la sua sposa la settimana scorsa, dopo un mese di camminata. Che peccato essermi perso quel momento! Con le strizzate che ti da l’austriaco all’abbracciarti, mi chiedo se sua moglie sia sopravvissuta. Erano già le cinque del pomeriggio quando ho deciso di riprendere la marcia e fare gli ultimi quindici chilometri.


Non so perché ho scelto l’Asia come destinazione successiva al Cammino. A volte ho delle intuizioni alle quali non si trovano spiegazioni razionali, e dato che seguirle finora mi ha fatto bene, le prendo in considerazione. Anche se i miei anni di lavoro in banca e i miei viaggi personali mi hanno fatto conoscere bene l’Europa, l’America e il mondo arabo, in Estremo Oriente ci sono stato solo una volta, in un viaggio in cui mi sono divertito tantissimo e che è finito troppo presto. Suppongo che sarà la causa, come anche l’infanzia, i viaggi di Marco Polo, i fumetti di Tintìn che mi regalavano da bambino e quegli atlanti in cui leggevo di civiltà millenarie e persone gialle con gli occhi a mandorla che mi incuriosivano. E mettendomi nel territorio dell’inconscio, forse una certa debolezza verso le orientali e quei sorrisi che ti disarmano.

Bisogna tornare di nuovo all’infanzia, alle elementari, l’anno in cui mi innamorai del sorriso di una ragazza che non era cinese ma lo sembrava. Ragazzi e ragazze eravamo separati in classe ma stavamo insieme nel giardino, e ricordo di passare le ricreazioni con lei. La seguivo, schiavo di una timidezza che mi impediva di prenderle la mano, come faceva l’odiato E., e osservavo come giocava, come se fossi uno spione. Mi mancava l’impermeabile e spaventarla quando suonava la campanella. Un giorno la professoressa che, dopo anni e ripensandoci su secondo me era lesbica, mi vide fare giri senza meta e mi disse: “Ehi tu! Che fai, guardi le bambine? Sei forse frocio? Va a giocare a calcio con i bambini!”. Erano altri tempi, almeno trent’anni fa, e il modo di educare era un altro.

Captai il messaggio della professoressa e anche se non era la voglia di saltare la corda ciò che mi aveva spinto ad avvicinarmi alle ragazze, ritornai ai miei affari violenti di sempre che avevo trascurato a causa di quell’innamoramento precoce. Fui il leader di un lancio di pietre contro quelli della classe accanto, con la quale non ci capivamo per niente. Mi feci conoscere come uno dei toreri più agili praticando il gioco in cui convertivamo il guardaroba in un improvvisata arena dove rinchiudevamo alcuni compagni, che poi rincorrevamo e bucavano con le banderrillas senza pietà. Poi presi l’odiato E. e gli feci ingoiare terra e vermi. La famiglia di E. e quella della cinese che non era cinese erano amiche, ed io non potevo sopportare tutte quelle confidenze e il vederli passeggiare mano nella mano. Tutte queste azioni mi costarono vari schiaffi della professoressa con la quale non sapevo come indovinare: se facevo il pacifico e il romantico, male, e se facevo il macho e facevo a botte con tutti, male lo stesso. Come mi disse un buon amico rispetto ad una mia ex: con questa professoressa non sapevi come indovinare; con lei sapevi solo che, facessi quel che facessi, sbagliavi. Non fu l’unica delusione amorosa della mia vita, attratto da quella misteriosa cultura asiatica. Con gli anni ne vennero altri, ma quello fu il primo. E mi chiedo se non ci sia un certo masochismo inconscio nel mio occulto desiderio di
viaggiare in Estremo Oriente.

 

Mancavano cinque chilometri per arrivare al paese dove dovevo vedermi con I Guerrieri e ho incontrato la coppia di francescani polacchi con i loro alunni, che cercavano di nuovo qualcuno che gli facesse delle foto. I ragazzi hanno festeggiato questa coincidenza e uno dei frati, mentre mi dava la macchina fotografica, mi ha sottolineato il concetto. Gli ho confessato con un sorriso che non è una coincidenza, ma Dio che mi invia affinché li segua fino a Santiago per fagli delle foto. I ragazzi si sono ammazzati dalle risate al sentirmi, ma non il frate francescano che ha considerato la battuta vagamente sacrilega. Dopo la foto li ho salutati e mi sono fatto gli ultimi chilometri fino a Ribadiso da Baixo.

Quando sono arrivato in paese erano quasi le otto e, entrando, mentre attraversavo un ponte su un fiumiciattolo, ho visto I Guerrieri tranquillamente sdraiati sulla riva e con i piedi a mollo. Mi hanno presentato i nuovi e mi hanno detto di cenare con loro. Arzúa, il paese dove avrei dormito, stava a solo tre chilometri, quindi ho accettato. Durante la cena ci siamo aggiornati sulle nostre ultime avventure e si sono meravigliati quando gli ho raccontato la storia di Zach, l’amico americano, e i quattro giorni passati nell’ospedale di Lugo. Loro mi hanno spiegato che hanno dovuto rallentare il passo, che dopo Santiago se ne andranno fino a Finisterre e qualcuno sta addirittura pensando di tornare in Catalogna rifacendo il Cammino del Nord. Evidentemente loro non hanno voglia di finire l’esperienza. Mi è sembrato che la crescita del gruppo abbia provocato delle crepe tra i membri originali dei Guerrieri. Uno di loro sembra che si sia messo con una delle nuove ragazze. Spero che il buon umore che avevano non venga infranto da queste circostanze. Oddball ha la febbre ed è andato a letto presto, sembra che gli abbiano fatto il malocchio. Ed io dopo due chiacchiere me ne sono andato verso le nove e mezza, per arrivare a destinazione.

La gente, vedendomi arrivare ad Arzúa con l’aspetto di un fugitivo ma con un grande sorriso, mi guardava e strabuzzava gli occhi. Come spiegare che quei chilometri di notte, solo sul Cammino, sono quelli che mi sto godendo di più? Come dire che dopo tanto sforzo, e più di un mese di traversata, sono solo a quaranta chilometri da Santiago? A un giorno, se tutto va bene, dalla meta…

                          

Tradotto per Valerio Cruciani ¡Matadme!


domingo, 2 de junio de 2013

Trentacinquesima tappa: Sarria - Palas de Rei (50 chilometri)

Stamattina ci siamo alzati presto. Zach voleva approfittare del suo ultimo giorno in Spagna e prendere l’autobus verso Santiago che parte alle otto da Lugo. Il suo piano era stare nella capitale galiziana fino a dopo pranzo e poi andare a Vigo, rilassarsi un po’ sulla spiaggia –condizioni meteorologiche permettendo-, e andare a riposare presto, dato che lunedì parte il suo volo per gli Stati Uniti. Siamo andati alla stazione degli autobus con un certo anticipo e ho fatto da traduttore per comprare il suo biglietto. Mi sembra curioso il fatto che in un paese in cui il turismo rappresenta una delle principali fonti di guadagno, sia ancora così complicato per un turista farsi capire, dato che qui nessuno balbetta inglese.

Restava ancora mezz’ora fino alla partenza, e con Zach ci siamo seduti ad aspettare. Mi è sembrato un po’ triste e gli ho chiesto se stava bene. Mi ha detto di sì, che era solo un po’ deluso per non essere stato capace di finire il Cammino. Era partito con molte aspettative e voglia e non si spiega perché è dovuto stare così tanto tempo nell’ospedale, un imprevisto che gli ha impedito di raggiungere la meta nel tempo previsto.

Gli ho detto che neanche io lo capisco, e forse non c’è spiegazione. È successo e punto, non c’è da pensarci. Ma proprio a volerla trovare una spiegazione, perché non pensare che forse ancora non è pronto per quel cambiamento di vita che desidera, che il suo organismo gli chiede da mesi e che è venuto a cercare qui sul Cammino di Santiago. Che finire il pellegrinaggio forse doveva essere il suo punto critico, la spinta definitiva per lanciarsi verso nuove mete, e che ancora non è pronto ad affrontare questo cambiamento. Deve forse tornare alla sua vecchia vita, risolvere questioni in sospeso, preparare un “piano B” e allora, quando è tutto pronto, tornare in Spagna e completare i chilometri che gli mancano, affinché l’arrivo a Santiago non sia la fine di un Cammino e il ritorno a una realtà infelice, ma l’inizio di una nuova tappa vitale che lo faccia stare bene con se stesso.

Zach mi ha detto che è proprio ciò che pensa, o almeno ciò che vuole credere. Che in effetti ci sono delle cose sulle quali dovrà riflettere tornando a casa, un’ipoteca della quale disfarsi per guadagnare libertà di movimento, e un “piano B” da preparare. Ed è sicuro che quando sarà tutto fatto, tornerà in Spagna a finire ciò che ha lasciato a metà. Ho detto a Zach che mi sembra una buona idea e che dovrà avvisarmi, perché mi piacerebbe finire con lui questi ultimi chilometri, come avevamo pensato all’inizio, prima di vederci obbligati ad andare all’ospedale di Lugo.

