viernes, 31 de mayo de 2013

Trentatreesima Tappa: Ospedale di Lugo

Ieri mi sono messo a scrivere e tra una cosa e l’altra mi si sono fatte le quattro della mattina. Avevo messo la sveglia alle otto per arrivare presto in ospedale, ma l’ho spetta per darmi un’ora in più. Avevo bisogno di riposare. Alle nove mi sono svegliato e mi sono alzato. Ho acceso il cellulare e ho visto che avevo un messaggio di Zach su Facebook. L’ho aperto ansioso, sperando che mi raccontasse che a Lugo si era scatenata la Terza Guerra Mondiale, che l’ospedale fosse zona sigillata, un gigante fungo di fumo e materiali incandescenti visibile da centinaia di chilometri di distanza. Un cratere enorme in Galizia agli occhi di un satellite. Speravo che avessero trovato dei sommozzatori nella zona del Pronto Soccorso che cercavano resti di vita umana e che uscivano da lì agitati e con i peli del naso bruciati.

Niente di più lontano dalla realtà. Non aveva avuto neanche le contrazioni durante la notte. Il parto doveva attendere. Nella mail Zach mi raccontava altre cose. Ho dovuto rileggerlo e sforzarmi di non perdere il contegno, ed evitare che mi scappasse qualche lacrima. Il mio amico americano, conosciuto una settimana fa nel bar di Elvis a Reliegos, mi diceva la seguente cosa:

“Caro amico mio che non conosco da molto,

devo chiederti di riprendere il Cammino e completare il tuo pellegrinaggio verso Santiago. Ti sarò sempre grato per la tua genuina ospitalità e per tutti i tuoi gesti di generosità, ma anche tu sei un pellegrino e devi fare il tuo proprio Cammino. Sono stato molto contento di averti conosciuto, hai una gran personalità. I tuoi genitori devono essere orgogliosi dell’uomo che hanno tirato su. Ma mi pentirò sempre se non riesco a convincerti di non preoccuparti più per me e di finire ciò che desideri ardentemente concludere. Qui mi trattano bene e per di più, vedendo che è praticamente impossibile arrivare a Santiago, sto valutando l’ipotesi di tornare a casa prima di lunedì e finire il Cammino come Dio comanda in un’altra occasione.

Il tuo riconoscente amico,

Zach.”

Messaggio al quale ho risposto così:

“Buongiorno Zach,

Grazie mille per le tue parole sincere. Anche se è da poco che ci conosciamo, ho trovato subito una connessione con te, e anche se siamo cresciuti in luoghi molto lontani e culturalmente diversi, credo che abbiamo molte cose in comune, oltre all’età. Ci sono persone che non riesci mai a conoscere davvero, e altre che una settimana è già sufficiente. Ti considero un amico, e con gli amici si sta sempre, in ogni situazione. Una delle ragioni per cui sto facendo il Cammino è per un buon amico che ho perso qualche anno fa e che mi stava sempre accanto quando ne avevo bisogno. Se me ne andassi senza preoccuparmi per te non me lo perdonerei, né me lo perdonerebbe lui, quindi su questo tema non discuto. Siamo entrati insieme in ospedale e ne usciremo insieme. Vediamo cosa dicono i medici stamattina e in base a quello penseremo a cosa fare. Tra un’ora sto da te.

Un abbraccio,

Javi.”

 

Sarò arrivato in ospedale verso le dieci. Zach non era in stanza e mi sono seduto accanto al suo letto per aspettarlo. È apparso sconvolto poco dopo. Veniva dal bagno dopo l’ennesima sconfitta. Niente di niente. Ogni volta che Zach si alza dal bagno, nel Pronto Soccorso tratteniamo il fiato, non per la radioattività che può uscire da lì ma per la voglia che abbiamo tutti che finisca presto quella storia. Mi ricorda uno di quei film americani nel quali gli extraterrestri invadono la terra e il film mostra sequenze in cui la gente di tutto il pianeta segue gli eventi attaccati alla TV, a casa, in un bar, in ufficio o dal parrucchiere. Mi sono immaginato una sequenza simile: la CNN che apre le notizie in orario di massima udienza con il caso di un americano che stava facendo il Cammino di Santiago, e che è ancora isolato in Spagna dopo un intero mese senza poter sganciare. Mi sono immaginato persone di varie nazionalità attaccate alla TV, a New York, a Londra, a Madrid, a Rio de Janeiro, a Tokio, Nairobi, Sidney e Gerusalemme, sperando le ultime novità, sforzandosi tutti insieme, il mondo dimentico delle sue differenze, fratelli in un gioco della fune virtuale, tirando tutti insieme per sloggiare quella creatura di Satana alloggiata nel basso ventre dell’americano.

Poco dopo sono apparse le dottoresse di guardia nella ronda mattutina. Erano diverse da ieri, un’altra internista e una chirurga. Mi hanno chiesto di uscire in corridoio. Gli ho detto che se parlavano inglese, per me non c’era problema, e allora mi hanno detto di no e mi hanno chiesto di restare. Se non esigiamo ai nostri governanti di parlare un inglese decente per non fare figuracce ogni volta che vanno all’estero a difendere, come dicono, i nostri interessi, di certo non lo esigiamo neanche ai medici dell’ospedale di Lugo. Ma credo che in Spagna in generale si dovrebbe rivedere il tema dell’insegnamento delle lingue. Mi chiedo come mai usciamo dalla scuola a diciotto anni, con la lingua di Shakespeare obbligatoria in tutte le scuole, dopo aver speso i soldi dei nostri genitori e molto tempo da parte nostra, senza capire un cazzo d’inglese.

Oltre a non parlare inglese, le dottoresse in questione credo che non conoscessero bene la storia di Zach e con il suo caso andavano un po’ a naso. Sono rimaste sorprese quando gli ho detto che era da un mese che il tronco non scendeva dalla cascata, ma mi hanno detto di non preoccuparci, che gli avrebbero applicato una soluzione che è mano di santo e che tra mezz’ora si sarebbe risolto tutto. Dato che mi sembravano un po’ perse, gli ho chiesto se si trattasse della soluzione che si usa per le colonscopie e sorprese, mi hanno detto di sì. Volevano sapere perché lo chiedevo. “Perché gli avete dato già due caraffe di un litro e mezzo ciascuna e ancora deve arrivare la prima tirata di catena”, ho risposto. Per lo spavento le tipe quasi cadono a terra. “Santa Madonna!”, ha esclamato una di loro. L’altra mi ha chiesto se Zach ha precedenti in famiglia di quella malattina innominabile e le ho detto che non lo so, e che non sapevo come chiederglielo. Lei mi ha detto che hanno bisogno di saperlo, perché ci può essere qualcosa di non previsto e non desiderabile che ostruisce l’intestino. Zach mi ha risposto, impallidendo, che tra i suoi parenti più stretti non ci sono problemi seri nell’apparato digestivo. Le dottoresse hanno deciso di fargli altre lastre e di provare con un’altra dose della soluzione, ma un po’ più forte. Grazie al cielo hanno detto che l’addome è ancora morbido e che, data l’assenza di altri sintomi, come dolore intenso o vomito, si può dire che la situazione è sotto controllo.

Dopo la visita dei medici di turno, si è capito che ci aspettava un’altra lunga giornata del particolare via crucis che stavamo vivendo nel Pronto Soccorso dell’ospedale di Lugo. Davanti a quel panorama, e seguendo il consiglio di muoversi che i dottori hanno dato a Zach, abbiamo deciso di prenderci le cose con calma e percorrere i corridoi e il piano terra. Durante la passeggiata Zach mi ha chiesto se ho visto una puntata di South Park in cui uno dei protagonisti batte il record mondiale della cacata più grande della storia. Mi ha fatto vedere il video su YouTube, ci siamo fatti due risate e mi ha detto che quello è uno scherzo comparato con quello che ha in caldo lui, e che farebbero meglio a metterlo sul tetto dell’edificio.

 

Continuando con la camminata ci siamo fermati davanti al negozio di giornali e regali per comprare dei sudoku, cosa che Zach non ha mai provato e che gli ho consigliato per passare il tempo, e un mazzo di carte da pocker per farci qualche partita mentre aspettiamo che succeda l’impossibile. Dopo giocare un po’ a carte, sono sceso al bar per mangiare un menù e prendere un po’ d’aria per strada. Con l’americano mi sto sorbendo una bella dose di ospedale. E meno male che non mi piacevano!

Dopo pranzo ho deciso di fare un giro informativo con le mie sorelle per raccontargli come va la cosa. Entrambe hanno dato lo stesso diagnostico: se ci fosse qualcosa di realmente serio che sta ostruendo l’intestino, come suggerì la chirurga di oggi, l’imbottigliamento sarebbe stato accompagnato da altri sintomi che Zach non manifesta. È molto strano, ma tutto sembra indicare che siamo davanti a un caso di stitichezza del viaggiatore provocato da una predisposizione del paziente, un po’ di apprensione al fare i bisogni in bagni di ostelli e rifugi dove la convenzione di Ginevra proibirebbe di far sedere un prigioniero di guerra, disidratazione provocata dalle lunghe camminate sotto il sole e tutto condito da un cambio di dieta: Zach è vegetariano e qui si è riempito di carne e salumi.

Una delle mie sorelle, la dottoressa Zen, ha aggiunto un’altra variante all’equazione, cosa che non dovremmo sottovalutare: Zach, al vedersi ricoverato in un ospedale spagnolo, dove non capisce niente, lontano da casa e dai suoi, è così spaventato che invece di cagarsi addosso, si sta cagando dentro, e che contro questo non c’è altra medicina che trasferirlo a casa e fargli sentire l’inno della bandiera a stelle e strisce ogni otto ore.-”Javi, scommetto ciò che vuoi che questo tipo non cacherà fino a che non sale sull’aereo e vede la Statua della Libertà dal finestrino”-, mi ha detto mia sorella in modo molto visuale.


Tornato in ospedale c’era all’ingresso un venditore di lotteria che offriva biglietti per l’estrazione della Croce Rossa. Ho pensato che se “merda” si utilizza in alcuni contesti come sinonimo di “buona fortuna”, non potevo lasciarmi scappare l’opportunità di mettere alla prova il destino comprando un paio di biglietti, uno per Zach e un altro per me, a condizione di dividerci il premio se uno di noi vinceva. Con la quantità di fortuna che ha l’americano dentro di sé, le possibilità di vincere sono piuttosto alte. A Zach gli ha fatto piacere ricevere il regalo e si è messo un memorandum nel cellulare per non dimenticare il sorteggio il diciotto luglio. Poi mi ha raccontato che in mia assenza ha fatto degli esercizi di yoga, e mi ha mostrato un video che ha registrato mentre ballava nella festa che abbiamo fatto al The Wall, a León, e dice che gli ha dato l’ispirazione per iniziare a fare un tipo di esercizio specifico che può stimolare i suoi intestini addormentati. Il ballo in questione non ha nessun segreto, e non è altro che il movimento epilettico di uno che ha bevuto troppo e che si muove al ritmo di musica. Una cosa simile al “super ballo” protagonizzato di Chunk nei Goonies.


Zach mi ha detto anche che, mentre io mangiavo in caffetteria, lui è stato portato di nuovo nella sala dei Raggi X per fargli delle lastre, delle quali ancora non sappiamo niente. -Che annata! -mi ha detto all’improvviso-. È la seconda volta che in meno di sei mesi, anche se faccio una vita sana, finisco all’ospedale. Zach mi aveva già accennato che a gennaio aveva avuto un prolema che l’obbligò a cercare urgentemente assistenza medica. Un venerdì, al finire una settimana di lavoro stressante, sentì che perdeva le forze e che stava per svenire da un momento all’altro. Riuscì ad arrivare a casa e passò la maggior parte del fine settimana a letto a dormire. La domenica si sentì un po’ meglio, e il lunedì andò a lavoro negli uffici bancari dove fa l’informatico. Tornato alla voragine dello stress quotidiano, sentì di nuovo gli stessi sintomi e gli mancarono le forze. A un certo punto, mentre parlava con un cliente dell’India che lo stava scocciando, sentì un dolore nel petto e una mancanza d’aria. Si scusò con il cliente, dicendogli che non si sentiva bene e che doveva andare in ospedale. Questo, invece di augurargli che non fosse nulla, continuò a parlare e gli chiese di non andarsene fino a quando non avesse risolto il problema che lo riguardava. Zach disse a sé stesso “ma che cazzo è tutto questo?”, e attaccò il telefono bruscamente.

