Sono arrivato al suo box verso le otto, e dato che ancora dormiva sono sceso in caffetteria a fare colazione. Al ritorno l’ho trovato sveglio che faceva i suoi esercizi di yoga, che ripete costantemente per vedere se così si stura lo scolo. L’ho guardato ansioso e lui, torcendo il muso, mi ha detto il solito “niente, amico”. Mi ha detto che guardando i voli ne aveva trovato uno che partiva presto, domani mattina (domenica) da Vigo a Madrid, per poi collegarsi con uno dell’American Airlines, che dopo un altro trasbordo l’avrebbe lasciato a Lexington, Kentucky, a tarda sera. Era un viaggio pesante, però Zach mi ha detto che era disposto a firmare la dimissione dall’ospedale e partire subito.
Verso le nove e mezza è arrivato Hugo, il medico di turno. A Zach si è illuminato il volto, dato che è stato l’unico dottore con cui ha potuto parlare in inglese. Lo conobbe il primo giorno in corridoio e parlarono un po’. Hugo ha detto che le lastre sono migliorate nelle ultime ventiquattro ore e inizia a vedersi attività intestinale. Poi ha palpato la zona addominale e ha detto che l’alien è in movimento e si avvicina al colon discendente. Il parto è imminente: “Un’ora? Due ore? Ad ogni modo”, ha detto Hugo, “stamattina inizieremo a sturarlo”. Zach ed io ci siamo guardati sorridenti e non abbiamo potuto non darci il cinque allo stile americano: “Yeah man, questa merda è una figata!”, ha esclamato con il suo forte accento yankee.
Dopo la visita di Hugo e la buona notizia che ci ha anticipato, Zach ed io abbiamo pensato che era ora di rivedere il piano e decidere cosa fare nelle ore seguenti. Dopo uno scambio di idee, ci siamo capiti sul punto che non aveva senso cambiare il biglietto date le nuove circostanze. Era meglio scendere con calma a Lugo, così Zach poteva conoscere la città, e poi cenare con calma in un ristorante. E poi domani, domenica, ognuno al posto suo: io sarei tornato a Sarria per riprendere il Cammino e fare gli ultimi cento chilometri verso Santiago.
Zach era d’accordo. L’unico dubbio era se andare direttamente a Vigo, da dove parte il suo aereo lunedì mattina, per stare un giorno intero sulla spiaggia e in un buon hotel con lo Spa, o prendere un bus verso Santiago per vedere almeno la cattedrale e la piazza dove sarebbe dovuto arrivare, e così salutare delle persone con cui ha fatto il Cammino e che sono arrivate alla meta. Se fosse andato tutto secondo il previsto, Zach ed io adesso staremmo arrivando nella piazza dell’Obradoiro, insieme a Günther e a Szilvia. L’opzione di andare a Santiago gli causa sentimenti contrastanti. Da una parte gli sembra triste girare per quelle strade senza aver compiuto l’obiettivo, e dall’altra non gli piacerebbe sprecare l’opportunità di salutare la gente con cui ha fatto tanti chilometri e che di sicuro non vedrà più. Dopo averci pensato su un po’, Zach ha detto che andrà a Santiago, che malgrado il contrattempo che gli ha impedito di raggiungere il suo obiettivo è stato un pellegrino, e vuole abbracciare e felicitare la gente che è arrivata alla meta dopo tanto sforzo.
Le seguenti due ore sono passate lentamente. Abbiamo giocato le nostre carte e abbiamo fatto un giro in ospedale. A volte Zach ha fatto il balletto di Chunk e ci siamo fatti due risate. Poco dopo mezzogiorno è andato in bagno e, come sempre, ho incrociato le dita. Però è tornato sempre con la stessa espressione, e per non mettergli più pressione non ho voluto dire niente e ho continuato a leggere la rivista che avevo tra le mani. Zach si è sdraiato e ha detto timidamente: “Beh, sembra che stia funzionando”. Mi sono girato e gli ho chiesto: “Come dici?”. Ha annuito e ha detto che è cominciata l’estrazione straordinaria della lotteria di Capodanno, e anche se non è uscito il premio grosso, un numero è uscito. Ho sorriso e gli ho detto: “Cazzo, dammi un abbraccio!”. Non ho mai pensato di potermi rallegrare tanto per qualcuno che fa i suoi bisogni. Non so se questa era la magia del Cammino di cui parlava Paolo Coelho, ma io non dimenticherò mai questo momento. Ero così emozionato che quasi mi dimenticavo che ci voleva qualcuno che facesse da vulcanologo, avvicinandosi al cratere e traducendo alle infermiere le dimensioni, il colore e la consistenza della lava che iniziava a scendere lungo i fianchi del vulcano americano. La moglie del calzolaio va con le scarpe rotte, e il ragazzo del Kentucky, culla del pollo fritto, mi ha detto che ciò che aveva espulso era un “nugget”, e non aveva torto. Di sicuro non ne mangerò mai più uno in tutta la mia vita. Ho dato la buona notizia alle infermiere e mi hanno chiesto di informarle puntualmente sui numeri che vengono sorteggiati.
