Niente di più lontano dalla realtà. Non aveva avuto neanche le contrazioni durante la notte. Il parto doveva attendere. Nella mail Zach mi raccontava altre cose. Ho dovuto rileggerlo e sforzarmi di non perdere il contegno, ed evitare che mi scappasse qualche lacrima. Il mio amico americano, conosciuto una settimana fa nel bar di Elvis a Reliegos, mi diceva la seguente cosa:
“Caro amico mio che non conosco da molto,
devo chiederti di riprendere il Cammino e completare il tuo pellegrinaggio verso Santiago. Ti sarò sempre grato per la tua genuina ospitalità e per tutti i tuoi gesti di generosità, ma anche tu sei un pellegrino e devi fare il tuo proprio Cammino. Sono stato molto contento di averti conosciuto, hai una gran personalità. I tuoi genitori devono essere orgogliosi dell’uomo che hanno tirato su. Ma mi pentirò sempre se non riesco a convincerti di non preoccuparti più per me e di finire ciò che desideri ardentemente concludere. Qui mi trattano bene e per di più, vedendo che è praticamente impossibile arrivare a Santiago, sto valutando l’ipotesi di tornare a casa prima di lunedì e finire il Cammino come Dio comanda in un’altra occasione.
Il tuo riconoscente amico,
Zach.”
Messaggio al quale ho risposto così:
“Buongiorno Zach,
Grazie mille per le tue parole sincere. Anche se è da poco che ci conosciamo, ho trovato subito una connessione con te, e anche se siamo cresciuti in luoghi molto lontani e culturalmente diversi, credo che abbiamo molte cose in comune, oltre all’età. Ci sono persone che non riesci mai a conoscere davvero, e altre che una settimana è già sufficiente. Ti considero un amico, e con gli amici si sta sempre, in ogni situazione. Una delle ragioni per cui sto facendo il Cammino è per un buon amico che ho perso qualche anno fa e che mi stava sempre accanto quando ne avevo bisogno. Se me ne andassi senza preoccuparmi per te non me lo perdonerei, né me lo perdonerebbe lui, quindi su questo tema non discuto. Siamo entrati insieme in ospedale e ne usciremo insieme. Vediamo cosa dicono i medici stamattina e in base a quello penseremo a cosa fare. Tra un’ora sto da te.
Un abbraccio,
Javi.”
Poco dopo sono apparse le dottoresse di guardia nella ronda mattutina. Erano diverse da ieri, un’altra internista e una chirurga. Mi hanno chiesto di uscire in corridoio. Gli ho detto che se parlavano inglese, per me non c’era problema, e allora mi hanno detto di no e mi hanno chiesto di restare. Se non esigiamo ai nostri governanti di parlare un inglese decente per non fare figuracce ogni volta che vanno all’estero a difendere, come dicono, i nostri interessi, di certo non lo esigiamo neanche ai medici dell’ospedale di Lugo. Ma credo che in Spagna in generale si dovrebbe rivedere il tema dell’insegnamento delle lingue. Mi chiedo come mai usciamo dalla scuola a diciotto anni, con la lingua di Shakespeare obbligatoria in tutte le scuole, dopo aver speso i soldi dei nostri genitori e molto tempo da parte nostra, senza capire un cazzo d’inglese.
Oltre a non parlare inglese, le dottoresse in questione credo che non conoscessero bene la storia di Zach e con il suo caso andavano un po’ a naso. Sono rimaste sorprese quando gli ho detto che era da un mese che il tronco non scendeva dalla cascata, ma mi hanno detto di non preoccuparci, che gli avrebbero applicato una soluzione che è mano di santo e che tra mezz’ora si sarebbe risolto tutto. Dato che mi sembravano un po’ perse, gli ho chiesto se si trattasse della soluzione che si usa per le colonscopie e sorprese, mi hanno detto di sì. Volevano sapere perché lo chiedevo. “Perché gli avete dato già due caraffe di un litro e mezzo ciascuna e ancora deve arrivare la prima tirata di catena”, ho risposto. Per lo spavento le tipe quasi cadono a terra. “Santa Madonna!”, ha esclamato una di loro. L’altra mi ha chiesto se Zach ha precedenti in famiglia di quella malattina innominabile e le ho detto che non lo so, e che non sapevo come chiederglielo. Lei mi ha detto che hanno bisogno di saperlo, perché ci può essere qualcosa di non previsto e non desiderabile che ostruisce l’intestino. Zach mi ha risposto, impallidendo, che tra i suoi parenti più stretti non ci sono problemi seri nell’apparato digestivo. Le dottoresse hanno deciso di fargli altre lastre e di provare con un’altra dose della soluzione, ma un po’ più forte. Grazie al cielo hanno detto che l’addome è ancora morbido e che, data l’assenza di altri sintomi, come dolore intenso o vomito, si può dire che la situazione è sotto controllo.