Chiese aiuto a un compagno di lavoro, perché non si sentiva in grado di guidare fino all’ospedale, e una volta arrivato lo portarono al Pronto Soccorso, vedendo che nell’elettrocardiogramma aveva il ritmo alterato. Mentre aspettava che gli realizzassero nuove prove, Zach rimase sul lettino in mezzo al corridoio, dato che l’ospedale aveva molti pazienti in attesa, attaccato a una macchina che controllava la sua frequenza cardiaca. Il carico di lavoro di quelle settimane era così grande, che anche in quelle circostanze continuava a guardare il Blackberry per rispondere alla posta elettronica. Forse lo faceva anche per distrarsi e dimenticare lo spavento al vedersi in quella situazione. Fu allora che arrivò una chiamata. Era di nuovo il cliente indiano che gli rompeva le palle, stavolta sul cellulare di lavoro. Solo vedendo che si trattava di lui, Zach si alterò e la macchina iniziò a emettere un fischio, segnale che i suoi battiti si stavano alterando di nuovo. Solo allora capì che si trovava lì a causa dello stress del lavoro. Spense il cellulare e cercò di rilassarsi.

Gli diagnosticarono una fibrillazione auricolare, l’aritmia cardiaca più frequente e che può essere causata da diversi fattori. Nel nostro caso, le analisi e le prove successive dimostrarono che l’americano stava bene, e che forse era un virus a provocare quell’anomalia. Quando i medici non hanno spiegazioni di solito danno la colpa ai virus, il jolly della medicina che giustifica tutto ciò che non ha spiegazione. Zach aveva la sua teoria: era convinto che quell’incidente fosse relazionato con il suo tipo di vita e lo stress associato a un lavoro che non amava. Il fatto che la macchina alla quale era collegato impazzisse quando ricevette la chiamata dell’indiano rompipalle, ne era la dimostrazione. Zach voleva cambiare vita, ma non trovava il momento né cosa fare di diverso da ciò che aveva studiato per anni. Decise di fare il Cammino per riflettere, analizzare in che momento della sua vita si trovasse e verso dove volesse andare. E guarda un po’, è finito di nuovo nello stesso luogo dove non voleva finire, in un ospedale, tormentato da un male che non si sa cosa sia, ma che non fa presagire nulla di buono.

 

Ho ascoltato attentamente il suo racconto e mi sono chiesto di nuovo se esiste il destino, e se è così perché fa che Zach ed io ci incontriamo lungo i nostri percorsi. L’ho visto così abbattuto, che anche se io non parlo del tema ho voluto raccontargli una storia simile che mi è successa; potrebbe servirgli di incentivo e aiutarlo a capire che ciò che gli succede è più comune di quanto non creda. Secondo me, basandomi sulla mia esperienza, il suo corpo gli sta mandando segnali affinché cambi vita, perché cerchi qualcosa che lo faccia sentire bene. Non c’è lavoro che giustifichi il fatto di perdere la salute così giovane, e poi la vita è troppo breve per viverla con paura. Vorrei dirgli che deve farsi coraggio e non rassegnarsi a vivere come uno zombie nel suo ufficio, o magari prendendo medicine per poter lavorare. E anche che non bisogna accettare necessariamente le cose per un senso distorto del dovere o “perché questo è quello che c’è”.

Un paio di anni fa anch’io sono passato per un periodo di stress. Avevo firmato in una delle migliori banche del mondo per fare il responsabile di dipartimento, malgrado la mia giovane età, e la pressione la sentivo, era lì. Per ottenere risultati, certo, che si aspettano da una persona che occupa una certa posizione in un’istituzione di questo livello, e anche per la pressione che uno impone a se stesso, che non vuole deludere quelli che hanno confidato in lui, che ha un prestigio professionale da difendere e anche un amor proprio, a volte eccessivo. Perché non ammettere che a volte alcuni dei nostri problemi sono causati dalla mancanza di umiltà? Il caso è che dopo varie giornate da quindici ore in ufficio per chiudere un paio di operazioni, la mia vista iniziò ad annebbiarsi e inizia a vedere doppio. Inizialmente lo attribuì al numero di ore che passavo davanti al computer e chiusi gli occhi per un po’. Quando li ho aperti di nuovo, vedevo ancora doppio e, anche se mi concentravo sullo schermo, non riuscivo a leggere ciò che stava lì. Decisi di andare al bagno per rinfrescarmi, ma non servì a niente. Quello non era Lourdes e l’acqua non era benedetta.

Iniziai a preoccuparmi e decisi di scendere per strada per prendere aria e per fare due passi. Lo feci per una decina di minuti e la situazione non migliorava. In certi tipi di lavoro, come il mio, uno sente ogni tanto di gente che gli prende un colpo, da giovani, e che in questi casi la rapidità dell’intervento può essere decisiva. Come ho già detto, sono nato tra professionisti della salute e forse l’eccesso d’informazione fa sì che dia più importanza a certi temi correlati, magari più del dovuto. Iniziai a pensare che la vista doppia si dovesse a qualcosa di serio e che forse dovevo correre all’ospedale. Non volevo far preoccupare i miei genitori e le mie sorelle, perciò decisi di chiamare Joserra, il fratello del mio amico Alberto. Gli ho già detto che quest’amico è uno dei motivi per cui faccio il Cammino, e che anni fa, dopo aver perso Alberto, guadagnai il fratello Joserra, che fino ad allora conoscevo superficialmente ma al quale quella tragedia mi unì con la stessa forza. Joserra passò con ottimi voti l’esame di stato per i medici, è un internista presso l’ospedale della Paz, uno dei migliori del paese. E sono convinto che tra pochi anni sarà riconosciuto come uno dei migliori nella sua specialità in Spagna, per la sua dedizione e la passione con cui si dedica alla medicina. Gli dissi ciò che mi stava succedendo e mi rispose che, anche se non era niente, dovevo andare subito in ospedale. Era occupato e non poteva aspettarmi al Pronto Soccorso, ma avrebbe chiamato un medico di turno per farmi visitare subito.

Arrivai all’entrata un quarto d’ora dopo e andai a spiegare il mio problema. Dieci minuti dopo mi chiamarono in una sala in cui c’erano un paio di infermieri che mi chiesero i sintomi e mi misurarono la pressione. Vedendo la cifra che marcava, si alzarono e mi chiesero di seguirli. Uno di loro disse all’altro di cercare una sedia a rotelle, ma l’altro disse che dovevamo sbrigarci. Iniziai a pensare che quello non poteva essere vero, non poteva succedermi. Avevo solo trentaquattro anni per stare lì a sentire cose che uno non vorrebbe mai sentire.

Mi portarono in una sala nella quale mi aspettavano un paio di medici di turno, circondati da varie infermiere. Mi fecero togliere la camicia e mi collegarono a un elettrocardiogramma. Mi misero una pasticca sotto la lingua e iniziarono a visitarmi e a farmi domande per capire se mi orientavo e se rispondevo logicamente. Ero relativamente tranquillo, perché ero sicuro che tutto quello era eccessivo per quello che avevo. Che ero solo un po’ stressato che gli ospedali mi fanno paura e mi fanno alzare la pressione. “Sindrome del camice”, credo la chiamino. Poi mi chiesero di toccare vari punti del mio corpo con dita differenti per vedere se avevo coordinazione. Davanti a me c’era una ragazza con un pigiama verde che non diceva niente. Era giovane e molto bella, mi guardava spaventata, le tremavano le labbra e sembrava che stesse per piangere. Credo che fosse una studente al suo primo giorno di pratica. Poverina, stava mandando giù una pioggia di lacrime. Le sorrisi cercando di tranquillizzarla, convinto com’ero che non sarei morto così, per colpa dello stress causato da un paio di prestiti e da tutti i rompiscatole che mi chiamavano senza sosta per dirmi che avevano fretta, che non potevano aspettare perché la loro situazione era la più urgente di tutte. Un po’ come Zach e il suo odioso cliente indiano.

Il diagnostico fu una crisi d’ipertensione associata allo stress. Le prove che mi fecero successivamente dimostrarono che andava tutto bene. Le analisi evidenziarono livelli normali di colesterolo e zucchero. La tensione in fase di risposo stava bene, ma in ufficio si alzava un po’, anche se la media era normale per la mia età. Parlai con il medico che mi curava e mi disse che non dovevo preoccuparmi, che il tipo di lavoro che facevo mi provocava aumenti della pressione arteriale e che quello, non adesso ma tra dieci anni, se continuavo così, poteva situarmi nella popolazione a rischio di ipertensione e potrei aver avuto bisogno di una medicazione permanente.

Ero convinto che più che il lavoro in sé, il problema era dentro di me. Il mio lavoro aveva picchi di stress, certo, ma poteva salirmi la pressione anche se avessi fatto il cassiere al supermercato, in un bar dove non ti danno respiro o in una miniera. E inoltre in quei lavori si guadagna molto meno di ciò che guadagnavo io, quindi non sarò io a dare la colpa del mio malore al lavoro. Mi sembrava una mancanza di rispetto verso tutta quella gente che non può scegliere o che deve andare avanti con ciò che hanno e per di più ringraziare. No, il mio problema era un altro e lo portavo con me da un bel po’. Il mio problema era analizzare seriamente se ciò che facevo da qualche anno, anche se mi dava molte soddisfazioni era ciò che volevo fare per tutta la vita. Se volevo andare in pensione a sessantacinque anni, dopo aver lavorato per dodici ore al giorno da lunedì a venerdì, guardandomi indietro e senza aver soddisfatto altre inquietudini che avevo dentro. E dato che la risposta era sempre al 100% no, mi dissi: “Cazzo Javi, che minchia fai qui?”. E da quel momento seppi che dovevo preparare un piano B. Che non avevo scuse, che dovevo farmi coraggio e rompere quella dinamica. Correre i miei rischi, come feci dieci anni fa, quando me ne andai alla bene e meglio a Stoccolma, poi a Belfast e poi a Londra. E in quel momento mi dissi che la prima tappa di quel piano B sarebbe stata fare il Cammino di Santiago, una cosa che mi ero ripromesso tempo addietro.

Zach ha ascoltato con la stessa attenzione la mia storia, che stando a quanto mi ha detto gli è sembrata utile, e mi ha ringraziato per condividerla con lui. Mi ha detto anche che è proprio quello il problema che pensa di avere, ma che ancora non ha trovato il coraggio di tirarsi al vuoto, rompere con una vita comoda e cercare altre cose. Credo che Zach adesso capisca perché penso che abbiamo molto in comune e perché ci capiamo. In qualche modo mi vedo riflesso in lui e sento il bisogno di trasmettergli che la perdita improvvisa dell’amico del quale gli ho parlato, se mi ha insegnato qualcosa, è proprio che siamo qui di passaggio. Ci appartiene solo l’oggi e il domani è un regalo che riceviamo ogni giorno. E avendo il privilegio di poter decidere della nostra vita, non possiamo permetterci il lusso di sprecarla facendo cose che non ci riempiono o che ci rendono infelici. E le manifestazioni di stress per me non sono altro che segnali che fanno vedere l’insoddisfazione interiore, i conflitti da risolvere. Sono segnali che ti spingono a cambiare certe cose della tua vita, segnali che ti invia il tuo corpo, che è più saggio di noi, perché accumula informazione genetica di generazione in generazione, e sa ciò che ti fa bene.

 

Si stava facendo tardi e ho detto a Zach che andavo a cercare la dottoressa per sapere se c’erano novità. Mi ha detto che nelle ultime lastre ha visto dei miglioramenti e che inizia a vedersi l’inizio di attività gassosa e movimento intestinale, perciò crede che il vulcano inizierà ad eruttare nelle prossime ore. Malgrado ciò, l’americano non potrà andarsene fino a quando non espellerà un po’ di magma. Ho informato Zach e gli ho detto che domani dovremo prendere una decisione, e se non si produce il “Big Bang” dovrà firmare forse la dimissione volontaria, tornare negli Stati Uniti sotto la sua responsabilità e farsi fare lì un controllo completo. Per ovvie ragioni, non ho voluto dirgli che sicuramente lì a Lugo non volevano fargli quel controllo per il timore di trovare ciò che non vogliono trovare. Mi ha risposto seriamente che, succeda quel che succeda, lui vuole lasciare l’ospedale domani e cercare voli per tornare un giorno prima a casa.