Al ritorno Zach mi ha detto che erano usciti altri sette nuggets, una porzione più che sufficiente, secondo il dott. Hugo, per dimetterlo. Abbiamo ricevuto la notizia con grande allegria e Zach, che non sa come ringraziare tutti per le cure ricevute, ha dedicato delle parole emozionate al medico. Questo gli ha detto che non deve ringraziarlo, che deve seguire una dieta ricca in fibre fino alla normalizzazione della situazione e che se ha qualche problema, come dolore addominale o vomito, deve tornare in ospedale. Gli ha consigliato comunque, al tornare in America, di farsi uno studio più approfondito per determinare le cause per cui è stato così per tanti giorni. Zach l’ha ringraziato di nuovo e ha cominciato a raccogliere le sue cose, a pulirsi e a vestirsi. Poi abbiamo preso il foglio di dimissione e Zach ha chiesto una copia delle lastre per mostrarle ai suoi futuri nipoti, ma purtroppo non era possibile. Così, senza perdere altro tempo, quasi quattro giorni dopo essere entrati, abbiamo lasciato l’ospedale di Lugo.
Zach ed io siamo scesi in autobus fino alle mura e poi abbiamo camminato fino all’Hotel Spagna, dove abbiamo prenotato un paio di stanze individuali, dato che deve fare delle cose per cui ha bisogno di più concentrazione che durante un esame di fine corso. Gli ho chiesto di farmi fare la siesta e lui mi ha detto che non c’erano problemi, dato che non aveva sonno e voleva approfittare per fare un giro in città.
Un’ora e mezza dopo ci siamo ritrovati nella hall dell’Hotel e siamo usciti a fare un altro giro. Zach voleva comprare magliette di qualche squadra spagnola per i suoi nipoti, per cui siamo andati a cercare un negozio di sport. L’abbiamo trovata poco dopo e la scelta era sempre la stessa: Real Madrid e Barcellona, che prima o poi si fonderanno e così vincono sempre. Poi c’era qualcosa della Nazionale e le maglie delle squadre galiziane, il Depor e il Celta. Però mancavano taglie, così Zach ha dovuto comprare per forza una del Real Madrid e una della Nazionale.
Dopo gli acquisti siamo andati a percorrere le mura e, approfittando, mi sono fermato a comprare un ditale di ricordo per la collezione di mia madre. Di ogni posto che visito cerco di portargliene uno, e ora inizia ad averne davvero tanti. Girando per le mura, Zach mi ha proposto di andare a cena in un ristorante. Lui non mangerà molto perché ancora non si sente al 100%, ma vuole che accetti il suo invito come ringraziamento per restare accanto a lui per tutto questo tempo. Anche la stanza d’hotel per questa notte è già pagata. In realtà l’americano mi ha offerto soldi tutte le notti che ho passato a Lugo, ma non ho voluto accettare. In questo caso gli ho detto che sì accettavo tutti i suoi inviti con piacere, e prima di andare a cena gli ho proposto di prenderci una birra per brindare le dimissioni dell’ospedale.
Alla fine abbiamo brindato ma Zach con un succo di frutta, perché crede che sia ancora presto per prendere alcool. Gli ho detto che non so come saranno le sue sbronze, ma che se doveva aspettare me era meglio che se ne prendesse una bella grossa stanotte. Zach ha ammesso che forse potessi avere ragione, ma che ad ogni modo preferisce restarsene calmo fino al suo rientro negli Stati Uniti. Nel bar c’erano vari paesani che guardavano una partita di calcio. Era iniziata l’ultima e decisiva giornata di campionato, e le cose non andavano bene per il mio caro Real Saragozza, che giocava contro le squadre galiziane e il Maiorca per evitare di passare in serie B.