Dopo la visita dei medici di turno, si è capito che ci aspettava un’altra lunga giornata del particolare via crucis che stavamo vivendo nel Pronto Soccorso dell’ospedale di Lugo. Davanti a quel panorama, e seguendo il consiglio di muoversi che i dottori hanno dato a Zach, abbiamo deciso di prenderci le cose con calma e percorrere i corridoi e il piano terra. Durante la passeggiata Zach mi ha chiesto se ho visto una puntata di South Park in cui uno dei protagonisti batte il record mondiale della cacata più grande della storia. Mi ha fatto vedere il video su YouTube, ci siamo fatti due risate e mi ha detto che quello è uno scherzo comparato con quello che ha in caldo lui, e che farebbero meglio a metterlo sul tetto dell’edificio.
Continuando con la camminata ci siamo fermati davanti al negozio di giornali e regali per comprare dei sudoku, cosa che Zach non ha mai provato e che gli ho consigliato per passare il tempo, e un mazzo di carte da pocker per farci qualche partita mentre aspettiamo che succeda l’impossibile. Dopo giocare un po’ a carte, sono sceso al bar per mangiare un menù e prendere un po’ d’aria per strada. Con l’americano mi sto sorbendo una bella dose di ospedale. E meno male che non mi piacevano!
Una delle mie sorelle, la dottoressa Zen, ha aggiunto un’altra variante all’equazione, cosa che non dovremmo sottovalutare: Zach, al vedersi ricoverato in un ospedale spagnolo, dove non capisce niente, lontano da casa e dai suoi, è così spaventato che invece di cagarsi addosso, si sta cagando dentro, e che contro questo non c’è altra medicina che trasferirlo a casa e fargli sentire l’inno della bandiera a stelle e strisce ogni otto ore.-”Javi, scommetto ciò che vuoi che questo tipo non cacherà fino a che non sale sull’aereo e vede la Statua della Libertà dal finestrino”-, mi ha detto mia sorella in modo molto visuale.
Tornato in ospedale c’era all’ingresso un venditore di lotteria che offriva biglietti per l’estrazione della Croce Rossa. Ho pensato che se “merda” si utilizza in alcuni contesti come sinonimo di “buona fortuna”, non potevo lasciarmi scappare l’opportunità di mettere alla prova il destino comprando un paio di biglietti, uno per Zach e un altro per me, a condizione di dividerci il premio se uno di noi vinceva. Con la quantità di fortuna che ha l’americano dentro di sé, le possibilità di vincere sono piuttosto alte. A Zach gli ha fatto piacere ricevere il regalo e si è messo un memorandum nel cellulare per non dimenticare il sorteggio il diciotto luglio. Poi mi ha raccontato che in mia assenza ha fatto degli esercizi di yoga, e mi ha mostrato un video che ha registrato mentre ballava nella festa che abbiamo fatto al The Wall, a León, e dice che gli ha dato l’ispirazione per iniziare a fare un tipo di esercizio specifico che può stimolare i suoi intestini addormentati. Il ballo in questione non ha nessun segreto, e non è altro che il movimento epilettico di uno che ha bevuto troppo e che si muove al ritmo di musica. Una cosa simile al “super ballo” protagonizzato di Chunk nei Goonies.