L’autista ha aperto la porta anteriore e i passeggeri hanno iniziato a salire sull’autobus. Gli ho augurato un buon viaggio verso Santiago, che si goda l’arrivo anche se non è a piedi, perché è stato un pellegrino e si è guadagnato la Compostela. Gli ho anche augurato un buon ritorno negli Stati Uniti. Lui mi ha chiesto di godermi ogni singolo chilometri degli ultimi che mi restano per arrivare a Santiago e mi ha detto di continuare a pubblicare foto su Facebook, aggiornandolo sui miei passi, che seguirà con attenzione dalla sua casa nel Kentucky. Mi ha ringraziato di nuovo per tutto ciò che ho fatto per lui e mi ha assicurato che la prossima volta che metta piede negli Stati Uniti non devo preoccuparmi di nulla: lui penserà a tutto. L’ho ringraziato per le sue parole, ma gli ho detto che non deve insistere perché, dopo averlo conosciuto in queste ultime due settimane, sono sicuro che lui avrebbe fatto lo stesso per me.

Nel mezzo di questo addio, è apparso un signore sui sessant’anni totalmente ubriaco, che parlava a Zach mentre lui saliva sull’autobus. Ha pensato che l’ubriaco volesse salire e si è scansato. Malgrado ciò, quell’uomo continuava a rivolgersi a Zach in una lingua della quale ho capito solo: “Non andare con lui –rivolto all’autista-, che non sa guidare. Vieni con me”. Zach ha iniziato a stressarsi e mi ha chiesto chi cazzo era quel signore e che voleva. Non ho potuto resistere alla tentazione di dirgli che era l’autista del bus che l’avrebbe portato a Santiago e che gli stava semplicemente chiedendo il biglietto. Zach ci ha creduto e gli ha mostrato il biglietto, mentre mi guardava spaventato e diceva: “Ma sul serio?”. Non potevo smettere di ridere. Proprio adesso che Zach era uscito vivo dall’ospedale, quando riusciva a lasciarsi alle spalle quel paese di barbari che mangiano solo pane e formaggio, prosciutto, frittata di patate e menù del pellegrino che gli avevano provocato la regina di tutte le stitichezze, arrivava questo per mettere alla prova i suoi nervi una volta per tutte: un autista assolutamente sbronzo lo portava a Santiago.

Dopo qualche risata gli ho detto di non preoccuparsi, che era un ubriaco che girava da quelle parti e al quale non doveva prestare attenzione. Non è stata male l’apparizione di quel tipo in stato etilico per dare un tocco surrealista alle ultime giornate passate insieme a Zach. È stato l’addio perfetto, la medaglia d’oro a una storia che ci accompagnerà per sempre. Ci siamo abbracciati forte e l’ho visto occupare il suo posto. Poi l’autobus è partito e ha lasciato la stazione. Ho salutato Zach convinto che ci saremmo rivisti, che saremmo stati amici per molto tempo e che non ho dubbi sul fatto che potrò contare su di lui in futuro, così come lui sa che può contare su di me. Sono venuto sul Cammino di Santiago senza uno dei miei migliori amici e, senza aspettarmelo, il Cammino me ne ha fatto trovare un altro. Una casualità? Forse, chi lo sa. Di sicuro questa coincidenza ha dato un senso al mio Cammino, e ha fatto sì che, solo per questo, sia valsa la pena il percorso.

 

Mentre vedevo allontanarsi l’autobus, mi sono reso conto che accanto a me c’era l’ubriaco di prima con lo sguardo perso verso quello stesso autobus. Volevo salutarlo e in realtà non so se ho fatto bene, dato che l’ho tirato fuori dalla sua concentrazione e mi ha iniziato a scocciare come faceva prima con Zach. Adesso, per fortuna, lo capivo un po’ meglio e mi ha fatto capire che era un autista di autobus, che pochi mesi fa l’hanno mandato in prepensionamento e per trent’anni ha fatto lo stesso percorso da Lugo a Santiago. Che come lui nessuno guida quell’autobus, e che non avrebbero dovuto prescindere dei suoi servizi, dato che ancora poteva guidare. Poco dopo è arrivato un marocchino chiedendo se l’autobus che era appena partito andava verso un paese della provincia. Gli ho detto di no e l’ubriaco si è rivolto a lui per dirgli, in un sorprendentemente corretto castigliano, che il suo autobus parte alle nove. Poi è tornato allo stato precedente e, come se fosse il Gran Ozores, ha detto al marocchino una serie di cose incomprensibili che sono finite con un: “Va a prendere un caffè, e poi magari ci cerchi”, mentre appoggiava la sua mano sulla mia spalla, come se andassimo da qualche parte insieme.

All’uscita mi aspettava Suso, il tassista di Sarria che ci ha portato all’ospedale. Mi stava simpatico e gli ho chiesto di portarmi al suo paese per riprendere il Cammino. Suso era contento perché il Celta aveva conservato la sua posizione in classifica e perché il Depor era sceso. “Erano tanto sicuri di sé e ci dicevano che saremmo scesi. Non gli farà male un annetto in serie B per fargli abbassare un po’ la cresta”, ha detto con il suo forte accento galiziano. Gli dispiaceva che fosse sceso il Saragozza e mi ha detto di non preoccuparmi, che saremmo tornati presto in serie A. Gli ho risposto che magari il Signore lo ascolti e, soprattutto, che bisognava vedere se riuscivamo a disfarci di quel disgraziato del Presidente, che ha fatto solo danni al club. Poco dopo siamo arrivati a Sarria e Suso mi ha lasciato in un bar per farmi fare colazione, e poi avremmo ripreso la strada.

Tra una cosa e l’altra ho iniziato la tappa verso le dieci della mattina. Ho voluto cominciare con calma, perché è da quattro giorni che non cammino e non voglio prendermi strappi muscolari o nuove vesciche che mi rendano insopportabili gli ultimi chilometri che mancano, che sono circa centoventi. Calco che con una media di trenta al giorno sarò a Santiago tra quattro, il mercoledì sera, e non forzo la marcia o devo diminuire il ritmo per qualsiasi motivo, tra giovedì e venerdì sarò lì. In realtà in quei giorni la maggior parte della gente con cui ho camminato avrà già finito il pellegrinaggio e sarà tornata a casa. Pensarlo mi ha depresso un po’. Ho chiaro in mente che voglio entrare nella Piazza dell’Obradoiro da solo, così come ho iniziato solo il pellegrinaggio in quegli appartamenti di Canfranc poco più di un mese fa, però poi mi piacerebbe abbracciare alcune di quelle persone con cui ho condiviso sforzi, difficoltà e buoni momenti, fino ad arrivare a Santiago. Insomma, che ci posso fare? Le cose sono andate così e basta. Inoltre se avessi abbandonato Zach alla sua sorte per arrivare a Santiago ieri, come avevo previsto, mi sarei sentito peggio, quindi non era logico pensare ai “se” e ai “ma”. Ho scansato quel sentimento e ho continuato a camminare.

Poco dopo ho incontrato delle ragazze che dall’accento sembravano aragonesi. Gliel’ho chiesto mi hanno detto di sì, che sono di un paese vicino Teruel. Una di loro mi ha chiesto come mi ero reso conto, e subito dopo l’altra ha detto: “Beh, ragazza, si sente molto l’accento. Che al paese non ce ne rendiamo conto perché parliamo tutte uguali, ma quando usciamo la gente lo nota…”. Se ero giù di morale, queste paesane sono riuscite a farmi ridere con i loro commenti. Mi hanno confessato che iniziavano oggi il Cammino e che lo facevano con molta calma. Che avevano mandato gli zaini su un furgoncino fino alla fine della tappa e che oggi non volevano correre nessun rischio. In realtà dopo tanti chilometri non c’era bisogno che me lo dicessero. Le nuove reclute si riconoscono subito. Neanche con la freccia gialla, che ti guida instancabile verso Santiago, queste ragazza riuscivano a capirci qualcosa. Siamo arrivati fino a un punto in cui il sentiero proseguiva a destra e a sinistra si poteva camminare solo per qualche metro, perché poi finivi in uno stagno. Una di loro, la più disorientata, ha chiesto: “E mo’ dove andiamo?”, e l’altra ha risposto. “Mbè, a sinistra direi de no, perché non me so’ portata il salvagente, e allora ce sarà da andare a destra”. Poco dopo abbiamo fatto una salita importante e le ragazze sono rimaste senza fiato, e hanno deciso di fermarsi a riposare un po’, perciò le ho salutate e ho continuato.

Sarria è il punto in cui molti pellegrini iniziano il Cammino. La distanza che separa questo paese di Lugo da Santiago è il minimo che bisogna percorrere a piedi affinché si consideri che hai fatto il pellegrinaggio e ti diano la Compostela. Da qui fino alla Piazza dell’Obradoiro il numero di camminanti si moltiplica, entrare nei rifugi od ottenere alloggio in generale è complicato, e soprattutto di mattina è raro il momento in cui il Cammino non somigli piuttosto a una passeggiata domenicale nel corso di una città spagnola. Per quelli che negli stivali hanno già accumulato qualche centinaia di chilometri, la sensazione è un po’ strana. Non dovrebbe essere così, ma la tua curiosità per conoscere gente nuova diminuisce con il passare dei chilometri, e vuoi arrivare solo a Santiago, compiere il tuo obiettivo e farlo con la gente con cui ha fatto il percorso. L’ambiente tra quelli che percorrono il Cammino per una settimana è un po’ diverso da quello che vige tra quelli che decidono di fare una sosta di un mese nelle loro vite e iniziano il Cammino dai Pirenei. Cominciando da Sarria è difficile vedere pellegrini che stiano facendo il Cammino da soli. Nella maggior parte dei casi si tratta di famiglie o gruppi di amici, o coppie, gente che per lo più interagisce tra di loro che con gli altri. Ovviamente ci sono eccezioni e sono sicuro che anche in questi ultimi chilometri conoscerò gente interessante. Ma l’ambiente è diverso. Non è migliore né peggiore, è diverso.