Sono andato di nuovo a Lugo e sono andato nello stesso hotel, dove il padrone si stupisce ogni volta che mi vede tornare con il mio zaino da pellegrino, dato che vuol dire che il giorno D dello sbarco in Normandia è stato posticipato di nuovo. Dopo la solita doccia d’acqua calda, sono uscito per cenare e nella zona dei bar ho incontrato l’attraente internista che ci aveva curato il giorno prima. Stava prendendo qualcosa con il suo ragazzo e mi ha invitato a un pincho e a una birra. Mi ha chiesto sorpresa se stiamo ancora in ospedale, e le ho detto di sì. Mi ha commentato che le sembra tutto molto strano e che non avevano mai avuto un caso simile, e che è un peccato che l’americano se ne va perché poi il problema lo risolvono da un’altra parte. La storia è da pubblicare su una rivista medica. Dopo un po’ me ne sono andato cortesemente, perché anche se il ragazzo della dottoressa è stato molto simpatico, mi dava l’impressione che non volesse condividere la prima serata del fine settimana con un reggi moccolo che sta lì perché un suo amico americano non va al bagno da un mese. Una cosa perfettamente comprensibile. Arrivato in hotel ho mandato un messaggio a Zach per dirgli che avevo da dargli due notizie: una buone e una cattiva. La buona era che avevo incontrato la dottoressa in un bar e che avevamo passato un po’ di tempo insieme. La cattiva era che c’era pure il suo ragazzo. Zach mi ha fatto ridere con una risposta molto americana, nella quale in pratica diceva bella merda, che credeva che avessi trionfato fino a quando non gli ho menzionato il fidanzato: “Cazzo amico, stavo per eccitarmi fino a quando non mi hai parlato del suo ragazzo”. Vabbè…”.

 

Tradotto per Valerio Cruciani ¡Matadme!

jueves, 30 de mayo de 2013

Trentaduesima tappa: Ospedale di Lugo

Alla fine ho dormito nell’Hotel Spagna, proprio davanti alle mura. Un posto ben situato e molto economico. Ieri mi andava la pizza e sono andato in un ristorante italiano. Dopo cena ho fatto una passeggiata per il centro. Mi ha fatto molto bene e mi è servita per capire cosa sia questa città, che mi ha sorpreso positivamente, e anche per rilassarmi un po’. Sono andato a letto presto come un vero maresciallo.


Alle otto e mezza della mattina stavo già in ospedale. Zach ancora dormiva e ho deciso di scendere a fare colazione al bar. Quando sono tornato, l’americano si era svegliato e gli ho chiesto come aveva passato la notte. Mi ha risposto che se mi riferivo a se avesse dormito bene, la risposta era sì. Sembra non ci siano novità rispetto al suo problema e non ha voluto approfondire il tema. Verso le dieci il chirurgo di guardia ha aperto le tendine del box, come se fosse un mago che ci fa una sorpresa. Immagino che non ci sia bisogno di dire che a Zach gli è presa una strizza tremenda. Dietro al chirurgo è entrata un’internista piuttosto attraente. Per maggior beffa dell’americano, non è stata lei ma il chirurgo a fargli l’esplorazione. Ho dovuto presenziare ancora una volta, anche durante le scene più scatologiche, per tradurre le domande dei dottori e le risposte del ragazzo del Kentucky. Ammesso che non me la sia già guadagnata, credo che la Compostela adesso sia mia, anche se facessi i chilometri che restano portato a spalla da una mezza dozzina di trasportatori.

Il chirurgo ha detto che l’addome è morbido. Ciò significa che per ora non c’è da preoccuparsi troppo, ma continuerà ad osservarlo per il resto del giorno prevedendo che le cose possano complicarsi. Ha detto di dimenticarci delle sonde, perché sembra che la tartaruga abbia la testa ben alta, e che proveremo con una munizione di maggior calibro: una soluzione di tipo orale che di solito si usa con pazienti sottomessi a una colonscopia e con la quale, nel giro di una mezz’ora, gli dovrebbero restare gli intestini pronti per farci un brodo. Il dottore ha detto anche che bisogna somministrare questo trattamento con cautela per non perforare l’intestino e provocare una peritonite, un problema che, anche senza essere medico, è di una certa gravità e che ti può portare al campo santo.

Ho detto a Zach che è tutto in ordine, che sembra che il meteorite stia ancora un po’ lontano dalla terra e che cercheranno di disintegrarlo con un po’ di criptonite per via orale, affinché l’impatto in superficie non gli lasci il cratere ridotto a un colapasta. Credo che ogni volta che gli spiego che le cose lui si tranquillizzi, e di questo si tratta secondo me, ma lui non è scemo e, anche se non sa lo spagnolo, certe cose le intuisce. “Quello che mi ha esplorato è un chirurgo, vero?”, mi ha chiesto. Gli ho detto di sì, ma che viene solo per rispettare il protocollo e non perché vogliano fare hamburger con quello che resti di lui dopo averlo aperto per tirare fuori l’uranio impoverito che ha in pancia. Mi ha risposto che non fa niente, che lo chiede solo per maledire la sua sfortuna e perché gli sarebbe piaciuto che la direzione, almeno per quanto riguarda i toccamenti, ricadesse sulla dottoressa. Il povero si prende le cose con umorismo, ma non può dissimulare la sua paura. Credo che in fondo lui pensa di essere il capro espiatorio di tutti gli errori della politica estera americana e che non uscirà sano da quest’ospedale.

Dopo la visita dei medici di guardia, hanno iniziato a dargli la medicina promessa, ma senza risultati. Verso le tre del pomeriggio, il chirurgo ha detto di dargli un’altra dose dello stesso prodotto e di sospendergli l’alimentazione fino a nuovo ordine. In questa nuova visita, Zach ha detto che a causa di un dolore nel collo del piede sinistro era da giorni che prendeva antinfiammatori, e si chiedeva se quello non potesse provocare qualche effetto secondario sommato alla nuova medicina. Vedendo che indicava il collo del piede, il medico gli ha preso il piede e ha iniziato a esplorarlo: “Vediamo un po’, dove ti fa male, qui? Non ha niente, ma non preoccuparti, adesso chiamiamo l’infermiera per farti dare un massaggio, una crema e per fartelo bendare. Uscirai da qui meglio di prima, vedrai”. Quando se ne è andato il chirurgo, ho detto a Zach che il dottore non aveva detto niente di importante, e gli ho chiesto di fare il favore di concentrarsi con quello che ci preoccupava di più senza distrarre i dottori. Non fosse mai che usciamo da qui senza cacare e senza il piede sinistro.

 

Cinque minuti dopo ho sentito l’infermiera di Gijón, quella di ieri, che entrava per il turno del pomeriggio. Ha iniziato con il compagno accanto, un uomo sui quarantacinque anni con delle febbri indeterminate e al quale stanno facendo delle prove per capire cosa abbia. Non ho sentito bene la voce del paziente, perché parla a voce bassa, ma l’infermiera che ha un tono più alto gli ha detto: “Che Dio la ricompensi, perché qui guadagniamo molto poco”, e mi ha strappato un sorriso. Poi ha aperto la nostra tendina ed è entrata nel nostro abitacolo. “Ancora stai qui, figlio mio?”, ha esclamato vedendo di nuovo Zach. “Si può sapere che cavolo dobbiamo fare per tirarti fuori quello che hai là dentro? Beh, tu mettiti come vuoi che prima di andarmene in vacanza domani sui fiordi norvegesi, ti lascio impacchettato perché possa tornare in Kentucky in perfetto stato. Sì, sì, non mettere quella faccia. Questo caso me lo prendo come una cosa personale. Una sfida professionale. Vediamo se alla fine della mia carriera sarai tu il primo stitico che se ne va da qui senza evacuare”, ha aggiunto senza prendere fiato.

Ogni volta che quest’infermiera apre la bocca mi ammazzo dalle risate. Anche Zach ride, ma perché vede e me e sospetta che si tratti di una cosa divertente. Poi mi chiede di tradurre e ridiamo insieme. Lei gli ha fatto un massaggio sulla caviglia, gli ha messo una pomata antinfiammatoria e l’ha bendata. Quest’infermiera e tutto il personale che sta curando l’americano si stanno comportando proprio bene e lui non sa come mostrare la sua gratitudine. Mi chiede di ringraziare ogni volta che qualcuno entra nel box per dargli un’occhiata o portargli qualcosa.

Poco dopo ho sentito l’infermiera di Gijón che diceva: “Mi faccia il favore di spegnere la sigaretta”, cosa che mi ha stupito dato che non ti aspetti di sentire quella frase in una sala del Pronto Soccorso. Pochi minuti dopo si è creata un po’ di confusione lì intorno a noi. Il paziente ha iniziato ad agitarsi e si è staccato la flebo provocando un bel casino. Una delle infermiere che è arrivata per tranquillizzarlo è uscita da lì come se avesse partecipato ad una scena di Nightmare, con il pigiama sporco di sangue. Alla fine hanno messo in moto tutto il personale disponibile per cercare di legarlo al letto, senza troppo successo, per cui hanno dovuto chiamare le guardie. Sono apparsi subito tre tipi senza collo e con la testa rasata, alla cui vista il paziente ha iniziato a calmarsi come se gli avessero somministrato una dose eccessiva di valium. Ho dedotto che si trattava di un alcolista che non beveva da ventiquattro ore, e che iniziava ad avere i primi sintomi del delirium tremens, anche se l’avevano sedato più di un pugile suonato.

Zach, un po’ agitato per quella confusione e per il fatto di non capire nulla di cosa stesse succedendo, si è alzato e si è affacciato in corridoio. La scena è stata graziosa, perché con le tendine chiuse poteva vedere solo le gambe di nove persone intorno a un letto: sei coperte da un pigiama bianco da infermiera e altre tre con i pantaloni di un’uniforme da guardia. Zache mi ha chiesto cosa stesse succedendo e gli ho detto che non era niente, che si trattava semplicemente di un paziente che sembrava un po’ stitico che al quale stavano applicando una terapia alternativa dopo il fallimento dei metodi tradizionali.

 

Verso la metà del pomeriggio il chirurgo ha chiesto di portare Zach ai Raggi X, dato che non si vedevano progressi, per fargli delle nuove lastre sulla zona addominale. Ogni volta che lo muovono, dato che porta la flebo e altre cose, lo mettono su una sedia a rotelle e un custode lo sposta. Mentre aspettavamo che ci chiamassero per entrare nella sala dei Raggi X è apparso un giovane gitano, anche lui sulla sedia a rotelle, con il braccio ingessato e il collo immobilizzato da un collare ortopedico. Mentre Zach porta il pigiama, dato che è già in ospedale, il ragazzino portava ancora i suoi vestiti, quindi non era passato molto tempo dal suo incidente. La sua sedia la spingeva un altro custode e accanto a lui c’era suo padre, con espressione seria e maledicendo a denti stretti. Il gitano era triste e un po’ spaventato, non so se per la botta che aveva già preso o per quelle che gli avrebbe dato suo padre al tornare a casa. Dato che non c’era un guardiano che ci riportasse al Pronto Soccorso e in teoria, per questioni di protocollo dell’ospedale, non potevo spostarlo io lungo i corridoi, abbiamo dovuto aspettare altri cinque minuti.