Chiese aiuto a un compagno di lavoro, perché non si sentiva in grado di guidare fino all’ospedale, e una volta arrivato lo portarono al Pronto Soccorso, vedendo che nell’elettrocardiogramma aveva il ritmo alterato. Mentre aspettava che gli realizzassero nuove prove, Zach rimase sul lettino in mezzo al corridoio, dato che l’ospedale aveva molti pazienti in attesa, attaccato a una macchina che controllava la sua frequenza cardiaca. Il carico di lavoro di quelle settimane era così grande, che anche in quelle circostanze continuava a guardare il Blackberry per rispondere alla posta elettronica. Forse lo faceva anche per distrarsi e dimenticare lo spavento al vedersi in quella situazione. Fu allora che arrivò una chiamata. Era di nuovo il cliente indiano che gli rompeva le palle, stavolta sul cellulare di lavoro. Solo vedendo che si trattava di lui, Zach si alterò e la macchina iniziò a emettere un fischio, segnale che i suoi battiti si stavano alterando di nuovo. Solo allora capì che si trovava lì a causa dello stress del lavoro. Spense il cellulare e cercò di rilassarsi.
Gli diagnosticarono una fibrillazione auricolare, l’aritmia cardiaca più frequente e che può essere causata da diversi fattori. Nel nostro caso, le analisi e le prove successive dimostrarono che l’americano stava bene, e che forse era un virus a provocare quell’anomalia. Quando i medici non hanno spiegazioni di solito danno la colpa ai virus, il jolly della medicina che giustifica tutto ciò che non ha spiegazione. Zach aveva la sua teoria: era convinto che quell’incidente fosse relazionato con il suo tipo di vita e lo stress associato a un lavoro che non amava. Il fatto che la macchina alla quale era collegato impazzisse quando ricevette la chiamata dell’indiano rompipalle, ne era la dimostrazione. Zach voleva cambiare vita, ma non trovava il momento né cosa fare di diverso da ciò che aveva studiato per anni. Decise di fare il Cammino per riflettere, analizzare in che momento della sua vita si trovasse e verso dove volesse andare. E guarda un po’, è finito di nuovo nello stesso luogo dove non voleva finire, in un ospedale, tormentato da un male che non si sa cosa sia, ma che non fa presagire nulla di buono.
Un paio di anni fa anch’io sono passato per un periodo di stress. Avevo firmato in una delle migliori banche del mondo per fare il responsabile di dipartimento, malgrado la mia giovane età, e la pressione la sentivo, era lì. Per ottenere risultati, certo, che si aspettano da una persona che occupa una certa posizione in un’istituzione di questo livello, e anche per la pressione che uno impone a se stesso, che non vuole deludere quelli che hanno confidato in lui, che ha un prestigio professionale da difendere e anche un amor proprio, a volte eccessivo. Perché non ammettere che a volte alcuni dei nostri problemi sono causati dalla mancanza di umiltà? Il caso è che dopo varie giornate da quindici ore in ufficio per chiudere un paio di operazioni, la mia vista iniziò ad annebbiarsi e inizia a vedere doppio. Inizialmente lo attribuì al numero di ore che passavo davanti al computer e chiusi gli occhi per un po’. Quando li ho aperti di nuovo, vedevo ancora doppio e, anche se mi concentravo sullo schermo, non riuscivo a leggere ciò che stava lì. Decisi di andare al bagno per rinfrescarmi, ma non servì a niente. Quello non era Lourdes e l’acqua non era benedetta.
Iniziai a preoccuparmi e decisi di scendere per strada per prendere aria e per fare due passi. Lo feci per una decina di minuti e la situazione non migliorava. In certi tipi di lavoro, come il mio, uno sente ogni tanto di gente che gli prende un colpo, da giovani, e che in questi casi la rapidità dell’intervento può essere decisiva. Come ho già detto, sono nato tra professionisti della salute e forse l’eccesso d’informazione fa sì che dia più importanza a certi temi correlati, magari più del dovuto. Iniziai a pensare che la vista doppia si dovesse a qualcosa di serio e che forse dovevo correre all’ospedale. Non volevo far preoccupare i miei genitori e le mie sorelle, perciò decisi di chiamare Joserra, il fratello del mio amico Alberto. Gli ho già detto che quest’amico è uno dei motivi per cui faccio il Cammino, e che anni fa, dopo aver perso Alberto, guadagnai il fratello Joserra, che fino ad allora conoscevo superficialmente ma al quale quella tragedia mi unì con la stessa forza. Joserra passò con ottimi voti l’esame di stato per i medici, è un internista presso l’ospedale della Paz, uno dei migliori del paese. E sono convinto che tra pochi anni sarà riconosciuto come uno dei migliori nella sua specialità in Spagna, per la sua dedizione e la passione con cui si dedica alla medicina. Gli dissi ciò che mi stava succedendo e mi rispose che, anche se non era niente, dovevo andare subito in ospedale. Era occupato e non poteva aspettarmi al Pronto Soccorso, ma avrebbe chiamato un medico di turno per farmi visitare subito.