Malgrado sapessi che il paesaggio umano da Sarria sarebbe cambiato, il fatto di non incontrare nessun conosciuto, salutare ad ogni passo gente che vedevo per la prima volta e dover spiegare di nuovo a tutti chi sono, da dove vengo e che ci faccio qui, mi ha fatto sprofondare in un certo scoramento. È una sensazione strana nella quale mi sentivo strano, nella quale avevo l’impressione che quello non era ciò a cui avevo preso parte, che quello non era il mio Cammino, che il mio Cammino era quello di gente che stava arrivando a Santiago o che l’aveva già fatto, di quelli con cui condividevo motivi per stare qui e che avevano superato difficoltà uguali o superiori per arrivare alla meta. Mi avvicinavo alla pietra miliare che segnala gli ultimi cento chilometri fino a Santiago e pensavo a tutte queste cose. E la conclusione a cui sono giunto è che dovevo accelerare il passo, che dovevo aumentare il numero di chilometri percorsi al giorno per arrivare a Santiago quanto prima e poter abbracciare Günther e Szilvia e festeggiare con loro il successo, e contagiarmi con la loro energia e la loro vitalità, con i “Guerrieri”, duri catalani che camminavano da casa loro e i miei primi amici sul Cammino, con il grande Oscar, esempio di coraggio e orgoglio dopo essersi alzato da quella sedia a rotelle alla quale è stato obbligato, con il tedesco Matias, che lottava per lasciare le droghe e poter assimilare la perdita dei suoi genitori, con il nonnino Babbo Natale, che mi ha insegnato che i tuoi problemi viaggiano nel tuo zaino e che non li risolvi mettendoli su un furgoncino per rendere il Cammino più leggero, con Eva e suo padre, e la loro strana relazione che era più d’amore che d’odio, e che mi hanno fatto passare tanti buoni momenti, con Ruta la lituana e con la simpatica Kim, per la quale ero il primo amico non coreano del Cammino, con Tim del Kansas, con Michael di Boston e con tanti altri…


Erano quasi le tre del pomeriggio quando sono arrivato a Portomarín, ipotetica fine tappa che segnano tutte le guide, soprattutto per quelli che iniziano il pellegrinaggio a Sarria. Dopo una forte discesa si arriva alle rive del fiume Miño, e dopo aver attraversato un lungo ponte si entra in questa bella cittadina galiziana. Era un giorno bello e pieno di sole, e dopo aver attraversato il ponte mi sono seduto a riposare e a godermi il panorama. Poi sono entrato in paese e ho mangiato un’insalata in un bar del centro. Lì con la guida ho iniziato a pensare fino a dove sarei arrivato quel giorno. Certo che, dopo quattro giorni senza camminare e venticinque chilometri appena accumulati, i miei piedi erano sufficientemente stanchi, tanto da potermi fermare a Portomarín a riposare, ma avevo chiaro che dovevo proseguire se volevo arrivare a Santiago e incontrarmi con la mia famiglia del Cammino, “my Camino family”, come dicevano gli americani. Fare due tappe in una e arrivare a Palas de Rei, dopo altri venticinque chilometri, non sembrava molto intelligente. Non pensavo che le mie gambe l’avrebbero sopportato e anche se l’avessero fatto, non sarebbe servito a niente se poi i crampi, gli strappi o le grandi vesciche mi obbligavano a riposare per due giorni per riprendermi. Ma ho pensato che fare altri dieci o quindici chilometri sarebbe stato ragionevole, dato che l’avevo già fatto in altre occasioni e anche se ero stanco, potevo forzare un po’ di più le macchine. Ho chiamato vari rifugi in paesini che stavano più o meno a quella distanza, come Ventas de Narón o Ligonde, per scoprire che tutti i letti erano occupati. Ho deciso comunque di riprendere la marcia, per poi comprovare in quei paesini se c’erano letti o stanze libere, perché ci sono alloggi che non si trovano nella guida e, per di più, a volte la gente prenota un letto e poi non arriva, perciò ero sicuro che avrei trovato qualcosa per dormire.

 

Questo pomeriggio è stato il più duro di tutto il Cammino. I paesi che separano Portomarín da Palas de Rei sono piccoli e l’alloggio è limitato. In ogni paese che ho attraversato dal chilometro trentacinque, che era il minimo che mi ero stabilito per questa tappa, la risposta in rifugi e ostelli è stata sempre la stessa: “Mi dispiace, siamo al completo”. A Ligonde, a circa otto chilometri da Palas de Rei, non solo è stata la stessa, ma mi hanno confermato che fino a Palas non avrei trovato nulla. Era chiaro che dovevo arrangiarmi in qualche modo e farmi forza per arrivare fin lì. Sono entrato nel ristorante di uno degli ostelli, dove cenavano tutti i pellegrini, e ho preso un’Acquarius e dell’acqua. Iniziato a sentirmi molto stanco e le gambe sovraccariche. Mi sono sentito osservato e al girarmi verso i tavoli, ho visto vari pellegrini con aria da stranieri che mi guardavano come fossi un marziano. A loro, che di solito si alzano presto e finiscono le tappe verso mezzogiorno, gli sarà sembrato che un extraterrestre stava facendo il Cammino di Santiago, al vedermi alle otto di sera con quell’aria da profugo, lo zaino in spalla e i bastoni per aiutarmi a camminare. Ho fatto un bel respiro e mi sono lanciato verso gli ultimi otto chilometri. Probabilmente gli otto chilometri più belli del mio pellegrinaggio, da solo, in mezzo ai boschi galiziani, mentre scendeva la notte e la brezza serale agitava le foglie degli alberi e dava aria al mio soffocante avanzare verso la fine della tappa.

Quando sono arrivato a Palas de Rei erano già le dieci. Praticamente era notte e nei tre primi rifugi e ostelli dove ho chiesto mi hanno risposto sempre la stessa cosa. Ho visto il cartello di un hotel in mezzo alle piante e ho pensato che lì doveva esserci qualche stanza disponibile. Il prezzo era maggiore, ma non potevo fare un passo in più. Quando le ragazze della reception mi hanno visto arrivare sono impallidite. Dovevo avere l’aspetto di un prigioniero di guerra, e loro di sicuro non sono abituate a ricevere pellegrini alle dieci della notte. Per fortuna restava una stanza ed era per fumatori. Avrei accettato anche se mi avessero fatto condividere la stanza con una puzzola. Le receptionist mi hanno detto che mi dovevo sbrigare se volevo cenare, altrimenti non avrei mangiato niente dato che tutto il paese era chiuso dalle dieci in poi. Avevo bisogno di riposarmi e tirare su le gambe, ma anche di mangiare qualcosa, e così, con la minaccia del digiuno fino al giorno dopo, sono uscito a cercare un paio di posti che mi hanno consigliato.

Nel primo il padrone mi ha detto sgarbatamente che la cucina era chiusa e che sarei dovuto arrivare prima. Non avevo forze per mandarlo affanculo, e me ne sono andato. Nell’altro posto per fortuna, anche se non avevano menu, non hanno avuto problemi a farmi un hamburger da portare via, e me lo sono mangiato dopo una bella doccia e un po’ di stiramenti. Me ne sono andato a letto distrutto e con le gambe ancora bloccate, e senza avere le idee chiare sul giorno dopo, se potevo camminare e per quanto tempo. Ma me ne sono andato a letto con un sorriso bello lungo, per essere stato capace di camminare per cinquanta chilometri, e anche per essermi avvicinato molto al mio obiettivo.



Tradotto per Valerio Cruciani ¡Matadme!

sábado, 1 de junio de 2013

Trentaquattresima tappa: Ospedale di Lugo

Ieri ho promesso a Zach che mi sarei alzato presto per andare in ospedale e non perdermi la prima visita del medico di turno. L’ho lasciato che guardava orari di voli verso gli Stati Uniti per oggi o per domenica, e siamo rimasti d’accordo che, in base al verdetto del medico, avremmo attivato l’operazione “Tormenta sul Cammino”. Se non avessimo potuto vincere il nemico, ci saremmo uniti a lui. Se non avessimo potuto evacuare il contenuto delle interiora di Zach, avremmo evacuato tutto, lui e le interiora. Ci saremmo affidati ai dottori del suo ospedale in Kentucky e avremmo pregato lo zio Sam affinché il buon Zach non soffrisse crampi allo stomaco in pieno volo, o perché non lo mettessero sotto i raggi prima dell’imbarco e scoprire così che l’arsenale chimico che teoricamente nascondeva Saddam, era una cazzata in confronto a ciò che Zach vuole portare negli USA.

Sono arrivato al suo box verso le otto, e dato che ancora dormiva sono sceso in caffetteria a fare colazione. Al ritorno l’ho trovato sveglio che faceva i suoi esercizi di yoga, che ripete costantemente per vedere se così si stura lo scolo. L’ho guardato ansioso e lui, torcendo il muso, mi ha detto il solito “niente, amico”. Mi ha detto che guardando i voli ne aveva trovato uno che partiva presto, domani mattina (domenica) da Vigo a Madrid, per poi collegarsi con uno dell’American Airlines, che dopo un altro trasbordo l’avrebbe lasciato a Lexington, Kentucky, a tarda sera. Era un viaggio pesante, però Zach mi ha detto che era disposto a firmare la dimissione dall’ospedale e partire subito.