Durante quell’attesa osservavo come il padre del gitano non toglieva gli occhi di dosso da Zach, e continuava a borbottare cose che non capivo. Quando è arrivato il guardiano per riportarci al nostro box, siamo passati accanto al padre e questo non ha resistito, e mettendo la faccia compunta di chi sta per cantare flamenco, gli ha dato una pacca sulla spalla all’americano dicendogli: “Dai ragazzo, che ce la farai”. Gli avrebbe anche potuto dire “figlio di puttana”, che Zach avrebbe detto lo stesso: grazie. Una delle poche parole che conosce in spagnolo. Ho dovuto trattenere la risata perché non è raccomandabile ridere in faccia a un gitano, soprattutto in situazioni come quella. L’americano mi ha chiesto di tradurre ciò che aveva detto il buon uomo e gli ho spiegato che doveva aver pensato che si era rotto la spina dorsale e che non si sarebbe più alzato, perché gli aveva detto di farsi forza, che ce l’avrebbe fatta ad andare avanti. Zach si è fatto una bella risata e mi ha chiesto se quello non volesse dire che sarebbe andato di nuovo in bagno prima di lasciare questo mondo. Gli ho detto che non c’era dubbio, che i gitani indovinano il futuro e che se aveva detto quella cosa è perché l’aveva visto seduto sul trono, al lavoro, attraverso la sua palla di cristallo.

 

Tornando al box, Zach ha detto che voleva comprare un pensierino per le infermiere, soprattutto per quella di Gijón che è quella più simpatica. Così abbiamo preso la flebo e siamo scesi al piano terra, dove ci sono vari giornalai che vendono anche ricordini. Zach ha detto di comprarle un pollo di peluche, affinché si ricordasse del “Kentucky chicken” che hanno avuto qui, e che a causa del pollo fritto che aveva mangiato per tutti quegli anni aveva un alieno nell’intestino. Non ho potuto non approvare un’iniziativa che mi sembrava eccellente. In uno dei negozi non avevano molto da offrire. Una gallina piccola che sembrava avere la polio e un altro animale con piume che non si capiva cosa fosse. Nel negozio accanto abbiamo trovato ciò che cercavamo. Un pollo a batterie che canta canzoni, balla e salta. Abbiamo subito chiesto che ce lo incartassero come regalo.

Siamo tornati al Pronto Soccorso e Zache l’ha dato all’infermiera di Gijón, dedicandole parole piene di sentimento che mi ha chiesto di tradurre, e nelle quali esprimeva la sua gratitudine, a lei e a tutte le sue compagne, così come alla squadra di dottori che lo curavano così bene. Lei, che non se l’aspettava, è diventata rossa come un pomodoro e non sapeva cosa dire. Ha messo in moto il pollo che ha iniziato a fare un casino in piena sala del Pronto Soccorso. “Porca puttana, come cazzo si ferma questo?”, ha esclamato prima di sparire nella sala delle infermiere.

 

Verso sera, e vista la mancanza di progressi, ho chiesto di parlare con i medici di turno. Mi hanno detto che le ultime lastre hanno mostrato poco movimento intestinale e un blocco importante nel colon ascendente, che non va né avanti né indietro, malgrado tutta la dinamite che gli hanno dato. L’hanno diagnosticato come una sub occlusione intestinale, e mi hanno detto che deve stare ancora in ospedale, sotto sorveglianza e senza cibo fino a che non inizi a muoversi tutto quello.

Non sapevo come dare quelle notizie a Zach. Gli ho detto che andava tutto secondo la previsione e che c’era bisogno solo di più tempo affinché la medicina potesse fare effetto, e perciò lo tenevano una notte in più in ospedale. Ho aggiunto che doveva tenere in considerazione che, una volta che sta qui, i dottori vogliono essere sicuri che quando esce il problema si sia risolto e che non saranno che poche ore in più. Mi ha risposto rassegnato che non c’era problema, che se lo aspettava. Oltre alla preoccupazione per ciò che sta succedendo nel suo corpo, si aggiunge la delusione per il fatto che ogni giorno in più che passa in ospedale, si riducono le possibilità di concludere il Cammino. Ho salutato Zach dicendogli che la mattina dopo sarei stato di nuovo con lui e gli auguravo che la Forza lo accompagnasse durante la notte, anche se sappiamo che se dipendesse dalla forza, il problema si sarebbe già risolto.

Sono sceso di nuovo a Lugo e sono andato nello stesso hotel di ieri. Dopo una doccia calda ho fatto una passeggiata lungo le mura, poi ho cenato in un ristorante del centro storico. Appena finito, ho fatto un’altra passeggiata per digerire e per rilassarmi un po’. È curioso: è da due giorni che non cammino e mi sento più stanco di qualsiasi altro giorno in cui ho fatto chilometri in modo esagerato. Immagino che la tensione dell’attesa e non sapere cosa succede a Zach, né come si evolverà la situazione, avrà la sua importanza. Sono andato presto a letto, dove ho scritto nel mio diario tutto ciò che è successo oggi e come lo sto vivendo.

 

Tradotto per Valerio Cruciani ¡Matadme!

miércoles, 29 de mayo de 2013

Trentunesima tappa: Triacastela - Sarria (19 chilometri)

Come avevo promesso a Zach, e prevedendo che l’avrebbero mandato all’ospedale di Lugo, stamattina sono uscito presto per arrivare a Sarria il prima possibile. L’americano non parla una parola di spagnolo, non sta nel suo paese e per di più è terrorizzato dal fatto di non aver portato i suoi rispetti al sig. Roca da un mese. Non è medico ma logicamente intuisce che c’è qualcosa che non funziona correttamente. Sono uscito da Triacastela dopo aver fatto colazione in compagnia di un coreano e di un irlandese, confidando che quando fossi arrivato a Sarria si sarebbe già risolto tutto e che non ci sarebbe stato bisogno di andare a Lugo.

Per andare fino a Sarria, il Cammino offre un paio di alternative: una più lunga, che visita lo storico monastero di Samos, e un’altra che attraversa il paese di San Xil e che attraversa boschi di querce e di castagni. Ho scelto la seconda e in realtà il pezzo iniziale è stato spettacolare, dato che c’era la nebbia che copriva tutto e non si vedeva oltre dieci metri di distanza. In una delle salite verso uno dei paesi che ho incontrato, ho trovato il tedesco Babbo Natale. Era da giorni che non lo vedevo e la prima cosa che ha fatto è stato controllare che avessi con me il mio zaino. Mi ha detto che aveva un brutto raffreddore e che faceva fatica a camminare, per cui prevedeva che i suoi passi non l’avrebbero portato oltre Sarria, a quindici chilometri dal punto in cui abbiamo coinciso. Mi fa allucinare questo simpatico nonnetto e le scorpacciate di chilometri che si fa, malgrado la sua età. Mi sono scusato dicendogli che avevo fretta di arrivare fino al confine e gli ho augurato una buona fortuna e una rapida guarigione.

 

A Furela, dieci chilometri dopo la mia partenza, mi sono fermato a prendere una cioccolata calda e a mangiare qualcosa. La nebbia ha dato passo ad una pioggia insistente che mi è entrata fino alle ossa, ed era obbligatorio fermarsi. Il bar era piccolissimo e quasi non c’era più spazio al bancone. Giusto un buchetto in un angolo, dove mi sono collocato a scapito del tipo che avevo alla sinistra al quale, a giudicare dallo sguardo, ho rovinato il suo piccolo momento di felicità mattutina. Che ci posso fare? Invece di dirgli che cazzo voleva, cosa più che appropriata, gli ho sorriso e gli ho augurato una buona giornata. Sono fin troppo simpatico, lo so. Grazie alla conversazione che il protagonista ha mantenuto con il cameriere, ho completato il puzzle. Era un veterano. Un professionista del Cammino. “Sì dai, passo qui tutti gli anni di questi tempi, da almeno cinque anni. Non ti ricordi di me?”, ha chiesto al cameriere che senza troppa convinzione gli ha risposto di sì, che adesso che lo guarda bene in faccia si ricorda di lui. Un classico…

Ogni persona che fa il Cammino è lei e le sue circostanze, ma molti si possono raggruppare in tipi di personalità determinate, facilmente riconoscibili nella nostra vita quotidiana e senza bisogno di prendere uno zaino e venire fin qua. Se in altre occasioni ho parlato del pellegrino da competizione, o del comico professionale, quello che sente l’obbligo di dire qualcosa di simpatico ogni volta che apre bocca, il pellegrino veterano è anche lui riconoscibile e non meno noioso. E quando dico “pellegrino veterano”, non mi riferisco a quelle persone che fanno più volte il Cammino come una forma di vita o solo perché gli piace, o li fa sentir bene o lo fanno per una promessa. La maggior parte di quella gente, e ne ho conosciuti vari, inizia ogni volta un nuovo Cammino e lo fa con gran curiosità, e con la stessa voglia di incontrare gente nuova con la quale condividere esperienze e imparare cose nuove. No, non parlo di loro.

Parlo del rompiscatole che viene qui come se fosse un veterano della guerra del Vietnam, a vantarsi dei suoi meriti e a vantarsi delle sue eventuali onorificenze. “È già da cinque anni che sto sul Cammino. Se ti dicessi…”. No guarda, non voglio sapere niente, che quel film già l’ho visto e mi sono addormentato dopo cinque minuti. Mi riferisco a quello che guarda con accondiscendenza il nuovo arrivato, a quello che si sente infastidito da quello che fanno gli altri perché le cose bisogna farle come lui. A quello che dice cosa è corretto e cosa è inaccettabile. A quello che si attribuisce l’autorità morale di dire agli altri ciò che devono fare o dove devono andare. A quello che ti ricorda che l’esperienza è un grado, quando in realtà è da tutta la vita che fa la stessa cosa nello stesso modo, senza correre il rischio che lo possa mettere in difficoltà, senza muoversi di un centimetro dalla linea retta che è la sua serena esistenza. Leggendo queste righe, qualcuno penserà che sono una specie di sociopatico che si è fatto il Cammino da solo, ma dirò in mia difesa che non è così; sono stato in ottima compagnia finora, e credo che stia trovando amici per tutta la vita; ma certo, tra tutti quelli che incontro, solo quelli che hanno cose in comune con me. Anche se non lo sembra, ce ne sono molti!

 

Dopo aver lasciato Furela e al nostro caro veterano, ho incontrato Tim e Michael. Sono stato a parlare e a camminare con loro, ma ho dovuto di nuovo scusarmi e accelerare il passo per arrivare rapidamente a Sarria. Prima di entrare in paese, ho cercato di chiamare Zach, ma senza successo. Gli ho scritto un messaggio ma non mi ha risposto, cosa che mi ha fatto sospettare che lo stessero trasferendo a Lugo, o che forse lo stessero già curando in ospedale.

Appena sono arrivato a Sarria sono andato in ambulatorio e ho chiesto di Zach, spiegando il tipo di malattia. Non avranno curato molti americani in quelle circostante ultimamente, dato che hanno saputo subito di chi parlavo e mi hanno detto che avrebbero chiamato la dottoressa che si occupava del caso. Lei mi ha confermato che il clistere della notte precedente non era servito a niente, e che la cosa più prudente, anche se non c’erano sintomi che facessero pensare a qualcosa di più grave, era fare una radiografia in ospedale ed esplorare con più accuratezza, dato che era da tanti giorni che non faceva progressi. Perciò la mattina presto l’aveva mandato a Lugo.

Sono uscito dall’ambulatorio e ho preso un taxi, e dopo aver negoziato un prezzo, siamo andati verso Lugo. Stavano per lasciare Sarria quando ho ricevuto un messaggio di Zach che mi diceva che si trovava in paese, che preferiva non andare a Lugo fino a che non arrivassi io, e mi ha dato le sue coordinate. Ho chiesto a Suso, il tassista, di tornare indietro e portarmi da Zach. Quando siamo arrivati all’hotel dove alloggiava, l’ho trovato un po’ spaventato. Mi ha chiesto se credo che sia una buona idea andare in ospedale o se non fosse meglio continuare il Cammino e dare più tempo ai suoi intestini pigri. Gli ho detto che la cosa più prudente era andare in ospedale, se era il consiglio dell’ambulatorio, e che sicuramente si trattava di una sciocchezza. Ma solo a Lugo ce l’avrebbero confermato.