Arrivai all’entrata un quarto d’ora dopo e andai a spiegare il mio problema. Dieci minuti dopo mi chiamarono in una sala in cui c’erano un paio di infermieri che mi chiesero i sintomi e mi misurarono la pressione. Vedendo la cifra che marcava, si alzarono e mi chiesero di seguirli. Uno di loro disse all’altro di cercare una sedia a rotelle, ma l’altro disse che dovevamo sbrigarci. Iniziai a pensare che quello non poteva essere vero, non poteva succedermi. Avevo solo trentaquattro anni per stare lì a sentire cose che uno non vorrebbe mai sentire.
Mi portarono in una sala nella quale mi aspettavano un paio di medici di turno, circondati da varie infermiere. Mi fecero togliere la camicia e mi collegarono a un elettrocardiogramma. Mi misero una pasticca sotto la lingua e iniziarono a visitarmi e a farmi domande per capire se mi orientavo e se rispondevo logicamente. Ero relativamente tranquillo, perché ero sicuro che tutto quello era eccessivo per quello che avevo. Che ero solo un po’ stressato che gli ospedali mi fanno paura e mi fanno alzare la pressione. “Sindrome del camice”, credo la chiamino. Poi mi chiesero di toccare vari punti del mio corpo con dita differenti per vedere se avevo coordinazione. Davanti a me c’era una ragazza con un pigiama verde che non diceva niente. Era giovane e molto bella, mi guardava spaventata, le tremavano le labbra e sembrava che stesse per piangere. Credo che fosse una studente al suo primo giorno di pratica. Poverina, stava mandando giù una pioggia di lacrime. Le sorrisi cercando di tranquillizzarla, convinto com’ero che non sarei morto così, per colpa dello stress causato da un paio di prestiti e da tutti i rompiscatole che mi chiamavano senza sosta per dirmi che avevano fretta, che non potevano aspettare perché la loro situazione era la più urgente di tutte. Un po’ come Zach e il suo odioso cliente indiano.
Il diagnostico fu una crisi d’ipertensione associata allo stress. Le prove che mi fecero successivamente dimostrarono che andava tutto bene. Le analisi evidenziarono livelli normali di colesterolo e zucchero. La tensione in fase di risposo stava bene, ma in ufficio si alzava un po’, anche se la media era normale per la mia età. Parlai con il medico che mi curava e mi disse che non dovevo preoccuparmi, che il tipo di lavoro che facevo mi provocava aumenti della pressione arteriale e che quello, non adesso ma tra dieci anni, se continuavo così, poteva situarmi nella popolazione a rischio di ipertensione e potrei aver avuto bisogno di una medicazione permanente.
Ero convinto che più che il lavoro in sé, il problema era dentro di me. Il mio lavoro aveva picchi di stress, certo, ma poteva salirmi la pressione anche se avessi fatto il cassiere al supermercato, in un bar dove non ti danno respiro o in una miniera. E inoltre in quei lavori si guadagna molto meno di ciò che guadagnavo io, quindi non sarò io a dare la colpa del mio malore al lavoro. Mi sembrava una mancanza di rispetto verso tutta quella gente che non può scegliere o che deve andare avanti con ciò che hanno e per di più ringraziare. No, il mio problema era un altro e lo portavo con me da un bel po’. Il mio problema era analizzare seriamente se ciò che facevo da qualche anno, anche se mi dava molte soddisfazioni era ciò che volevo fare per tutta la vita. Se volevo andare in pensione a sessantacinque anni, dopo aver lavorato per dodici ore al giorno da lunedì a venerdì, guardandomi indietro e senza aver soddisfatto altre inquietudini che avevo dentro. E dato che la risposta era sempre al 100% no, mi dissi: “Cazzo Javi, che minchia fai qui?”. E da quel momento seppi che dovevo preparare un piano B. Che non avevo scuse, che dovevo farmi coraggio e rompere quella dinamica. Correre i miei rischi, come feci dieci anni fa, quando me ne andai alla bene e meglio a Stoccolma, poi a Belfast e poi a Londra. E in quel momento mi dissi che la prima tappa di quel piano B sarebbe stata fare il Cammino di Santiago, una cosa che mi ero ripromesso tempo addietro.