Verso le nove e mezza è arrivato Hugo, il medico di turno. A Zach si è illuminato il volto, dato che è stato l’unico dottore con cui ha potuto parlare in inglese. Lo conobbe il primo giorno in corridoio e parlarono un po’. Hugo ha detto che le lastre sono migliorate nelle ultime ventiquattro ore e inizia a vedersi attività intestinale. Poi ha palpato la zona addominale e ha detto che l’alien è in movimento e si avvicina al colon discendente. Il parto è imminente: “Un’ora? Due ore? Ad ogni modo”, ha detto Hugo, “stamattina inizieremo a sturarlo”. Zach ed io ci siamo guardati sorridenti e non abbiamo potuto non darci il cinque allo stile americano: “Yeah man, questa merda è una figata!”, ha esclamato con il suo forte accento yankee.

Dopo la visita di Hugo e la buona notizia che ci ha anticipato, Zach ed io abbiamo pensato che era ora di rivedere il piano e decidere cosa fare nelle ore seguenti. Dopo uno scambio di idee, ci siamo capiti sul punto che non aveva senso cambiare il biglietto date le nuove circostanze. Era meglio scendere con calma a Lugo, così Zach poteva conoscere la città, e poi cenare con calma in un ristorante. E poi domani, domenica, ognuno al posto suo: io sarei tornato a Sarria per riprendere il Cammino e fare gli ultimi cento chilometri verso Santiago.

Zach era d’accordo. L’unico dubbio era se andare direttamente a Vigo, da dove parte il suo aereo lunedì mattina, per stare un giorno intero sulla spiaggia e in un buon hotel con lo Spa, o prendere un bus verso Santiago per vedere almeno la cattedrale e la piazza dove sarebbe dovuto arrivare, e così salutare delle persone con cui ha fatto il Cammino e che sono arrivate alla meta. Se fosse andato tutto secondo il previsto, Zach ed io adesso staremmo arrivando nella piazza dell’Obradoiro, insieme a Günther e a Szilvia. L’opzione di andare a Santiago gli causa sentimenti contrastanti. Da una parte gli sembra triste girare per quelle strade senza aver compiuto l’obiettivo, e dall’altra non gli piacerebbe sprecare l’opportunità di salutare la gente con cui ha fatto tanti chilometri e che di sicuro non vedrà più. Dopo averci pensato su un po’, Zach ha detto che andrà a Santiago, che malgrado il contrattempo che gli ha impedito di raggiungere il suo obiettivo è stato un pellegrino, e vuole abbracciare e felicitare la gente che è arrivata alla meta dopo tanto sforzo.

Le seguenti due ore sono passate lentamente. Abbiamo giocato le nostre carte e abbiamo fatto un giro in ospedale. A volte Zach ha fatto il balletto di Chunk e ci siamo fatti due risate. Poco dopo mezzogiorno è andato in bagno e, come sempre, ho incrociato le dita. Però è tornato sempre con la stessa espressione, e per non mettergli più pressione non ho voluto dire niente e ho continuato a leggere la rivista che avevo tra le mani. Zach si è sdraiato e ha detto timidamente: “Beh, sembra che stia funzionando”. Mi sono girato e gli ho chiesto: “Come dici?”. Ha annuito e ha detto che è cominciata l’estrazione straordinaria della lotteria di Capodanno, e anche se non è uscito il premio grosso, un numero è uscito. Ho sorriso e gli ho detto: “Cazzo, dammi un abbraccio!”. Non ho mai pensato di potermi rallegrare tanto per qualcuno che fa i suoi bisogni. Non so se questa era la magia del Cammino di cui parlava Paolo Coelho, ma io non dimenticherò mai questo momento. Ero così emozionato che quasi mi dimenticavo che ci voleva qualcuno che facesse da vulcanologo, avvicinandosi al cratere e traducendo alle infermiere le dimensioni, il colore e la consistenza della lava che iniziava a scendere lungo i fianchi del vulcano americano. La moglie del calzolaio va con le scarpe rotte, e il ragazzo del Kentucky, culla del pollo fritto, mi ha detto che ciò che aveva espulso era un “nugget”, e non aveva torto. Di sicuro non ne mangerò mai più uno in tutta la mia vita. Ho dato la buona notizia alle infermiere e mi hanno chiesto di informarle puntualmente sui numeri che vengono sorteggiati.

 

Durante l’ora successiva ne sono usciti altri due, ed io, come se fossi un bambino di San Ildefonso (N.D.T. a Natale in Spagna si fa l’estrazione della lotteria con bambini che estraggono i numeri della lotteria e li “cantano” in diretta), sono andato al tavolo delle infermiere e, sorridendo, gli ho detto i numeri. “Molto bene, che continui così”, hanno detto. Il dottore è stato informato e ha autorizzato di nuovo l’alimentazione. Zach è da un paio di giorni che non mangia, e anche se non ha molta fame gli è sembrata una bella cosa. Non ha mangiato molto, giusto un brodo e un po’ d’insalata, dato che sa che ciò che esce ora non è nulla rispetto a ciò che gli rimane, perciò preferisce andarci piano e non buttare troppa carne alla brace. Quando ha finito di mangiare, ho approfittato per andare al bar a fare la mia parte.

Al ritorno Zach mi ha detto che erano usciti altri sette nuggets, una porzione più che sufficiente, secondo il dott. Hugo, per dimetterlo. Abbiamo ricevuto la notizia con grande allegria e Zach, che non sa come ringraziare tutti per le cure ricevute, ha dedicato delle parole emozionate al medico. Questo gli ha detto che non deve ringraziarlo, che deve seguire una dieta ricca in fibre fino alla normalizzazione della situazione e che se ha qualche problema, come dolore addominale o vomito, deve tornare in ospedale. Gli ha consigliato comunque, al tornare in America, di farsi uno studio più approfondito per determinare le cause per cui è stato così per tanti giorni. Zach l’ha ringraziato di nuovo e ha cominciato a raccogliere le sue cose, a pulirsi e a vestirsi. Poi abbiamo preso il foglio di dimissione e Zach ha chiesto una copia delle lastre per mostrarle ai suoi futuri nipoti, ma purtroppo non era possibile. Così, senza perdere altro tempo, quasi quattro giorni dopo essere entrati, abbiamo lasciato l’ospedale di Lugo.

Zach ed io siamo scesi in autobus fino alle mura e poi abbiamo camminato fino all’Hotel Spagna, dove abbiamo prenotato un paio di stanze individuali, dato che deve fare delle cose per cui ha bisogno di più concentrazione che durante un esame di fine corso. Gli ho chiesto di farmi fare la siesta e lui mi ha detto che non c’erano problemi, dato che non aveva sonno e voleva approfittare per fare un giro in città.


Un’ora e mezza dopo ci siamo ritrovati nella hall dell’Hotel e siamo usciti a fare un altro giro. Zach voleva comprare magliette di qualche squadra spagnola per i suoi nipoti, per cui siamo andati a cercare un negozio di sport. L’abbiamo trovata poco dopo e la scelta era sempre la stessa: Real Madrid e Barcellona, che prima o poi si fonderanno e così vincono sempre. Poi c’era qualcosa della Nazionale e le maglie delle squadre galiziane, il Depor e il Celta. Però mancavano taglie, così Zach ha dovuto comprare per forza una del Real Madrid e una della Nazionale.

Dopo gli acquisti siamo andati a percorrere le mura e, approfittando, mi sono fermato a comprare un ditale di ricordo per la collezione di mia madre. Di ogni posto che visito cerco di portargliene uno, e ora inizia ad averne davvero tanti. Girando per le mura, Zach mi ha proposto di andare a cena in un ristorante. Lui non mangerà molto perché ancora non si sente al 100%, ma vuole che accetti il suo invito come ringraziamento per restare accanto a lui per tutto questo tempo. Anche la stanza d’hotel per questa notte è già pagata. In realtà l’americano mi ha offerto soldi tutte le notti che ho passato a Lugo, ma non ho voluto accettare. In questo caso gli ho detto che sì accettavo tutti i suoi inviti con piacere, e prima di andare a cena gli ho proposto di prenderci una birra per brindare le dimissioni dell’ospedale.

Alla fine abbiamo brindato ma Zach con un succo di frutta, perché crede che sia ancora presto per prendere alcool. Gli ho detto che non so come saranno le sue sbronze, ma che se doveva aspettare me era meglio che se ne prendesse una bella grossa stanotte. Zach ha ammesso che forse potessi avere ragione, ma che ad ogni modo preferisce restarsene calmo fino al suo rientro negli Stati Uniti. Nel bar c’erano vari paesani che guardavano una partita di calcio. Era iniziata l’ultima e decisiva giornata di campionato, e le cose non andavano bene per il mio caro Real Saragozza, che giocava contro le squadre galiziane e il Maiorca per evitare di passare in serie B.

 

Nel bar, mentre guardavamo le partite, Zach mi ha chiesto di parlargli del mio amico Alberto, e del perché stessi facendo il Cammino. Finora non ho raccontato a nessuno i motivi reali del mio viaggio, ma ho pensato che dopo ciò che abbiamo vissuto Zach ed io in questi giorni non ha molto senso avere grandi segreti.