Saremo arrivati in ospedale verso le tre del pomeriggio. Suso ci ha lasciato il suo biglietto da visita, perché magari finivamo presto e potevamo tornare a Sarria per proseguire la tappa o dormire lì e continuare il Cammino il giorno dopo. Ce ne siamo andati direttamente al Pronto Soccorso e lì ho dovuto spiegare in accettazione qual era il problema, perché ovviamente, oltre al galiziano e allo spagnolo, lì non si parlavano altre lingue. Hanno chiesto a Zach il suo passaporto e il suo numero della sanità americana, poi ci hanno detto di sederci fino a che non ci chiamassero. Ho pensato che dovevamo stare con le orecchie ben aperte per sentire la chiamata. Grazie a Dio il nome dell’americano non è né largo né complicato da pronunciare, perché se dovevamo capire la chiamata in base a come hanno pronunciato “Berkshire”, Zach sarebbe morto nella sala d’attesa senza essere visitato.

Poco dopo un’infermiera molto gentile ci ha ricevuti in un piccolo studio dove ci ha chiesto qual era il problema. Ho dovuto spiegare di nuovo la storia e tradurre alcune domande che l’infermiera ha fatto a Zach. Poi ci hanno chiesto di aspettare ancora finché arrivasse il medico di guardia. Nella nuova sala d’attesa c’era gente con ogni tipo di problemi, e alcuni erano piuttosto incasinati. Non mi piacciono per niente gli ospedali. Suppongo che non piacciano a nessuno. Appena vedo un medico con il suo abito da lavoro mi si alza la pressione e mi sento male. Nella mia famiglia quasi tutti lavorano in un ospedale, e il fatto che per anni durante i pranzi si parlasse di ogni tipo di calamità con un tono naturale, avrà sortito il suo effetto, immagino. Neanche Zach sembrava particolarmente allegro e abbiamo iniziato a parlare e a scherzare per sdrammatizzare un po’ la situazione. Ad un certo punto hanno chiamato il signor Nicasio Díaz e Zach mi ha chiesto se avevano detto “quesadilla” (N.D.T. un pasticcio di formaggio) dagli altoparlanti o se se l’era immaginato. Il povero è da quattro giorni che va avanti a succhi di frutta e non mangia niente di solido per non peggiorare la situazione, ed eccolo lì, vede e sente allucinazioni. Gli ho detto di sì, che se fa il bravo e rispetta la sua parte dell’accordo gli avrebbero dato quesadillas per cena.

Dopo mezz’ora d’attesa hanno chiamato Zach, e siamo andati in un consultorio dove una dottoressa di guardia ha visitato l’americano e gli ha fatto una serie di domande che io ho tradotto. La dottoressa ha riempito lo storico e gli ha dato un altro clistere con una sonda più lunga di quelle degli ultimi giorni. Rivolta a me, ovviamente in qualità di traduttore, ha aggiunto che per il momento non sembrava niente di grave, ma che sono troppi giorni senza attività e che bisogna seguire il caso.

 

Da quel momento un paio di infermiere molto simpatiche, una di Gijón e l’altra aragonese, sono passate al comando. L’aragonese, molto discreta, ha chiesto come mai avesse trascurato il problema per così tanti giorni. La ragazza delle Asturie, più diretta, ha detto a Zach “a chi gli viene in mente di stare tanti giorni senza cacare. Ma non ti preoccupare, sei in buone mani. Non c’è paziente che resisti ai miei clisteri. In un quarto d’ora avremo finito”, ha aggiunto mentre manipolava il liquido che teoricamente avrebbe posto fine alle preoccupazioni del ragazzo del Kentucky. Io non potevo smettere di ridere, un po’ per quello che diceva l’infermiera, e un po’ per la faccia spaventata di Zach, che non capiva niente di ciò che dicevamo e vedeva solo un’infermiera che parlava una lingua straniera, con un tono di voce più alto del normale, e che preparava un liquido benedetto da Satana in una busta dalla quale usciva una sonda piuttosto lunga, che purtroppo sarebbe finita nelle sue interiora.

Le infermiere mi hanno chiesto di lasciare il bagno in cui stavamo, a meno che non volessi essere testimone dello spettacolo. Me ne sono andato subito a fare un giro per i corridoi del Pronto Soccorso, pregando che finisse tutto molto presto. Tornando al bagno ho incontrato l’infermiera di Gijón che, rivolgendosi alle sue compagne, gridava: “Niente panico, ragazze! Abbiamo sturato gli Stati Uniti!”. Non ho potuto non ridere e andare dall’infermiera per farmi spiegare la buona nuova. Lei ha confermato che avevano stappato il vasetto delle essenze e che a partire da adesso sarebbe stato tutto più facile. Mi ha chiesto di dare dieci minuti al povero Zach e poi potevo affacciarmi per vedere se respirava. Ho titubato un po’, perché se era vero che si era appena verificato il miracolo, intuivo che entrare lì dentro era come buttarsi a pieni polmoni in una fogna. Dopo qualche minuto, ho aperto la porta e invece di trovarmi Zach in piedi e con un ampio sorriso, l’ho trovato ancora nella sala delle operazioni e con faccia contrariata. L’infermiera aveva cantato vittoria troppo presto, e non era successo altro che l’espulsione dello stesso liquido applicato.

In quel momento, davanti a quella scena d’invulnerabilità nella quale uno viene sorpreso a nascondere le sue vergogne, ho saputo che l’amicizia tra l’americano e me sarebbe stata, che ci piacesse o no, duratura. In quel momento, persa tutta la dignità, ammessa la sconfitta al proprio compagno di sventura, si stava sigillando un patto di lealtà fraterna, e se Zach fosse stato un indiano Navajo, se sarebbe tagliato le vene con un machete per firmare quel patto. La scena mi riportò inevitabilmente al passato, in un momento in cui scoprii uno dei miei migliori amici seduto sul trono in posizione da combattimento. Stupefatto, formulai una domanda scema: stai cagando? E il mio amico rispose con totale naturalezza: sì, perché, che c’è? A me, che sono andato in una scuola privata, quella cosa non sembrava per niente normale, e risposi arrabbiato: “Come sarebbe a dire che c’è? Chiudi la porta, cazzo!”. E il mio amico, con la stessa tranquillità, mi rispose: “No, la lascio aperta così parliamo”. Malgrado gli anni di lealtà dichiarata, fu solo in quel momento che capii che quella era una vera amicizia. Aprendo le porte del bagno, l’ultimo ridotto della sua intimità, il mio amico mi stava aprendo le porte della sua anima, riconoscendo che eravamo simili e che davanti a me non c’era niente che potesse simulare o nascondere, perché eravamo fatti della stessa pasta, ed era inutile dissimulare: a entrambi ci scappava la forza dallo stesso buco…

Non è successo altro durante il pomeriggio, e la dottoressa di guardia ha deciso di fare delle lastre per vedere cosa stesse succedendo nel basso ventre di Zach, che non sembra niente di buono. Dato l’orario e la mancanza di risposta al trattamento drastico, la dottoressa mi ha anticipato che la sua idea è far stare lì l’americano almeno per quella notte per vedere se fa qualche progresso. Le ultime novità hanno abbattuto un po’ l’americano. È consapevole che c’è qualcosa che non va, e anche se riconosce che questo problema non è nuovo e che l’accompagna quando viaggia, in quest’occasione è durato troppo e non è per niente normale.

A tutto questo si uniscono i suoi piani. Siamo a circa centoventi chilometri da Santiago e se deve passare la notte in ospedale, la giornata di camminata di domani è in pericolo. Lunedì mattina prende il volo per tornare negli Stati Uniti da Vigo, dato che martedì deve lavorare a Lexington, Kencucky. Ciò significa che domenica è l’ultimo giorno per arrivare nella capitale galiziana. Anche supponendo che vada tutto bene, che domani lo facciano uscire e che possiamo rimetterci in moto venerdì mattina, dovremmo fare una media di quaranta chilometri al giorno per arrivare nella piazza dell’Obradoiro in tempo. Ho cercato di animarlo dicendogli che si poteva fare, e che con la quantità di chilometri che avevamo sulle spalle non c’era da preoccuparsi. Lui sapeva che doveva preoccuparsi solo di una cosa: che la mattina dopo, entrando nel Pronto Soccorso, mi facesse una bella sorpresa.

Zach mi ha ringraziato ma ha insinuato che avevo già fatto abbastanza, che è ben assistito e che non devo preoccuparmi per lui, che devo proseguire il Cammino perché andrà tutto bene. Gli ho risposto che, lo voglia o no, per me lui è un amico e che non me ne vado abbandonando un amico. Siamo entrati in ospedale insieme, e insieme ne usciremo. È nel mio paese e farò tutto il possibile affinché non gli succeda niente di male. E se non gli piace ciò che gli dico, che non mi dia la colpa: la colpa ce l’hanno i suoi compaesani di Hollywood e la loro idea dell’amicizia che mi sorbisco da quando ero un ragazzino, e ancora oggi, in formato Goonies o Ragazzi perduti.

 

Dopo averlo salutato sono uscito dall’ospedale e ho preso un taxi fino a un hotel dove dormire a Lugo. Oltre ai venti chilometri che mi sono fatto a piedi e il fatto di essere completamente zuppo per colpa della pioggia, il pomeriggio e la tensione in ospedale mi hanno spezzato. Avevo bisogno di uscire e prendere un po’ d’aria. Lungo il tragitto in città, dalla quale ci separano una ventina di chilometri, ho pensato al destino e alle cose che succedono perché sì o se hanno qualche spiegazione, anche se è duro capirla. Uno dei motivi per cui sto facendo questo Cammino è un buon amico che ci ha tristemente lasciato qualche anno fa e al quale, anche volendo, non avrei potuto accompagnare in quelle tragiche circostanze. Ed ora il Cammino mi porta fino all’ospedale di Lugo, accompagnato da un americano che ho conosciuto una settimana fa, ma con il quale ho molte cose in comune, anche se siamo cresciuti a migliaia di chilometri di distanza. Mi sono ricordato del mio amico e mi sono sentito bene: per fare la cosa giusta, per stare accanto a quest’altro nuovo amico adesso che ne ha bisogno. Come lui ha sempre fatto con me. E anche se non è fisicamente accanto a me, l’ho sentito molto vicino come in molte altre occasioni.

Tradotto per Valerio Cruciani ¡Matadme!

martes, 28 de mayo de 2013

Trentesima tappa: O Cebreiro - Triacastela (22 chilometri)

Ieri sono andato a letto con la previsione del buon Günther in testa: “sole radioso”. Appena ho aperto un occhio sono andato di corsa alla finestra per vedere se effettivamente stesse cadendo il diluvio universale. Mi sono sbagliato, non pioveva… Nevicava! Una copiosa nevicata a fine maggio e in un paese che non sta a mille e cinquecento metri d’altezza. E poi dicono che si sta riscaldando il pianeta.

Dopo essermi fatto la doccia sono uscito a fare colazione in un bar che sta davanti al nostro rifugio. Lì c’erano già Günther e Szilvia che si godevano un caffè bello caldo per combattere il freddo, e dei toast per sconfiggere la fame. La cena di ieri era buona, ma a causa dell’ora cui siamo arrivati non c’era molta scelta in cucina e ci siamo dovuti accontentare di una zuppa, un’insalata e una porzione di polpo in tre. Piuttosto leggera, come cena. Mentre mangiavamo, Günther e Szilvia hanno ripreso il tema dell’”energia” che avevamo sperimentato lungo la salita verso O’Cebreiro. Con tutto il rispetto, gli ho detto che non volevo parlare di nessuna energia speciale che si fosse impadronita di me, ma solo di una sensazione di benessere che da tempo non sentivo più, e che in Spagna questo si chiama semplicemente “stare alla grande”.

È evidente che Günther e Szilvia non sono soli in questa crociata per l’energia e la ricerca dell’equilibrio personale attraverso i luoghi della terra che, si suppone, emanano più positività. Lungo il Cammino non manca questo tipo di persone, soprattutto tra gli stranieri. Alcuni danno alla traversata un carattere soprannaturale, ma più verso l’esoterico che verso il religioso o l’esistenziale. Per me va bene, sempre che non vogliano farmi credere nelle ruote di mulino. Durante la cena di ieri, Günther ha insinuato che c’era qualcosa dentro di me che non lasciavo trasparire, che è molto difficile accedere al mio cuore perché ci sono molte barriere intorno e che forse per quello non sono capace di percepire queste energie che, secondo lui, scorrono intorno a noi. Beccati questa! Frate Indovino in versione tirolese. Io in realtà non sapevo come rispondere senza offenderlo, perché credo che il tema sia delicato e mi dà l’idea che lui al rispetto sia piuttosto suscettibile. Così gli ho detto solo che una cosa è che io sia un po’ introverso rispetto a certe storie da condividere con gli altri, e un’altra è il mio scetticismo generale verso questa storia delle forze occulte nell’universo.

