Invece non sono molto sicuro del fatto che i vicini del mio amico Borja ricordino con tanto affetto le nostre visite al suo appartamento in città. Ci fu un’epoca nella quale il nostro modus operandi includeva arrivare alle sei della mattina nel quartiere dove alloggiavamo con i finestrini abbassati, anche se fuori nevicava, e con il Thunderstruck degli AC/DC a palla. Poi salivamo in cucina a compiere il rito sacro della seconda cena e lì lasciavamo affiorare la creatività che ora sta dando tante stelle Michelin alla cucina spagnola. Ricordo che una volta Luiso mangiò una scatola di zuppa Litoral senza riscaldarla e se ne andò a letto senza dire neanche buona notte.
Ma come succede di solito in queste occasioni, tutto scorre sotto la più apparente armonia fino al momento in cui un piccolo imprevisto rovina tutto. O fino al momento in cui viene uno e fa una cazzata. In questo caso la cazzata proveniva dall’accampamento militare, da dove all’improvviso si è sentita una lunga raffica di mitragliatrice. Ho continuato a camminare con lo sguardo fisso verso il campo di tiro, temendo che l’ufficiale al comando avesse voglia di dire alle nuove reclute di esercitarsi con l’artiglieria pesante. In realtà non so perché guardassi in quella direzione, come se fossi il protagonista di Matrix che può schivare le pallottole, ma ad ogni modo lo stavo facendo, fino al momento in cui ho sentito un urlo spaventoso alle mie spalle:
-Kaiko, per l’amor di Dio, vieni qui!
In realtà non ho paura dei cani, ma girarti e vedere come un rottweiler corre verso di te con le mascelle spalancate ti fa cagare addosso comunque. E ancora di più se a cinquanta metri dietro di lui vedi come la sua padrona inizia a correre al rallentatore, cade e si rialza come se fosse il Sergente Elías che fugge dai charlies in Platoon, mentre supplica isterica al cane che torni indietro.
Per fortuna il cane doveva avere qualche problema alla vista, perché giusto quando mi si è avvicinato, ha fatto una frenata che per poco non si rovescia con le zampe all’aria. Immagino che la visione di uno stangone della mia misura, vestito con un cappello che sembra un disco volante e un bastone pronto a cadere sulle sue costole, gli sarà sembrata così inquietante come a me la sua presenza. La verità è che è rimasto a guardarmi per un po’ e poi se n’è tornato indietro. Gli mancava solo la frase tipica, “giusto perché mi chiama la padrona, sennò t’ammazzo a morsi”. La signora, invece di scusarsi per lo spavento che mi aveva fatto prendere l’animale, ci si è messa a parlare come se fosse San Francesco d’Assisi.
Lasciato alle mie spalle questo piccolo incidente, ho iniziato a salire per un fianco di un monte dal quale si poteva apprezzare una vista spettacolare dei Pirenei, con alcune cime piene di neve. In questa tappa non ho incontrato nessuno. È la cosa positiva del Cammino Aragonese che, diversamente dal Francese che parte da Roncisvalle, è meno frequentato e puoi apprezzare il paesaggio e camminare senza nessun rumore intorno.
A dieci chilometri dalla meta ho iniziato ad avvertire una certa stanchezza e il peso dello zaino. Dicono che i primi giorni sono i peggiori ma poi, quando i piedi si abituano a camminare e la schiena sopporta meglio il peso, tutto fila liscio. Tutto liscio per modo di dire. Così come mi è successo ieri, quando il mio incontro con il buon Manolo mi diede le forze di cui avevo bisogno per finire la tappa, oggi è stata questa l’immagine che mi ha aiutato a proseguire: centinaia di mucchietti di sassi messi lì da altrettanti pellegrini che prima di me hanno percorso questi sentieri, ognuno con un motivo per farlo ma nessuno per obbligo.
La salita finale verso Arrés è stata abbastanza dura. Tre chilometri in salita lungo un sentiero impraticabile. Mi sono ricoperto dalla testa ai piedi di fango. Mentre mi bagnavo nel fango, sono scivolato così male che ho appoggiato la mano libera su un rovo di spini. Sembrava che avessi stretto la mano a un riccio. Sulla cima della collina c’è il paese, tra le cui case di pietra vivono trentotto persone in modo permanente e alcuni forestieri durante i fine settimana. Per sfortuna proprio la casa accanto alla mia era in ristrutturazione e non mi sono potuto fare neanche una siesta. La buona notizia, però, è che sono andato al bar e lì ho incontrato i volontari dell’ostello che stavano prendendo un ricostituente. Ho saputo subito che si trattava di compaesani, perché quando mi hanno visto arrivare con il basco, Rafael di Calatayud mi ha detto:
-Paesà, dove vai senza cappello?- che in Aragona è il modo delicato di dire a qualcuno che ha la testa molto grande…
Mentre ci hanno fatto la foto, Alfredo –quello alla mia sinistra- diceva a mezza bocca:
-Sorridete, sorridete, fate vedere tutti i soldi che avete lasciato dal dentista-, il che spiega perché nella foto appare con le labbra socchiuse…
Tradotto per Valerio Cruciani ¡Matadme!