Alberto fu uno dei miei migliori amici durante l’adolescenza e la giovinezza. Una persona sempre disposta ad aiutare e ad ascoltare qualsiasi problema dei suoi amici. Soffriva con i problemi degli altri e anche con i suoi, e forse fu questo a fargli un brutto scherzo durante l’adolescenza, quando iniziò a entrare in depressione. Gli ci è voluto molto per riprendersi, e il processo influenzò negativamente il suo rendimento accademico. Era stato sempre uno studente brillante. Voleva studiare medicina e aveva una media molto alta, perciò l’ultimo anno delle superiori per lui era molto importante. Si era ripromesso di fare il Cammino di Santiago, cadesse il cielo, se usciva da quel pozzo nero, a piedi dall’Aragona, come ringraziamento. E così fece, entrando tra l’altro nella facoltà di Medicina in un anno in cui il voto d’accesso salì all’improvviso, e molta altra gente, come nel mio caso, che voleva studiare per diventare medico dovette accontentarsi con un’altra cosa.

Alberto mi propose di fare il Cammino con lui e con altri due buoni amici, Joaquín e Miguelo. Quest’ultimo è un vecchio compagno di questo diario, dato che mi ha accompagnato durante alcune tappe fino a Castiglia. Pasi –era così che chiamavamo affettuosamente Alberto-, mi disse che sarebbe stata una grande esperienza e che sicuramente ci sarebbe servita molto nella nostra nuova tappa vitale. Purtroppo non potei accompagnarli. In quel momento non avevo i soldi e neanche il permesso dei miei per stare fuori per un mese, e dovetti dire che avrei dovuto rimandare, anche se mi dispiaceva molto. Quel viaggio restò lì in sospeso.

Il Cammino fu una grande esperienza per Alberto e ne parlava ad ogni occasione. Senza dubbio, quel mese in cui percorri la geografia spagnola, superando difficoltà (vent’anni fa il Cammino non era così popolare e non esistevano tante comodità per il pellegrino come oggigiorno), l’ha aiutato a crescere interiormente, a dare importanza alle cose davvero importanti e a relativizzare tutto il resto. Poco a poco riuscì a lasciare da parte la tristezza che l’aveva occupato per un po’ di tempo e a recuperare la vitalità e la voglia di aiutare gli altri, qualità che lo rendevano una persona speciale e diversa. Studiò i sei anni di laurea con voti eccellenti e si preparò l’esame di Stato per entrare nella specialità di Psichiatria, nel miglior ospedale spagnolo del settore. Il suo sogno era aiutare gli altri, e soprattutto quelli che erano caduti nelle grinfie di quella terribile malattia che ti afferra e ti fa affondare poco a poco in un buco dove se ne va la tua voglia di vivere. E ci riuscì. Ottenne uno dei migliori numeri di quell’anno in Spagna e ottenne il posto che voleva.

Durante la preparazione per l’esame di Stato in un’accademia di Madrid, Pasi conobbe una ragazza delle Canarie e se ne innamorò. Ricordo ancora quando mi chiamò entusiasta per raccontarmelo. Durante l’adolescenza aveva avuto una delusione amorosa, un amore non corrisposto, una cosa molto dura da accettare a quell’età, che l’aveva fatto diventare piuttosto cauto rispetto alle relazioni sentimentali. Ma stavolta faceva sul serio, quella ragazza sì che ne valeva la pena. Finalmente la vita gli sorrideva. Era riuscito ad entrare nella specialità che aveva sempre sognato e aveva una fidanzata che amava. Ed io, dopo averlo visto soffrire e lottare per farcela durante quegli anni in cui non stava bene, non potevo che essere felicissimo di quell’allegria condivisa. Quell’estate, prima di iniziare a lavorare a Madrid, Pasi decise di accompagnare i suoi genitori a Vigo, città nativa della madre, per riposare qualche giorno e godersi un po’ quella terra alla quale era così legato sentimentalmente. Durante il viaggio si dovevano fermare a Santiago, dove Alberto voleva riabbracciare l’Apostolo in segno di ringraziamento, così come fece qualche anno prima, dopo aver ottenuto l’accesso alla Facoltà di Medicina.

In quell’epoca la mia vita andava da un’altra parte. Appeso a una laurea che non mi piaceva, naufragando anno dopo anno, il futuro non è che fosse nero, è che preferivo che non arrivasse per non spaventarmi. Arrivai al punto tale di pensare che o facevo qualcosa con la mia vita, o sarei affogato in quel fango. Quindi decisi di andarmene a studiare all’estero a combinare qualcosa, senza scuse e fuggendo dall’imborghesimento che mi involgariva, da quel carcere reale o immaginario nel quale mi trovavo, e così avrei trovato un modo di andare avanti. Mi iscrissi al programma Erasmus e mi diedero un posto per studiare a Stoccolma. Non era male per cominciare. Il problema era come avrei finanziato l’avventura. Mio padre non appoggiava il progetto. Pensava, giustamente, che se non superavo gli esami in Spagna difficilmente ce l’avrei fatta in una lingua che non conoscevo. Per di più, sono cresciuto in una famiglia numerosa in cui non mancò mai niente, ma neanche avanzava per i capricci, e questo progetto, secondo mio padre, era logicamente grottesco, date le bocciature che portavo a casa ogni semestre.

Pasi mi incoraggiò sempre durante quegli anni difficili per non farmi arrendere e per spingermi a chiedere la borsa Erasmus, dato che pensava che uscendo di casa, andare all’estero e iniziare a volare, per lui sarebbe stata sicuramente la cura di ogni mio male. Rispetto al tema economico mi disse che non dovevo preoccuparmi, che lui iniziava a lavorare dopo un mese e che se ce n’era bisogno, si sarebbe stretto la cintura per vivere a Madrid e ogni mese mi avrebbe dato una parte del suo stipendio per farmi vivere in Svezia. Gli avrei ridato i soldi quando avrei trovato lavoro, non dovevo preoccuparmi. In quel momento la cosa importante era che io me ne andassi e iniziassi a lottare per tutto ciò che volevo essere e fare nella vita. Stavamo nella sala giochi accanto a casa dei miei, giocando un po’ al videogioco del calcio, lì dove di solito affrontavamo tutte le nostre discussioni, lui con la Lazio ed io con la Roma. Dal viaggio di studi dell’ultimo anno di scuola, prima di entrare all’Università, entrambi avevamo la Città Eterna nel cuore. Ma Pasi simpatizzava per la Lazio ed io ero romanista. E la Roma sconfisse di nuovo la Lazio, come succedeva quasi sempre. Quella fu la nostra ultima partita.

Il giorno dopo salii sul Pireneo aragonese, a Canfranc, dove Iñaki, un mio amico, era il capocantiere in un palazzo di appartamenti in costruzione. Avevo bisogno di soldi per pagarmi il volo a Stoccolma, il primo mese nella residenza studentesca dove avevo l’alloggio, e qualcosa in più per tirare a campare per i primi tempi. Iñaki mi disse che avrei dovuto lavorare sodo, e gli dissi che non c’era problema. Pagavano bene e avevo bisogno di quei soldi. Il primo giorno Iñaki mi mise a fare buchi a terra con il trapano, e a causa della mia velocità mi guadagnai una ramanzina da uno dei miei compagni di lavoro, che diceva che in questa vita dovevo prendermela con calma. Il secondo giorno, dato che me la cavavo con il trapano, Iñaki mi diede quella macchina infernale per aprire fori nei muri, quelli per le prese dell’acqua e della luce, e che se si incazza può bucare te. Mentre lavoravo, Iñaki mi fece un cenno per farmi spegnere la macchina, perché con quel rumore non si poteva parlare. La spensi e mi disse che dovevo chiamare urgentemente il mio amico Luis. Luis sapeva che stavo lavorando sui Pirenei, e mi sembrò molto strano che non potesse aspettare fino a quella notte per parlarmi. Inoltre notai qualcosa nel volto di Iñaki che mi fece venire un cattivo presentimento. Andai nella stanza che serviva da ufficio di Iñaki in quel palazzo di Canfranc e feci il numero di Luis, affinché mi desse una di quelle notizie che non vorresti mai ricevere.

Pasi non arrivò mai a Santiago. Perse la vita in uno sfortunato incidente stradale che spezzò un futuro promettente e pieno di illusioni. La sua morte mi produsse un gran vuoto, così come a molta gente che ebbe la fortuna di conoscerlo. La poca fede che potevo avere in quel momento la persi all’istante. Anche se sono stato educato in una famiglia e in una scuola cattoliche, per me già era difficile credere in un Dio che, se esisteva e si preoccupava un po’ per ciò che ci succedeva, potesse permettere tante ingiustizie nel mondo. La fine del mio amico, dopo tutto quello che aveva lottato, dopo aver aiutato tanto gli altri, proprio adesso che la vita iniziava a sorridergli, fu solo la goccia che colmò il bicchiere e che mi spinse verso l’agnosticismo.

Un mese dopo me ne andai a Stoccolma per iniziare una nuova vita. Malgrado la sua generosa offerta di aiuto materiale, non potevo più contare su Pasi e dovetti arrangiarmi in un altro modo sul piano economico. Ma ciò che non mi ha mai abbandonato sono le sue parole di incoraggiamento e la sua forza per continuare a lottare quando le cose non vanno a nostro favore. La sua forza per affrontare nuove sfide e affrontare le avversità, per non perdere mai la speranza nell’idea che c’è sempre luce alla fine del tunnel. Per questo ogni volta che devo prendere una decisione importante nella mia vita, mi ricordo di lui e di quanto l’ho avuto vicino nei momenti cruciali. E perciò adesso, davanti a una nuova sfida che mi propone la vita, ho pensato che era il momento giusto per fare questo Cammino che lui affrontò molti anni fa e che l’aiutò tanto. Il momento di camminare sullo stesso sentiero che calpestarono i suoi stivali in quel viaggio in cui non potei accompagnarlo, e che aspettavo di fare da tanto tempo.