Forse il problema è che essendo un buon tipo, e per di più aragonese, tendo a semplificare troppo le cose. Sia come sia, per me questa cosa delle energie che preoccupa tanto Günther e Szilvia è una cosa da niente che si riassume così: ci sarebbe un’energia che chiameremo “bona assai”, che è quella che sento quando sto da paura, e un’altra “troppo cattiva” che è quella che soffro quando sto sotto a un treno. Una volta identificati i due tipi di energia fondamentali, l’equilibrio consisterebbe nel fare ciò che posso affinché nella mia vita ci siano più momenti di energia “bona assai” che cattivi. E se nella ricerca di questo equilibrio, che è qualcosa di quotidiano, dovessi andare fino al Machu Pichu o in un vulcano sotterraneo in Islanda, stavo fresco. Se qualcuno vuole dargli il nome di Ying e Yang, bella pe’ lui. E se c’è gente che credendo in queste cose riesce a sopportare meglio le disgrazie della propria esistenza e a trovare un senso alla vita, meglio per loro. Ma non voglio sentirmi dire che noialtri non capiamo niente per non pensarla così, e che non si approfittino di gente che sta davvero male per tirargli fuori i soldi a base di storielle.

 

Dopo colazione siamo andati in stanza a prendere le nostre cose. La signora che gestisce la casa mi ha chiesto dove avevo preso questa txapela (N.D.T. tipico cappello piatto basco) e le ho detto che era di mio nonno, nato a Legazpia. Alla signora si è illuminato il viso e mi ha detto che suo marito è di Idiazabal, lì vicino, e che lei ha vissuto a San Sebastián e nella zona di Guipuzcoa (N.D.T. zona tra San Sebastián e Bilbao che arriva fino alla costa) per più di quarant’anni. Mi ha raccontato che quando aveva quattordici anni sapeva parlare appena spagnolo, e una famiglia del paese che aveva fatto i soldi dopo essere emigrata dal Paese Basco le ha offerto di andare a vivere a San Sebastián con loro per fare la levatrice e aiutarli con la casa. Lei accettò, ma perché pensava che San Sebastián stesse “solo un po’ oltre Ponferrada”. Ricorda che non ha mai avuto tanta paura come in quel viaggio, soprattutto vedendo che si allontanavano dal Bierzo e poi dalla Castiglia, e San Sebastián non arrivava mai. Pensò che la stessero sequestrando e che l’avrebbero venduta a qualcuno. Superate le paure iniziali, come tutti quelli che iniziano un cambiamento questa brava galiziana andò avanti, si sposò, mise su famiglia e ora, arrivata all’età della pensione, era tornata nella terra dei suoi genitori per ristrutturare la casa famigliare e usarla come pensione per i pellegrini. Suo marito stava davanti alla televisione, in salotto, ma ascoltava anche la conversazione perché a volte annuiva. Mi faceva ridere il modo in cui la signora si riferiva al marito usando il pronome “questo”, e non il suo nome: “Mi sono sposata con questo; questo è andato in pensione; sono venuta qua con questo…”. Lui (questo) muoveva la testa senza dire niente.


Dopo averli salutati e ringraziati per la loro gentilezza, sono andato con Günther e Szilvia a visitare la chiesa preromanica di Santa Maria Reale e il monumento a uno degli antichi parroci del paese, Don Elias Valiña, instancabile promotore del Cammino e creatore della famosa freccia gialla che ci guida verso Santiago e alla quale dobbiamo molto, noi che non abbiamo avuto bisogno di nessuna mappa né Gi-Ppi-Esse per arrivare in Galizia. All’uscita della chiesa abbiamo incontrato l’americano Michael, e insieme abbiamo iniziato la discesa in mezzo ad una nebbia densa e a una nevicata incessante.


Poco dopo aver abbandonato il paese, abbiamo incrociato un asino che si è messo a ragliare, ed ho chiesto a Günther se voleva qualcosa. Lui all’inizio non l’ha capita, e mi ha chiesto a cosa mi riferissi. Gli ho risposto che mi sembrava di aver sentito qualcuno parlare in tedesco. Ci siamo messi tutti a ridere, ma Günther con meno convinzione degli altri. Come ho visto più avanti, quando siamo passati davanti a delle vacche e ho fatto la stessa battuta, l’austriaco mi ha guardato seriamente per dirmi che potevo smetterla. Mi è sembrato fantastico che me l’abbia detto. Anche se era solo uno scherzo, l’austriaco ha fatto bene a farmi capire che non gli stava piacendo. Riconosco che a volte posso risultare stancante con il mio umorismo ed è giusto che me lo ricordino. Un’altra cosa che mi piace di Günther e che devo segnare sul diario.


A Liñares, dopo quattro chilometri di discesa e un incessante acquazzone, ci siamo fermati per prendere un cioccolato caldo. La fermata seguente è stata Padornelo, nella cappella di San Juan, dove ci siamo fermati per proteggerci dalla pioggia e riposarci con la musica gregoriana di fondo. Una volta a Fonfría, a dieci chilometri da Triacastela, ci siamo fermati per mangiare un brodo galiziano caldo, un pezzo di torta rustica e un buon bicchiere di vino rosso della zona, con cui siamo riusciti a riscaldarci. Dopo un po’ di meritato riposo nel quale abbiamo girato dei video facendo gli scemi, e nei quali Günther è diventato di nuovo l’ospite d’onore, abbiamo ripreso la marcia verso Triacastela, dove ancora non era chiaro se avremmo finito la tappa. Almeno io, che stavo aspettando notizie di Zach l’americano e dei suoi problemi di evacuazione.

Arrivati a Triacastela ho incontrato Tim, l’americano del Kansas, che stava prendendo un bicchiere con John, un canadese che avevo conosciuto durante i primi giorni del Cammino. Ancora non avevo notizie di Zach, ero completamente zuppo dopo un giorno intero di pioggia, e mi andava un whisky per riscaldarmi , quindi ho deciso di fermarmi a Triacastela, anche se non definitivamente, almeno un po’ per sapere se Zach respirava ancora o se era stato divorato dal mostro che aveva dentro. Michael ha detto che sarebbe rimasto anche lui, mentre Günther e Szilvia hanno deciso di proseguire per altri dieci chilometri per finire la tappa. Dopo due ore, e senza notizie di Zach, ho deciso di fermarmi a dormire lì in paese. Ho condiviso tavolo e tovaglia con Tim, Michael e John e abbiamo passato insieme dei buoni momenti. John mi ha mostrato il suo diario di viaggio, nel quale disegna paesaggi del Cammino accompagnandoli con qualche commento. È proprio bravo e sta valutando l’idea di dargli un po’ di diffusione una volta tornato in Canada.

 

Dopo cena ho ricevuto un messaggio di Zach, nel quale mi diceva che scendendo da O’Cebreiro, aveva incontrato un’irlandese in un bar mentre prendeva un caffè. Preoccupato dal suo stato, non ci ha messo molto ad aprire il suo cuore e a dirle che era un mese che la tartaruga non tirava fuori la testa. L’irlandese deve essere rimasta sotto shock e gli ha detto che doveva andare subito in ospedale o rischiava la morte. Neanche a dirlo, Zach ha chiesto subito un taxi ed è andato fino a Sarria, dove c’è il centro sanitario più vicino. Mi ha detto che lì l’hanno ascoltato e che gli hanno consigliato di farsi un altro clistere, e che se neanche questo funzionava l’avrebbero portato all’ospedale di Lugo. Ha prenotato una stanza in un ostello per passare la notte, sperando di risolvere tutto in un paio d’ore. Gli ho detto di stare tranquillo, che è tardi per camminare fino a Sarria ma che domani mi sarei alzato presto per stare lì il prima possibile. E se c’è da andare all’ospedale, io l’avrei accompagnato. Gli ho detto che avrei lasciato il cellulare acceso per tutta la notte e che se succedeva qualcosa, doveva chiamarmi, fosse l’ora che fosse. Zach mi ha ringraziato molto e ci siamo salutati.

 

Dopo lo scambio di messaggi sono andato al bancone a prendermi un goccio. Non sono un medico e non so cosa gli stia succedendo all’americano, ma è inevitabile preoccuparsi un po’ di fronte a una cosa per niente normale. A me ovviamente sembra fantascienza il fatto che il tipo del Kentucky è da un mese che non va in ufficio, io che non esco da casa senza prima essere seduto nel mio studio per controllare gli affari più importanti del giorno.

Al bancone c’era un gruppo di paesani che parlavano in galiziano e che cercavano di sistemare faccende importanti. Parlavano della solita crisi, che ormai sembra non ci sia altro tema di conversazione in Spagna. Una delle cose che più mi sono goduto lungo il Cammino è stato il non leggere giornali né vedere telegiornali. Per un mese non mi sono neanche ricordato della crisi. Il cameriere ha detto a uno dei clienti, con una sbronza da campionato, che il problema è che l’Europa non funziona: “Vacci tu da un tedesco a dirgli che è come uno spagnolo, ti manda subito affanculo”. Il cliente gli ha risposto con il suo forte accento galiziano: “E ‘sti cazzi, neanche io voglio essere tedesco, ma guarda un po’!”. Ed ha aggiunto: “Noi dobbiamo fare squadra con l’Italia, la grecia e il Portogallo, e lasciar perdere i tedeschi”. Dopo aver annuito gli ho offerto un brindisi, e gli ho detto che ha ragione, che contino su di me per quella squadra mediterranea. Vincere non so se vinceremo qualcosa, ma ce la spasseremo alla grande.

Tradotto per Valerio Cruciani ¡Matadme!


lunes, 27 de mayo de 2013

Ventinovesima tappa: Cacabelos - O Cebreiro (37 chilometri)

Ieri notte, dopo cena, sono partite altre due bottiglie di vino e qualche bicchierino di amaro d’erbe che volevo far provare agli stranieri. Günther era ispirato e, scherzoso come sempre, ha regalato qualche risata alla Conan il Barbaro che avrebbero rallegrato un corteo funebre. A un certo punto mi sono avvicinato e gli ho chiesto se stava approfittando della separazione temporale da sua moglie per fare il pazzo o se lo spettacolo sarebbe continuato una volta riunitosi con lei a Melide. Mi ha detto che avrei visto con i miei occhi, perché lui e sua moglie ci avrebbero invitati tutti nel Parador (N.D.T. catena di hotel di lusso spagnoli situati in luoghi storici) una volta arrivati a Santiago. Mi ha poi anticipato, per la mia tranquillità, che quando c’è sua moglie è sempre così o anche peggio.

La storia della bevuta eccessiva è utile da raccontare per spiegare il fatto che il giorno dopo nessuno si è svegliato presto. La tappa di oggi sarà lunga e dura. Più dura per certi, in base al tragitto che hanno scelto. Le alternative che offre il Cammino, dopo Villafranca del Bierzo, sono tre. Quella tradizionale, in pianura e abbastanza semplice, fino agli ultimi dieci chilometri di salita verso la Galizia, e poi due tragitti alternativi, uno conosciuto come il “Cammino duro”, che si è fatto popolare negli ultimi anni ma che non ha niente a che vedere con il percorso storico. Günther, che ha forza, ha scelto il Cammino duro e ha lasciato subito Cacabelos. Mi fa ridere il modo in cui pronuncia la parola “duro”. Lo dice in due volte, trasformando la “r” in “g” e allungando la “o” finale: “du-gooooo”. Io sono andato a fare colazione con calma e ho trovato Ruta e Szilvia, che stavano finendo in quel momento.