Zach ha ascoltato con la stessa attenzione la mia storia, che stando a quanto mi ha detto gli è sembrata utile, e mi ha ringraziato per condividerla con lui. Mi ha detto anche che è proprio quello il problema che pensa di avere, ma che ancora non ha trovato il coraggio di tirarsi al vuoto, rompere con una vita comoda e cercare altre cose. Credo che Zach adesso capisca perché penso che abbiamo molto in comune e perché ci capiamo. In qualche modo mi vedo riflesso in lui e sento il bisogno di trasmettergli che la perdita improvvisa dell’amico del quale gli ho parlato, se mi ha insegnato qualcosa, è proprio che siamo qui di passaggio. Ci appartiene solo l’oggi e il domani è un regalo che riceviamo ogni giorno. E avendo il privilegio di poter decidere della nostra vita, non possiamo permetterci il lusso di sprecarla facendo cose che non ci riempiono o che ci rendono infelici. E le manifestazioni di stress per me non sono altro che segnali che fanno vedere l’insoddisfazione interiore, i conflitti da risolvere. Sono segnali che ti spingono a cambiare certe cose della tua vita, segnali che ti invia il tuo corpo, che è più saggio di noi, perché accumula informazione genetica di generazione in generazione, e sa ciò che ti fa bene.
Si stava facendo tardi e ho detto a Zach che andavo a cercare la dottoressa per sapere se c’erano novità. Mi ha detto che nelle ultime lastre ha visto dei miglioramenti e che inizia a vedersi l’inizio di attività gassosa e movimento intestinale, perciò crede che il vulcano inizierà ad eruttare nelle prossime ore. Malgrado ciò, l’americano non potrà andarsene fino a quando non espellerà un po’ di magma. Ho informato Zach e gli ho detto che domani dovremo prendere una decisione, e se non si produce il “Big Bang” dovrà firmare forse la dimissione volontaria, tornare negli Stati Uniti sotto la sua responsabilità e farsi fare lì un controllo completo. Per ovvie ragioni, non ho voluto dirgli che sicuramente lì a Lugo non volevano fargli quel controllo per il timore di trovare ciò che non vogliono trovare. Mi ha risposto seriamente che, succeda quel che succeda, lui vuole lasciare l’ospedale domani e cercare voli per tornare un giorno prima a casa.
Sono andato di nuovo a Lugo e sono andato nello stesso hotel, dove il padrone si stupisce ogni volta che mi vede tornare con il mio zaino da pellegrino, dato che vuol dire che il giorno D dello sbarco in Normandia è stato posticipato di nuovo. Dopo la solita doccia d’acqua calda, sono uscito per cenare e nella zona dei bar ho incontrato l’attraente internista che ci aveva curato il giorno prima. Stava prendendo qualcosa con il suo ragazzo e mi ha invitato a un pincho e a una birra. Mi ha chiesto sorpresa se stiamo ancora in ospedale, e le ho detto di sì. Mi ha commentato che le sembra tutto molto strano e che non avevano mai avuto un caso simile, e che è un peccato che l’americano se ne va perché poi il problema lo risolvono da un’altra parte. La storia è da pubblicare su una rivista medica. Dopo un po’ me ne sono andato cortesemente, perché anche se il ragazzo della dottoressa è stato molto simpatico, mi dava l’impressione che non volesse condividere la prima serata del fine settimana con un reggi moccolo che sta lì perché un suo amico americano non va al bagno da un mese. Una cosa perfettamente comprensibile. Arrivato in hotel ho mandato un messaggio a Zach per dirgli che avevo da dargli due notizie: una buone e una cattiva. La buona era che avevo incontrato la dottoressa in un bar e che avevamo passato un po’ di tempo insieme. La cattiva era che c’era pure il suo ragazzo. Zach mi ha fatto ridere con una risposta molto americana, nella quale in pratica diceva bella merda, che credeva che avessi trionfato fino a quando non gli ho menzionato il fidanzato: “Cazzo amico, stavo per eccitarmi fino a quando non mi hai parlato del suo ragazzo”. Vabbè…”.
Tradotto per Valerio Cruciani ¡Matadme!