Zach mi ha detto che Alberto doveva essere una grande persona e un grande amico, ed io gli ho risposto che sì lo era, e che sono molto felice di aver conosciuto lui e aver condiviso circostanze non desiderabili, perché in qualche modo, stando gomito a gomito in quell’ospedale, anche se l’ho conosciuto solo dieci giorni fa, ho sentito molto vicino il mio vecchio amico. E ho detto a Zach che se è capace di seguire l’esempio e, una volta nel suo paese, aiutare qualcuno che ne ha bisogno senza aspettare nulla in cambio, avremo fatto sì che lo spirito di Alberto, ciò che lui rappresentò per i suoi amici e quelli che ebbero la fortuna di conoscerlo, viaggi con lui e resti vivo tra tutti noi. Zach mi ha detto che gli avrebbe fatto molto piacere conoscere Pasi ed essere suo amico, e che porterà con sé questa storia negli Stati Uniti. L’ho ringraziato e gli ho detto che, solo per questo, già è valsa la pena di fare questo Cammino.

 

Tradotto per Valerio Cruciani ¡Matadme!


viernes, 31 de mayo de 2013

Trentatreesima Tappa: Ospedale di Lugo

Ieri mi sono messo a scrivere e tra una cosa e l’altra mi si sono fatte le quattro della mattina. Avevo messo la sveglia alle otto per arrivare presto in ospedale, ma l’ho spetta per darmi un’ora in più. Avevo bisogno di riposare. Alle nove mi sono svegliato e mi sono alzato. Ho acceso il cellulare e ho visto che avevo un messaggio di Zach su Facebook. L’ho aperto ansioso, sperando che mi raccontasse che a Lugo si era scatenata la Terza Guerra Mondiale, che l’ospedale fosse zona sigillata, un gigante fungo di fumo e materiali incandescenti visibile da centinaia di chilometri di distanza. Un cratere enorme in Galizia agli occhi di un satellite. Speravo che avessero trovato dei sommozzatori nella zona del Pronto Soccorso che cercavano resti di vita umana e che uscivano da lì agitati e con i peli del naso bruciati.

Niente di più lontano dalla realtà. Non aveva avuto neanche le contrazioni durante la notte. Il parto doveva attendere. Nella mail Zach mi raccontava altre cose. Ho dovuto rileggerlo e sforzarmi di non perdere il contegno, ed evitare che mi scappasse qualche lacrima. Il mio amico americano, conosciuto una settimana fa nel bar di Elvis a Reliegos, mi diceva la seguente cosa:

“Caro amico mio che non conosco da molto,

devo chiederti di riprendere il Cammino e completare il tuo pellegrinaggio verso Santiago. Ti sarò sempre grato per la tua genuina ospitalità e per tutti i tuoi gesti di generosità, ma anche tu sei un pellegrino e devi fare il tuo proprio Cammino. Sono stato molto contento di averti conosciuto, hai una gran personalità. I tuoi genitori devono essere orgogliosi dell’uomo che hanno tirato su. Ma mi pentirò sempre se non riesco a convincerti di non preoccuparti più per me e di finire ciò che desideri ardentemente concludere. Qui mi trattano bene e per di più, vedendo che è praticamente impossibile arrivare a Santiago, sto valutando l’ipotesi di tornare a casa prima di lunedì e finire il Cammino come Dio comanda in un’altra occasione.

Il tuo riconoscente amico,

Zach.”

Messaggio al quale ho risposto così:

“Buongiorno Zach,

Grazie mille per le tue parole sincere. Anche se è da poco che ci conosciamo, ho trovato subito una connessione con te, e anche se siamo cresciuti in luoghi molto lontani e culturalmente diversi, credo che abbiamo molte cose in comune, oltre all’età. Ci sono persone che non riesci mai a conoscere davvero, e altre che una settimana è già sufficiente. Ti considero un amico, e con gli amici si sta sempre, in ogni situazione. Una delle ragioni per cui sto facendo il Cammino è per un buon amico che ho perso qualche anno fa e che mi stava sempre accanto quando ne avevo bisogno. Se me ne andassi senza preoccuparmi per te non me lo perdonerei, né me lo perdonerebbe lui, quindi su questo tema non discuto. Siamo entrati insieme in ospedale e ne usciremo insieme. Vediamo cosa dicono i medici stamattina e in base a quello penseremo a cosa fare. Tra un’ora sto da te.

Un abbraccio,

Javi.”

 

Sarò arrivato in ospedale verso le dieci. Zach non era in stanza e mi sono seduto accanto al suo letto per aspettarlo. È apparso sconvolto poco dopo. Veniva dal bagno dopo l’ennesima sconfitta. Niente di niente. Ogni volta che Zach si alza dal bagno, nel Pronto Soccorso tratteniamo il fiato, non per la radioattività che può uscire da lì ma per la voglia che abbiamo tutti che finisca presto quella storia. Mi ricorda uno di quei film americani nel quali gli extraterrestri invadono la terra e il film mostra sequenze in cui la gente di tutto il pianeta segue gli eventi attaccati alla TV, a casa, in un bar, in ufficio o dal parrucchiere. Mi sono immaginato una sequenza simile: la CNN che apre le notizie in orario di massima udienza con il caso di un americano che stava facendo il Cammino di Santiago, e che è ancora isolato in Spagna dopo un intero mese senza poter sganciare. Mi sono immaginato persone di varie nazionalità attaccate alla TV, a New York, a Londra, a Madrid, a Rio de Janeiro, a Tokio, Nairobi, Sidney e Gerusalemme, sperando le ultime novità, sforzandosi tutti insieme, il mondo dimentico delle sue differenze, fratelli in un gioco della fune virtuale, tirando tutti insieme per sloggiare quella creatura di Satana alloggiata nel basso ventre dell’americano.

Poco dopo sono apparse le dottoresse di guardia nella ronda mattutina. Erano diverse da ieri, un’altra internista e una chirurga. Mi hanno chiesto di uscire in corridoio. Gli ho detto che se parlavano inglese, per me non c’era problema, e allora mi hanno detto di no e mi hanno chiesto di restare. Se non esigiamo ai nostri governanti di parlare un inglese decente per non fare figuracce ogni volta che vanno all’estero a difendere, come dicono, i nostri interessi, di certo non lo esigiamo neanche ai medici dell’ospedale di Lugo. Ma credo che in Spagna in generale si dovrebbe rivedere il tema dell’insegnamento delle lingue. Mi chiedo come mai usciamo dalla scuola a diciotto anni, con la lingua di Shakespeare obbligatoria in tutte le scuole, dopo aver speso i soldi dei nostri genitori e molto tempo da parte nostra, senza capire un cazzo d’inglese.

Oltre a non parlare inglese, le dottoresse in questione credo che non conoscessero bene la storia di Zach e con il suo caso andavano un po’ a naso. Sono rimaste sorprese quando gli ho detto che era da un mese che il tronco non scendeva dalla cascata, ma mi hanno detto di non preoccuparci, che gli avrebbero applicato una soluzione che è mano di santo e che tra mezz’ora si sarebbe risolto tutto. Dato che mi sembravano un po’ perse, gli ho chiesto se si trattasse della soluzione che si usa per le colonscopie e sorprese, mi hanno detto di sì. Volevano sapere perché lo chiedevo. “Perché gli avete dato già due caraffe di un litro e mezzo ciascuna e ancora deve arrivare la prima tirata di catena”, ho risposto. Per lo spavento le tipe quasi cadono a terra. “Santa Madonna!”, ha esclamato una di loro. L’altra mi ha chiesto se Zach ha precedenti in famiglia di quella malattina innominabile e le ho detto che non lo so, e che non sapevo come chiederglielo. Lei mi ha detto che hanno bisogno di saperlo, perché ci può essere qualcosa di non previsto e non desiderabile che ostruisce l’intestino. Zach mi ha risposto, impallidendo, che tra i suoi parenti più stretti non ci sono problemi seri nell’apparato digestivo. Le dottoresse hanno deciso di fargli altre lastre e di provare con un’altra dose della soluzione, ma un po’ più forte. Grazie al cielo hanno detto che l’addome è ancora morbido e che, data l’assenza di altri sintomi, come dolore intenso o vomito, si può dire che la situazione è sotto controllo.

Dopo la visita dei medici di turno, si è capito che ci aspettava un’altra lunga giornata del particolare via crucis che stavamo vivendo nel Pronto Soccorso dell’ospedale di Lugo. Davanti a quel panorama, e seguendo il consiglio di muoversi che i dottori hanno dato a Zach, abbiamo deciso di prenderci le cose con calma e percorrere i corridoi e il piano terra. Durante la passeggiata Zach mi ha chiesto se ho visto una puntata di South Park in cui uno dei protagonisti batte il record mondiale della cacata più grande della storia. Mi ha fatto vedere il video su YouTube, ci siamo fatti due risate e mi ha detto che quello è uno scherzo comparato con quello che ha in caldo lui, e che farebbero meglio a metterlo sul tetto dell’edificio.