Poco dopo è apparso l’americano Zach e ho cercato subito il suo sguardo complice per capire se si era prodotto il miracolo. Ha storto la faccia per farmi capire che neanche il clistere è servito. Un po’ dopo, quando siamo rimasti soli, mi ha confermato il peggio e mi ha detto che sarebbe restato tranquillo un po’ di più a Cacabelos perché, anche se non parla bene spagnolo, crede di aver capito cosa significa il nome del paese ed è convinto che in un posto con un nome così significativo non può non fare i suoi compiti. Bisogna riconoscere che l’americano si prende le cose con senso dell’umore. L’ho lasciato in frutteria mentre compravamo prugne e kiwi, e prima di uscire gli ho detto che avrei lasciato il cellulare acceso, anche di notte, e che mi chiami se la cosa peggiora o se ha qualche sintomo a cui deve stare attento, secondo mia sorella. In tal caso sarebbe dovuto andare subito all’ospedale per farsi vedere da un medico: vomito, dolore addominale o rigidezza in quella zona.

 

Prima di lasciare Cacabelos, ho incontrato Michael, il giovane di Boston, e insieme ci siamo fatti il percorso di otto chilometri tra vigneti fino a Villafranca del Bierzo. Michael mi ha raccontato che è stato accettato in una delle migliori università americane due anni fa, ma ha deciso di abbandonare e andarsene a Washington, dove c’è l’Università. È stanco dell’ambiente di competenza malata che lo circonda e che nella sua facoltà, anche se è la migliore, non si può avere un’altra opinione, dato che va di moda il pensiero unico, e bisogna accettare in tutto e per tutto quello che dice il professore. Lui cerca altro. Anche se è così giovane, Michael sembra avere le idee chiare e non ho potuto fare a meno di incoraggiarlo a seguire la sua voce interiore e non ciò che gli dicono gli altri.

A Villafranca del Bierzo, verso la chiesa di Santiago, abbiamo incontrato Ruta e Szilvia. Poi siamo scesi verso il centro per prendere qualcosa da mangiare. Nel bar c’era un uomo sui quaranta che per camminare si faceva aiutare da un bambino di dieci anni. Credo che qualcuno mi ha parlato di questa coppia. Se sono gli stessi –credo di sì date le cicatrici che ha il padre sulla testa-, si tratta di un australiano che ha un tumore cerebrale incurabile e suo figlio. Non so se viaggiano spinti dalla speranza che l’apostolo lo curi o solo perché non vuole lasciare questo mondo senza prima fare questo viaggio con suo figlio. È impossibile non relativizzare i problemi, soprattutto quelli che hanno soluzione, quando accanto a te ci sono persone come l’australiano. Per non parlare del ruolo del ragazzo, che si fa questi chilometri durante quelli che saranno, e spero di sbagliarmi, i suoi ultimi giorni in compagnia di suo padre.

 

Dopo un veloce spuntino ho salutato Michael, che voleva provare il “cammino duro”, e ho percorso al volo le strade di questo bel comune del Bierzo dove già si iniziano a sentire voci in galiziano. Poi ho continuato il cammino. Sono di buon umore. Se le cose non prendono una brutta piega e i piedi mi rispettano, oggi finalmente arriverò in Galizia. Sembra ieri quando sono partito da quell’edificio di appartamenti della stazione di Canfranc, che ho contribuito a costruire dodici anni fa, ed è già passato un mese. Un mese nel quale mi sono successe un sacco di cose. Un mese che mi sembrava infinito quando ho iniziato questo pellegrinaggio e ora ho la sensazione che mi sembrerà corto, che quando arriverò a Santiago non vorrò che tutto ciò finisca…

 

Durante i quasi quindici chilometri successivi ho alternato pezzi in cui camminavo da solo ad altri in cui stavo con Ruta o con Szilvia, conversando. A Portela de Valcarce, Ruta ha voluto fermarsi per chiedere se c’era posto nel rifugio. Il dolore al collo del piede la sta uccidendo e ha deciso di concludere la tappa di oggi. Purtroppo le hanno detto che non c’erano posti e che doveva provare nel paese successivo, a circa un chilometro di distanza. Ruta ha detto che un chilometro se lo può permettere, però che ad ogni modo resta in paese a riposare. Szilvia è rimasta con lei ed io ho deciso di proseguire, dato che avevo già ricevuto un messaggio di Günther nel quale il simpaticone mi diceva che voleva entrare in Galizia con il suo primo “Camino friend”, e che mi aspettava a Vega de Valcarce, a tre chilometri di distanza da dove stavamo adesso. Arrivato ad Ambasmestas, un bel paesino nella valle dove confluiscono i fiumi Valcarce e Balboa, ho mandato un messaggio a Ruta per dirle di fare uno sforzo e di passare la notte in questo angolo di pace.


A Vega mi aspettava Günther, che mi ha abbracciato come fa lui, che ti lascia le vertebre tremanti. Sono arrivato un po’ tardi e con un leggero strappo nel polpaccio, e gli ho chiesto di farmi riposare un po’ prima di fare la salita che ci aspettava. L’austriaco non ha obiettato, anche se rischiavamo di non avere tempo. Appena arrivato a Vega è apparsa Szilvia, che voleva salire a O’Cebreiro con noi. L’ascensione è stata spettacolare. Dura sì, ma più che per il sentiero in sé, lo era per i chilometri accumulati oggi. La ricompensa è valsa la pena. Il panorama è spettacolare e la tranquillità lungo il tragitto non la sentivo da tempo. Senz’altro abbiamo indovinato a salire verso il tardo pomeriggio, senza nessun altro sul cammino e quando il sole scendeva per nascondersi dietro le montagne intorno a noi. La parte emotiva di salire sapendo che stavamo per entrare nella terra dove riposano i resti dell’apostolo, era molto forte ed è stato un momento assai speciale, un ricordo di quelli che sicuramente conserverò come qualcosa di prezioso.


Oltre a speciale, la salita è stata molto divertente. Günther ed io stavamo in sintonia e ci siamo fatti tutto il tragitto scherzando. Ho visto che appena si va in terreni più alti, lui sente l’obbligo di mostrare che è austriaco e che la montagna è il suo habitat naturale. Nella salita verso O’Cebreiro non poteva non rivendicare il suo ruolo di Uomo delle Nevi, e a un certo punto si è messo a scrutare l’orizzonte, per poi dirci che ci sbrigassimo perché quelle nuvole sulla sinistra venivano verso di noi, e con cattive intenzioni. L’ho guardato in faccia come per dirgli “te lo sei inventato, vero?”, e lui mi ha risposto dicendomi seriamente: “Sento l’umidità; pioverà”. Io ho annuito poco convinto, ma ero sicuro che quella non fosse la previsione corretta. Non ho idea di meteorologia ma non c’era vento, e da quelle nuvole non sembrava che stesse cadendo acqua. Inoltre non eravamo così lontani dalla cima, perciò potevamo arrivare senza bagnarci.


A un paio di chilometri da O’Cebreiro abbiamo raggiunto la pietra miliare che segnala l’ingresso in Galizia e ci siamo abbracciati esultanti. Abbiamo approfittato per fare qualche foto per illustrare il momento. Poco prima di arrivare alla suddetta pietra, e prima di entrare nel primo paese galiziano, delle nuvole più scure delle precedenti ci si stavamo per buttare addosso, ma Günther ci ha detto di stare tranquilli perché era poco probabile che scaricassero acqua. Io comunque ho approfittato per appoggiare a terra lo zaino, cercare l’impermeabile e mettermelo, cosa che è sembrata divertente ad entrambi. A Szilvia più che a Günther, in effetti. A trecento metri dal paese, l’austriaco si è fermato e ci ha chiesto se sentivamo qualcosa. Abbiamo detto di no, lui insisteva: “Ma sì, non lo sentite? È una bottiglia di vino che ci sta chiamando!”, frase accompagnata da una delle sue abituali risate. È veramente piacevole l’umorismo di Günther e la sua generosità, della quale fa sempre sfoggio quando può.

Erano quasi le nove della notte quando siamo entrati nelle strade del paese. Un gruppo di pellegrini che stavano passeggiando dopo cena, si sono sorpresi al vederci arrivare così tardi e ci hanno applaudito. Gli ostelli erano completi e abbiamo dovuto cercare alloggio in una delle case di pietra usate come pensioni dai pellegrini. In una di loro ho chiesto se avevano letti e un signore molto serio mi ha detto di sì, ma che erano tutti occupati. Sapevo già cosa fosse la tipica intenzione nascosta galiziana, e in realtà non mi ha fatto piacere. Immagino che camminare per dodici ore per poi sentirsi dire una cazzata del genere non sia stato d’aiuto. Alla fine una buona donna ci ha detto che a casa sua c’era posto e siamo andati da lei. Dopo la solita doccia calda siamo usciti per cenare, e lì ci hanno sorpreso quelle nuvole che il nostro metereologo austriaco diceva che si sarebbero allontanate, mentre stavano scaricando sulle nostre teste un bel temporale. Non ho potuto non chiedere a Günther cosa fosse successo con la sua previsione, e lui con una mano sulla spalla, come se fossi nato ieri, mi ha detto che non devo preoccuparmi, che è solo una nuvola passeggera e che domani ci sarà di nuovo il sole.

 

Tradotto per Valerio Cruciani ¡Matadme!


domingo, 26 de mayo de 2013

Ventottesima tappa: Molinaseca - Cacabelos (23 chilometri)

Stamattina mi sono alzato ridotto a un rottame. Quella discesa di ieri verso Molinaseca, dove dovevo frenare continuamente per non cadere, mi ha spezzato in due. Malgrado ciò, ho potuto stare più tempo a letto. La maggior parte dei giorni mi sveglio prima che suoni la sveglia. Ho il corpo così teso che mi costa addormentarmi, e la mattina mi alzo prima. Non so se la tensione è solo fisica o anche emotiva, data la quantità di esperienze che sto accumulando e anche perché dedico molto tempo a camminare da solo e a pensare.

In uno dei bar più vicini all’hotel ho incontrato Tim, un americano di Kansas City che avevo conosciuto a León. Si stava prendendo un pezzo di frittata e un caffellatte, e gli ho chiesto se potevo sedermi con lui. Tim mi ha raccontato che lavorava presso la IBM e che era un po’ stanco del lavoro, cosa per cui all’inizio dell’anno scorso, quando la compagnia iniziò a licenziare gente, lui alzò la mano e disse al suo capo, con il quale stava in buoni rapporti, se se avevano bisogno di volontari da mandare al muro, lui ci stava. Fece la valigia e se ne andò a viaggiare per tutto il sud-est asiatico e ora, prima di tornare negli Stati Uniti, aveva deciso di finire il suo anno sabbatico facendo il Cammino di Santiago. Guarda caso, la stessa traiettoria vitale che voglio seguire io ma al contrario, cominciando dal Cammino di Santiago e proseguendo per l’Asia. Ascoltando i miei piani di futuro, Tim mi ha rivelato una certa invidia sana per l’avventura che sto per iniziare e che lui sta per terminare.

L’ho salutato e sono andato a prendere le mie cose in stanza. Ho incontrato Zach, Ruta e Szilvia che attraversavano il paese a passo svelto. Zach mi ha commentato che Michael ieri si è fermato a Acebo, come loro, ma che hanno perso Hilly, che soffre ogni giorno di più la disidratazione provocata dalla gastroenterite e che ha bisogno di riposare. Sono rimasto con loro tre dicendogli che li avrei raggiunti a Ponferrada. Dopo aver raccolto le mie cose, ho iniziato a camminare verso la capitale del Bierzo. Prima di abbandonare Molinaseca mi sono fermato in una frutteria per comprare qualcosa. Il negoziante stava fuori e sua moglie dentro. Lui mi ha raccontato che quando può se ne va dal bancone ed esce per strada per vedere le pellegrine e lanciargli qualche complimento. Sua moglie ogni tanto gli lancia un grido e torna, passando così le giornate che altrimenti sarebbero molto noiose.