 

Continuando con la camminata ci siamo fermati davanti al negozio di giornali e regali per comprare dei sudoku, cosa che Zach non ha mai provato e che gli ho consigliato per passare il tempo, e un mazzo di carte da pocker per farci qualche partita mentre aspettiamo che succeda l’impossibile. Dopo giocare un po’ a carte, sono sceso al bar per mangiare un menù e prendere un po’ d’aria per strada. Con l’americano mi sto sorbendo una bella dose di ospedale. E meno male che non mi piacevano!

Dopo pranzo ho deciso di fare un giro informativo con le mie sorelle per raccontargli come va la cosa. Entrambe hanno dato lo stesso diagnostico: se ci fosse qualcosa di realmente serio che sta ostruendo l’intestino, come suggerì la chirurga di oggi, l’imbottigliamento sarebbe stato accompagnato da altri sintomi che Zach non manifesta. È molto strano, ma tutto sembra indicare che siamo davanti a un caso di stitichezza del viaggiatore provocato da una predisposizione del paziente, un po’ di apprensione al fare i bisogni in bagni di ostelli e rifugi dove la convenzione di Ginevra proibirebbe di far sedere un prigioniero di guerra, disidratazione provocata dalle lunghe camminate sotto il sole e tutto condito da un cambio di dieta: Zach è vegetariano e qui si è riempito di carne e salumi.

Una delle mie sorelle, la dottoressa Zen, ha aggiunto un’altra variante all’equazione, cosa che non dovremmo sottovalutare: Zach, al vedersi ricoverato in un ospedale spagnolo, dove non capisce niente, lontano da casa e dai suoi, è così spaventato che invece di cagarsi addosso, si sta cagando dentro, e che contro questo non c’è altra medicina che trasferirlo a casa e fargli sentire l’inno della bandiera a stelle e strisce ogni otto ore.-”Javi, scommetto ciò che vuoi che questo tipo non cacherà fino a che non sale sull’aereo e vede la Statua della Libertà dal finestrino”-, mi ha detto mia sorella in modo molto visuale.


Tornato in ospedale c’era all’ingresso un venditore di lotteria che offriva biglietti per l’estrazione della Croce Rossa. Ho pensato che se “merda” si utilizza in alcuni contesti come sinonimo di “buona fortuna”, non potevo lasciarmi scappare l’opportunità di mettere alla prova il destino comprando un paio di biglietti, uno per Zach e un altro per me, a condizione di dividerci il premio se uno di noi vinceva. Con la quantità di fortuna che ha l’americano dentro di sé, le possibilità di vincere sono piuttosto alte. A Zach gli ha fatto piacere ricevere il regalo e si è messo un memorandum nel cellulare per non dimenticare il sorteggio il diciotto luglio. Poi mi ha raccontato che in mia assenza ha fatto degli esercizi di yoga, e mi ha mostrato un video che ha registrato mentre ballava nella festa che abbiamo fatto al The Wall, a León, e dice che gli ha dato l’ispirazione per iniziare a fare un tipo di esercizio specifico che può stimolare i suoi intestini addormentati. Il ballo in questione non ha nessun segreto, e non è altro che il movimento epilettico di uno che ha bevuto troppo e che si muove al ritmo di musica. Una cosa simile al “super ballo” protagonizzato di Chunk nei Goonies.


Zach mi ha detto anche che, mentre io mangiavo in caffetteria, lui è stato portato di nuovo nella sala dei Raggi X per fargli delle lastre, delle quali ancora non sappiamo niente. -Che annata! -mi ha detto all’improvviso-. È la seconda volta che in meno di sei mesi, anche se faccio una vita sana, finisco all’ospedale. Zach mi aveva già accennato che a gennaio aveva avuto un prolema che l’obbligò a cercare urgentemente assistenza medica. Un venerdì, al finire una settimana di lavoro stressante, sentì che perdeva le forze e che stava per svenire da un momento all’altro. Riuscì ad arrivare a casa e passò la maggior parte del fine settimana a letto a dormire. La domenica si sentì un po’ meglio, e il lunedì andò a lavoro negli uffici bancari dove fa l’informatico. Tornato alla voragine dello stress quotidiano, sentì di nuovo gli stessi sintomi e gli mancarono le forze. A un certo punto, mentre parlava con un cliente dell’India che lo stava scocciando, sentì un dolore nel petto e una mancanza d’aria. Si scusò con il cliente, dicendogli che non si sentiva bene e che doveva andare in ospedale. Questo, invece di augurargli che non fosse nulla, continuò a parlare e gli chiese di non andarsene fino a quando non avesse risolto il problema che lo riguardava. Zach disse a sé stesso “ma che cazzo è tutto questo?”, e attaccò il telefono bruscamente.

Chiese aiuto a un compagno di lavoro, perché non si sentiva in grado di guidare fino all’ospedale, e una volta arrivato lo portarono al Pronto Soccorso, vedendo che nell’elettrocardiogramma aveva il ritmo alterato. Mentre aspettava che gli realizzassero nuove prove, Zach rimase sul lettino in mezzo al corridoio, dato che l’ospedale aveva molti pazienti in attesa, attaccato a una macchina che controllava la sua frequenza cardiaca. Il carico di lavoro di quelle settimane era così grande, che anche in quelle circostanze continuava a guardare il Blackberry per rispondere alla posta elettronica. Forse lo faceva anche per distrarsi e dimenticare lo spavento al vedersi in quella situazione. Fu allora che arrivò una chiamata. Era di nuovo il cliente indiano che gli rompeva le palle, stavolta sul cellulare di lavoro. Solo vedendo che si trattava di lui, Zach si alterò e la macchina iniziò a emettere un fischio, segnale che i suoi battiti si stavano alterando di nuovo. Solo allora capì che si trovava lì a causa dello stress del lavoro. Spense il cellulare e cercò di rilassarsi.

Gli diagnosticarono una fibrillazione auricolare, l’aritmia cardiaca più frequente e che può essere causata da diversi fattori. Nel nostro caso, le analisi e le prove successive dimostrarono che l’americano stava bene, e che forse era un virus a provocare quell’anomalia. Quando i medici non hanno spiegazioni di solito danno la colpa ai virus, il jolly della medicina che giustifica tutto ciò che non ha spiegazione. Zach aveva la sua teoria: era convinto che quell’incidente fosse relazionato con il suo tipo di vita e lo stress associato a un lavoro che non amava. Il fatto che la macchina alla quale era collegato impazzisse quando ricevette la chiamata dell’indiano rompipalle, ne era la dimostrazione. Zach voleva cambiare vita, ma non trovava il momento né cosa fare di diverso da ciò che aveva studiato per anni. Decise di fare il Cammino per riflettere, analizzare in che momento della sua vita si trovasse e verso dove volesse andare. E guarda un po’, è finito di nuovo nello stesso luogo dove non voleva finire, in un ospedale, tormentato da un male che non si sa cosa sia, ma che non fa presagire nulla di buono.

 

Ho ascoltato attentamente il suo racconto e mi sono chiesto di nuovo se esiste il destino, e se è così perché fa che Zach ed io ci incontriamo lungo i nostri percorsi. L’ho visto così abbattuto, che anche se io non parlo del tema ho voluto raccontargli una storia simile che mi è successa; potrebbe servirgli di incentivo e aiutarlo a capire che ciò che gli succede è più comune di quanto non creda. Secondo me, basandomi sulla mia esperienza, il suo corpo gli sta mandando segnali affinché cambi vita, perché cerchi qualcosa che lo faccia sentire bene. Non c’è lavoro che giustifichi il fatto di perdere la salute così giovane, e poi la vita è troppo breve per viverla con paura. Vorrei dirgli che deve farsi coraggio e non rassegnarsi a vivere come uno zombie nel suo ufficio, o magari prendendo medicine per poter lavorare. E anche che non bisogna accettare necessariamente le cose per un senso distorto del dovere o “perché questo è quello che c’è”.

Un paio di anni fa anch’io sono passato per un periodo di stress. Avevo firmato in una delle migliori banche del mondo per fare il responsabile di dipartimento, malgrado la mia giovane età, e la pressione la sentivo, era lì. Per ottenere risultati, certo, che si aspettano da una persona che occupa una certa posizione in un’istituzione di questo livello, e anche per la pressione che uno impone a se stesso, che non vuole deludere quelli che hanno confidato in lui, che ha un prestigio professionale da difendere e anche un amor proprio, a volte eccessivo. Perché non ammettere che a volte alcuni dei nostri problemi sono causati dalla mancanza di umiltà? Il caso è che dopo varie giornate da quindici ore in ufficio per chiudere un paio di operazioni, la mia vista iniziò ad annebbiarsi e inizia a vedere doppio. Inizialmente lo attribuì al numero di ore che passavo davanti al computer e chiusi gli occhi per un po’. Quando li ho aperti di nuovo, vedevo ancora doppio e, anche se mi concentravo sullo schermo, non riuscivo a leggere ciò che stava lì. Decisi di andare al bagno per rinfrescarmi, ma non servì a niente. Quello non era Lourdes e l’acqua non era benedetta.

Iniziai a preoccuparmi e decisi di scendere per strada per prendere aria e per fare due passi. Lo feci per una decina di minuti e la situazione non migliorava. In certi tipi di lavoro, come il mio, uno sente ogni tanto di gente che gli prende un colpo, da giovani, e che in questi casi la rapidità dell’intervento può essere decisiva. Come ho già detto, sono nato tra professionisti della salute e forse l’eccesso d’informazione fa sì che dia più importanza a certi temi correlati, magari più del dovuto. Iniziai a pensare che la vista doppia si dovesse a qualcosa di serio e che forse dovevo correre all’ospedale. Non volevo far preoccupare i miei genitori e le mie sorelle, perciò decisi di chiamare Joserra, il fratello del mio amico Alberto. Gli ho già detto che quest’amico è uno dei motivi per cui faccio il Cammino, e che anni fa, dopo aver perso Alberto, guadagnai il fratello Joserra, che fino ad allora conoscevo superficialmente ma al quale quella tragedia mi unì con la stessa forza. Joserra passò con ottimi voti l’esame di stato per i medici, è un internista presso l’ospedale della Paz, uno dei migliori del paese. E sono convinto che tra pochi anni sarà riconosciuto come uno dei migliori nella sua specialità in Spagna, per la sua dedizione e la passione con cui si dedica alla medicina. Gli dissi ciò che mi stava succedendo e mi rispose che, anche se non era niente, dovevo andare subito in ospedale. Era occupato e non poteva aspettarmi al Pronto Soccorso, ma avrebbe chiamato un medico di turno per farmi visitare subito.

Arrivai all’entrata un quarto d’ora dopo e andai a spiegare il mio problema. Dieci minuti dopo mi chiamarono in una sala in cui c’erano un paio di infermieri che mi chiesero i sintomi e mi misurarono la pressione. Vedendo la cifra che marcava, si alzarono e mi chiesero di seguirli. Uno di loro disse all’altro di cercare una sedia a rotelle, ma l’altro disse che dovevamo sbrigarci. Iniziai a pensare che quello non poteva essere vero, non poteva succedermi. Avevo solo trentaquattro anni per stare lì a sentire cose che uno non vorrebbe mai sentire.

Mi portarono in una sala nella quale mi aspettavano un paio di medici di turno, circondati da varie infermiere. Mi fecero togliere la camicia e mi collegarono a un elettrocardiogramma. Mi misero una pasticca sotto la lingua e iniziarono a visitarmi e a farmi domande per capire se mi orientavo e se rispondevo logicamente. Ero relativamente tranquillo, perché ero sicuro che tutto quello era eccessivo per quello che avevo. Che ero solo un po’ stressato che gli ospedali mi fanno paura e mi fanno alzare la pressione. “Sindrome del camice”, credo la chiamino. Poi mi chiesero di toccare vari punti del mio corpo con dita differenti per vedere se avevo coordinazione. Davanti a me c’era una ragazza con un pigiama verde che non diceva niente. Era giovane e molto bella, mi guardava spaventata, le tremavano le labbra e sembrava che stesse per piangere. Credo che fosse una studente al suo primo giorno di pratica. Poverina, stava mandando giù una pioggia di lacrime. Le sorrisi cercando di tranquillizzarla, convinto com’ero che non sarei morto così, per colpa dello stress causato da un paio di prestiti e da tutti i rompiscatole che mi chiamavano senza sosta per dirmi che avevano fretta, che non potevano aspettare perché la loro situazione era la più urgente di tutte. Un po’ come Zach e il suo odioso cliente indiano.

Il diagnostico fu una crisi d’ipertensione associata allo stress. Le prove che mi fecero successivamente dimostrarono che andava tutto bene. Le analisi evidenziarono livelli normali di colesterolo e zucchero. La tensione in fase di risposo stava bene, ma in ufficio si alzava un po’, anche se la media era normale per la mia età. Parlai con il medico che mi curava e mi disse che non dovevo preoccuparmi, che il tipo di lavoro che facevo mi provocava aumenti della pressione arteriale e che quello, non adesso ma tra dieci anni, se continuavo così, poteva situarmi nella popolazione a rischio di ipertensione e potrei aver avuto bisogno di una medicazione permanente.

Ero convinto che più che il lavoro in sé, il problema era dentro di me. Il mio lavoro aveva picchi di stress, certo, ma poteva salirmi la pressione anche se avessi fatto il cassiere al supermercato, in un bar dove non ti danno respiro o in una miniera. E inoltre in quei lavori si guadagna molto meno di ciò che guadagnavo io, quindi non sarò io a dare la colpa del mio malore al lavoro. Mi sembrava una mancanza di rispetto verso tutta quella gente che non può scegliere o che deve andare avanti con ciò che hanno e per di più ringraziare. No, il mio problema era un altro e lo portavo con me da un bel po’. Il mio problema era analizzare seriamente se ciò che facevo da qualche anno, anche se mi dava molte soddisfazioni era ciò che volevo fare per tutta la vita. Se volevo andare in pensione a sessantacinque anni, dopo aver lavorato per dodici ore al giorno da lunedì a venerdì, guardandomi indietro e senza aver soddisfatto altre inquietudini che avevo dentro. E dato che la risposta era sempre al 100% no, mi dissi: “Cazzo Javi, che minchia fai qui?”. E da quel momento seppi che dovevo preparare un piano B. Che non avevo scuse, che dovevo farmi coraggio e rompere quella dinamica. Correre i miei rischi, come feci dieci anni fa, quando me ne andai alla bene e meglio a Stoccolma, poi a Belfast e poi a Londra. E in quel momento mi dissi che la prima tappa di quel piano B sarebbe stata fare il Cammino di Santiago, una cosa che mi ero ripromesso tempo addietro.

Zach ha ascoltato con la stessa attenzione la mia storia, che stando a quanto mi ha detto gli è sembrata utile, e mi ha ringraziato per condividerla con lui. Mi ha detto anche che è proprio quello il problema che pensa di avere, ma che ancora non ha trovato il coraggio di tirarsi al vuoto, rompere con una vita comoda e cercare altre cose. Credo che Zach adesso capisca perché penso che abbiamo molto in comune e perché ci capiamo. In qualche modo mi vedo riflesso in lui e sento il bisogno di trasmettergli che la perdita improvvisa dell’amico del quale gli ho parlato, se mi ha insegnato qualcosa, è proprio che siamo qui di passaggio. Ci appartiene solo l’oggi e il domani è un regalo che riceviamo ogni giorno. E avendo il privilegio di poter decidere della nostra vita, non possiamo permetterci il lusso di sprecarla facendo cose che non ci riempiono o che ci rendono infelici. E le manifestazioni di stress per me non sono altro che segnali che fanno vedere l’insoddisfazione interiore, i conflitti da risolvere. Sono segnali che ti spingono a cambiare certe cose della tua vita, segnali che ti invia il tuo corpo, che è più saggio di noi, perché accumula informazione genetica di generazione in generazione, e sa ciò che ti fa bene.

 

Si stava facendo tardi e ho detto a Zach che andavo a cercare la dottoressa per sapere se c’erano novità. Mi ha detto che nelle ultime lastre ha visto dei miglioramenti e che inizia a vedersi l’inizio di attività gassosa e movimento intestinale, perciò crede che il vulcano inizierà ad eruttare nelle prossime ore. Malgrado ciò, l’americano non potrà andarsene fino a quando non espellerà un po’ di magma. Ho informato Zach e gli ho detto che domani dovremo prendere una decisione, e se non si produce il “Big Bang” dovrà firmare forse la dimissione volontaria, tornare negli Stati Uniti sotto la sua responsabilità e farsi fare lì un controllo completo. Per ovvie ragioni, non ho voluto dirgli che sicuramente lì a Lugo non volevano fargli quel controllo per il timore di trovare ciò che non vogliono trovare. Mi ha risposto seriamente che, succeda quel che succeda, lui vuole lasciare l’ospedale domani e cercare voli per tornare un giorno prima a casa.


Sono andato di nuovo a Lugo e sono andato nello stesso hotel, dove il padrone si stupisce ogni volta che mi vede tornare con il mio zaino da pellegrino, dato che vuol dire che il giorno D dello sbarco in Normandia è stato posticipato di nuovo. Dopo la solita doccia d’acqua calda, sono uscito per cenare e nella zona dei bar ho incontrato l’attraente internista che ci aveva curato il giorno prima. Stava prendendo qualcosa con il suo ragazzo e mi ha invitato a un pincho e a una birra. Mi ha chiesto sorpresa se stiamo ancora in ospedale, e le ho detto di sì. Mi ha commentato che le sembra tutto molto strano e che non avevano mai avuto un caso simile, e che è un peccato che l’americano se ne va perché poi il problema lo risolvono da un’altra parte. La storia è da pubblicare su una rivista medica. Dopo un po’ me ne sono andato cortesemente, perché anche se il ragazzo della dottoressa è stato molto simpatico, mi dava l’impressione che non volesse condividere la prima serata del fine settimana con un reggi moccolo che sta lì perché un suo amico americano non va al bagno da un mese. Una cosa perfettamente comprensibile. Arrivato in hotel ho mandato un messaggio a Zach per dirgli che avevo da dargli due notizie: una buone e una cattiva. La buona era che avevo incontrato la dottoressa in un bar e che avevamo passato un po’ di tempo insieme. La cattiva era che c’era pure il suo ragazzo. Zach mi ha fatto ridere con una risposta molto americana, nella quale in pratica diceva bella merda, che credeva che avessi trionfato fino a quando non gli ho menzionato il fidanzato: “Cazzo amico, stavo per eccitarmi fino a quando non mi hai parlato del suo ragazzo”. Vabbè…”.

 

Tradotto per Valerio Cruciani ¡Matadme!