Prima di arrivare a Ponferrada c’è un piccolo campo di volo per aerei ed elicotteri controllati a distanza. Non sto scherzando. Come le macchine di sempre, ma attrezzi che volano. Lì c’erano una dozzina di freaks che passavano la domenica mattina con i suoi aggeggi pazzi. A Ponferrada mi sono riunito con Zach e con Ruta e Szilvia. Abbiamo visitato velocemente il castello e qualche chiesa più rappresentativa e, dopo esserci fermati in una farmacia affinché Ruta potesse comprare qualcosa per alleviare il dolore ai piedi, ci siamo rimessi in moto. Per uscire dalla città ci ha orientati un paesano molto simpatico, Rogelio, “del posto da sempre”, dal quale quasi non riuscivamo a separarci data la sua voglia di parlare. Fuori Ponferrada mi sono ricordato di Günther, davanti al Museo dell’Energia. Anche se questa non è l’energia che cerca, mi sono chiesto se l’austriaco non avesse visitato ugualmente il posto.


Per il resto della tappa ci siamo alternati: a volte camminavamo insieme tutti e quattro, altre ognuno a suo ritmo. Ci sono gruppi che si formato lungo il Cammino nei quali sembra che la gente debba andare anche al bagno insieme. Sono gruppi nei quali poi ci sono tensioni, perché ovviamente è molto difficile mettere d’accordo varie persone adulte e dei due sessi, che tra l’altro si sono appena conosciute. Questo è assai frequente tra spagnoli. Il turista che viene qui è più indipendente, va per conto suo e non si offende se all’improvviso gli dici che vai avanti o che ti fermi, perché ti va o perché vuoi stare da solo. Credo che in Spagna non ci piacciano le pecore che si separano dal gregge, non sia mai che gli vada meglio che a noi. Le pecorelle devono andare tutte insieme e ci deve essere un pastore a guidarle, davanti al quale bisogna abbassare la testa quando ci colpisce con il bastone. Così funzionano i greggi, anche se per fortuna ci sono sempre più pecore che cercano di pensare con la loro testa e se ne vanno lì dove più gli conviene, senza preoccuparsi per le regole prestabilite, per il “destino” o per il politicamente corretto.

Saremo arrivati a Cacabelos verso metà pomeriggio. Günther mi ha inviato un messaggio per dirmi in quale ostello alloggiava con i tedeschi Bruno e Alexandra e siamo andati lì. Abbiamo riservato una stanza e ci siamo dati appuntamento nella polperia dell’ostello un’ora dopo. Arrivato puntuale all’appuntamento, ho incontrato Zach che stava già aspettando con un bicchiere di spremuta d’arancia. Sembrava serio e gli ho chiesto se andava tutto bene. Mi ha detto che non del tutto. Che è da qualche giorno che non visita il signor Roca (N.D.T. fabbricante di sanitari da bagno) e che inizia a preoccuparsi. Anche se per fortuna non ho problemi del genere, neanche quando viaggio, ho cercato di tranquillizzare l’americano del Kentucky dicendogli che queste cose sono normali, e ho voluto fargli l’esempio estremo di un mio amico che di solito buttava fuori la spazzatura una volta a settimana. Non mi è sembrato di vedere nessun segno di tranquillità in Zach, e gli ho chiesto di dirmi che voleva dire esattamente con “qualche giorno senza andare al bagno”. Si è mosso scomodamente sullo sgabello e, girandoci intorno, mi ha detto che da quando è partito un mese fa, ci è andato solo una volta e che non è neanche stata una gran cosa. Mi ha detto anche che ha deciso di smettere di mangiare e che sono già ventiquattro ore che va avanti a succhi di frutti. Pensando nella quantità di cose che gli ho visto mandare giù da quando ci conosciamo, gli ho detto che mi sembrava una scelta azzeccata. Gli ho detto poi di darmi un minuto per chiamare le mie sorelle, che sono mediche.

Due delle mie sorelle, oltre ad essere molto belle, sono delle dottoresse eccellenti, come mio padre. Ma sono un po’ diverse rispetto al modo di vedere le cose e di avvicinarsi alla medicina. Una di loro è della scuola conservatrice, nel senso di non amputare appena c’è un segno di cambiamento o dare medicine perché sì. È più vicina alla medicina naturale e pensa che molte malattie siano relazionate con lo stato psicologico, crede che si perda poco tempo con i pazienti e che bisognerebbe parlare di più con loro, perché molte di quelle malattie sono manifestazioni somatiche dovute a un conflitto interno non risolto. In questo caso concreto lei direbbe che se non c’erano altri sintomi che ci potessero far pensare a qualcosa di più grave, l’americano lo si doveva lasciare tranquillo, parlare poco del tema e lui avrebbe fatto da solo ciò che doveva fare. L’altra sorella è della scuola spiccia, crede che bisogna lasciare perdere le inezie e risolvere il problema che abbiamo davanti. E se il problema è che l’americano non caca, bisogna fare in modo che cachi o aprirlo e tirargli fuori la merda a palate. Certo, sto esagerando, ma credo che così si capisca che si tratta di due personalità distinte.

Ho visto Zach piuttosto preoccupato rispetto al tema e ho creduto che un consiglio medico un po’ più zen avrebbe fatto al caso suo, così ho chiamato la dottoressa naturista. Per fortuna o per sfortuna non mi ha risposto e ho chiamato l’altra sorella. Le ho fornito i dati e, come immaginavo, la sua risposta è stata che c’era da usare l’artiglieria pesante: “Clistere”, ha detto. Per non spaventare l’americano dopo la prima chiamata, ho detto a mia sorella se non fosse meglio continuare con i lassativi con succhi e prugne, cosa che Zach già stava prendendo da ieri, e poi optare per lo spiacevole clistere se la cosa non funzionava. La sua risposta è stata schiacciante: “I lassativi sono come caramelle, se è da così tanti giorni che non va al bagno. Un clistere, Javier, dammi retta”. Dopo aver attaccato sono andato al bar e Zach mi ha chiesto con un sorriso forzato se stava morendo. Gli ho detto di no, e ho aggiunto che quella che sarebbe morta sarebbe stata la signora delle pulizie, quando avremmo tirato fuori tutto quello che aveva dentro. Seguendo le istruzioni di mia sorella, siamo andati in farmacia e abbiamo comprato il prodotto, sicuri che si sarebbe ridotto tutto a un semplice spavento. Siamo tornati in polperia con gli altri. Zach mi ha detto che andava in stanza e mi ha chiesto di dare le sue scuse e di inventarmi un dolore, senza dare troppi dettagli su un tema che, per l’americano, è alquanto imbarazzante. Logico e normale. Gli ho detto di non preoccuparsi, che avrei mantenuto il segreto ma che stavo scrivendo un diario di viaggio, e lì si sarebbe raccontato tutto. “Beh, speriamo che finisca tutto bene e che sia una storia con la quale potremo farci due risate quando leggeremo il tuo diario”, mi ha risposto.

La cena era buona. Un paio di piatti di polpo, lacón e insalata, tutto annaffiato da un vino del Bierzo, complemento perfetto per dimenticare la durezza delle tappe precedenti e godere della buona compagnia. Oltre a Günther, Bruno, Alez, Ruta e Szilvia, ci ha accompagnato un altro tedesco, Matias, che i suoi compatrioti hanno conosciuto nella tappa di oggi. È biondo, alto e magro e anche se non ci avessero detto che era tedesco, l’avremmo indovinato. Ogni volta che il vino fa il suo effetto e ci si prende in confidenza, arriva il momento delle confessioni e la gente ha voglia di sapere cosa ti ha portato qui. Io racconto sempre la stessa filastrocca senza dare troppi dettagli personali. E agli altri rigiro sempre la stessa domanda, perché credo che chi me l’ha chiesto prima ha voglia anche lui di raccontare i suoi motivi. Bruno ha fatto fatica a trattenere le lacrime quando ci ha raccontato che dieci anni fa sua moglie lo lasciò per un altro, e che poco dopo ebbe un infarto che quasi se lo porta all’altro mondo. È incredibile il buon aspetto che ha e con che forza affronta tutti questi chilometri che ci stiamo facendo, malgrado quel serio problema di salute. Quando è toccato a Matias, mi ha detto che se lo accompagnavo fuori a fumare mi avrebbe raccontato i suoi motivi. Gli ho detto che non fumo ma che l’avrei accompagnato volentieri.

 

Una volta per strada, e un con un po’ di misterio, Matias mi ha confessato che è un tossicodipendente e che è venuto a fare il Cammino di Santiago come una specie di terapia, e anche per trovare la forza necessaria per smettere. Mi ha chiesto scusa per avermi tirato fuori dal locale. Mi ha detto che non vuole raccontarlo in giro, ma che allo stesso tempo ha bisogno di dirlo a qualcuno e, per qualche strano motivo, ha pensato che io ero la persona adatta per ascoltarlo. Il tedesco mi è simpatico, è una persona che lotta per superare qualcosa e per di più fuma Ducados. E per me i fumatori di tabacco nero vanno rispettati. Mi ha raccontato anche che nel giro di due anni ha perso i suoi genitori a causa del cancro e che è solo. È figlio unico e non ha molti amici, tolti i compagni di sbronza o intrallazzoni, ognuno con le sue faccende. Un’altra ragione per cui ha deciso di fare il Cammino è che credeva di trovare qui la fede, e credere che un giorno incontrerà di nuovo i suoi genitori perché gli costa vivere pensando al contrario. Qualche giorno fa, quando Matias è arrivato a León, si è stancato e ha preso un treno per Madrid. Voleva rinunciare a tutto, tornare in Germania e fumare fino a strafarsi e a non ricordare più neanche il suo nome. Arrivato a Madrid ha iniziato a sentirsi male per aver lasciato il Cammino. Qualcosa dentro di lui gli diceva che non poteva mollare. Credeva che se avesse rinunciato senza raggiungere Santiago, non sarebbe mai stato capace di abbandonare le droghe. E non sarebbe mai stato capace di finire una delle poche cose che valeva la pena fare in vita sua.

Non so perché mi è venuto in mente dirgli questo a Matias, forse la conversazione stava diventando troppo esistenziale, ma il fatto è che ho chiesto al tedesco se aveva preso in considerazione la possibilità che i suoi genitori, stessero dove stessero, gli inviassero la forza necessaria per continuare. Che quel malessere interiore che ha sentito dopo aver gettato la spugna non era altro che la parola di due genitori che non ci sono più, ma che se ci fossero l’avrebbero incoraggiato ad andare avanti, ad arrivare a Santiago e a lasciare le droghe. Matias mi ha guardato a lungo e mi ha chiesto seriamente se credevo che potesse essere possibile quella cosa. Gli ho detto di no. Non ne ho la certezza, come non sono sicuro se un giorno rivedrà i suoi genitori. Ma credo che si tratti di creare i momenti giusti, e se pensarlo lo fa sentire meglio e gli fa sopportare meglio l’assenza fisica dei suoi genitori, continuando a vivere, perché non dovrebbe convincersene? Perché non può già avere fede? Senza aspettare di cadere da un cavallo o un fascio di luce accecante che gli mostri la verità. Perché non dovrebbe credere che i suoi genitori, da qualche luogo al quale anche lui un giorno arriverà, gli mandano la forza necessaria per arrivare a Santiago? Matias è rimasto per qualche secondo in silenzio e poi, con un mezzo sorriso, mi ha detto di sì, che non aveva motivi per non crederci. Anch’io mi sono sorpreso delle mie stesse parole, e ho pensato che forse è anche il mio caso, una persona a me cara che ho perso all’improvviso, proprio quando stava viaggiando verso Santiago, che ora mi sta guidando verso quel luogo. Sì, perché non pensarci se mi fa stare meglio? Anche se non ha molto senso, anche se non ho modo di provare se è vero…

 

Quando siamo tornati nel ristorante, Günther ha fatto il tipico scherzo del fischiettare una canzoncina, come se io e il tedesco ci fossimo scambiati effusioni per strada. È chiaro che il vino del Bierzo sta facendo il suo dovere. Io, senza pensarci due volte, ho fatto il gesto di togliermi la maglietta per mostrare ai presenti la mia curva della felicità. Matias mi ha detto di non fermarmi e di proseguire con lo spettacolo, io mi sono avvicinato e gli ho sussurrato all’orecchio “stanza 315”, e il tedesco è scoppiato a ridere. Come dicevo ieri, come starà messo l’umorismo in Germania perché questi ragazzi si divertano tanto con me?

Tradotto per Valerio Cruciani ¡Matadme!