Alberto fu uno dei miei migliori amici durante l’adolescenza e la giovinezza. Una persona sempre disposta ad aiutare e ad ascoltare qualsiasi problema dei suoi amici. Soffriva con i problemi degli altri e anche con i suoi, e forse fu questo a fargli un brutto scherzo durante l’adolescenza, quando iniziò a entrare in depressione. Gli ci è voluto molto per riprendersi, e il processo influenzò negativamente il suo rendimento accademico. Era stato sempre uno studente brillante. Voleva studiare medicina e aveva una media molto alta, perciò l’ultimo anno delle superiori per lui era molto importante. Si era ripromesso di fare il Cammino di Santiago, cadesse il cielo, se usciva da quel pozzo nero, a piedi dall’Aragona, come ringraziamento. E così fece, entrando tra l’altro nella facoltà di Medicina in un anno in cui il voto d’accesso salì all’improvviso, e molta altra gente, come nel mio caso, che voleva studiare per diventare medico dovette accontentarsi con un’altra cosa.
Alberto mi propose di fare il Cammino con lui e con altri due buoni amici, Joaquín e Miguelo. Quest’ultimo è un vecchio compagno di questo diario, dato che mi ha accompagnato durante alcune tappe fino a Castiglia. Pasi –era così che chiamavamo affettuosamente Alberto-, mi disse che sarebbe stata una grande esperienza e che sicuramente ci sarebbe servita molto nella nostra nuova tappa vitale. Purtroppo non potei accompagnarli. In quel momento non avevo i soldi e neanche il permesso dei miei per stare fuori per un mese, e dovetti dire che avrei dovuto rimandare, anche se mi dispiaceva molto. Quel viaggio restò lì in sospeso.
Il Cammino fu una grande esperienza per Alberto e ne parlava ad ogni occasione. Senza dubbio, quel mese in cui percorri la geografia spagnola, superando difficoltà (vent’anni fa il Cammino non era così popolare e non esistevano tante comodità per il pellegrino come oggigiorno), l’ha aiutato a crescere interiormente, a dare importanza alle cose davvero importanti e a relativizzare tutto il resto. Poco a poco riuscì a lasciare da parte la tristezza che l’aveva occupato per un po’ di tempo e a recuperare la vitalità e la voglia di aiutare gli altri, qualità che lo rendevano una persona speciale e diversa. Studiò i sei anni di laurea con voti eccellenti e si preparò l’esame di Stato per entrare nella specialità di Psichiatria, nel miglior ospedale spagnolo del settore. Il suo sogno era aiutare gli altri, e soprattutto quelli che erano caduti nelle grinfie di quella terribile malattia che ti afferra e ti fa affondare poco a poco in un buco dove se ne va la tua voglia di vivere. E ci riuscì. Ottenne uno dei migliori numeri di quell’anno in Spagna e ottenne il posto che voleva.
Durante la preparazione per l’esame di Stato in un’accademia di Madrid, Pasi conobbe una ragazza delle Canarie e se ne innamorò. Ricordo ancora quando mi chiamò entusiasta per raccontarmelo. Durante l’adolescenza aveva avuto una delusione amorosa, un amore non corrisposto, una cosa molto dura da accettare a quell’età, che l’aveva fatto diventare piuttosto cauto rispetto alle relazioni sentimentali. Ma stavolta faceva sul serio, quella ragazza sì che ne valeva la pena. Finalmente la vita gli sorrideva. Era riuscito ad entrare nella specialità che aveva sempre sognato e aveva una fidanzata che amava. Ed io, dopo averlo visto soffrire e lottare per farcela durante quegli anni in cui non stava bene, non potevo che essere felicissimo di quell’allegria condivisa. Quell’estate, prima di iniziare a lavorare a Madrid, Pasi decise di accompagnare i suoi genitori a Vigo, città nativa della madre, per riposare qualche giorno e godersi un po’ quella terra alla quale era così legato sentimentalmente. Durante il viaggio si dovevano fermare a Santiago, dove Alberto voleva riabbracciare l’Apostolo in segno di ringraziamento, così come fece qualche anno prima, dopo aver ottenuto l’accesso alla Facoltà di Medicina.
In quell’epoca la mia vita andava da un’altra parte. Appeso a una laurea che non mi piaceva, naufragando anno dopo anno, il futuro non è che fosse nero, è che preferivo che non arrivasse per non spaventarmi. Arrivai al punto tale di pensare che o facevo qualcosa con la mia vita, o sarei affogato in quel fango. Quindi decisi di andarmene a studiare all’estero a combinare qualcosa, senza scuse e fuggendo dall’imborghesimento che mi involgariva, da quel carcere reale o immaginario nel quale mi trovavo, e così avrei trovato un modo di andare avanti. Mi iscrissi al programma Erasmus e mi diedero un posto per studiare a Stoccolma. Non era male per cominciare. Il problema era come avrei finanziato l’avventura. Mio padre non appoggiava il progetto. Pensava, giustamente, che se non superavo gli esami in Spagna difficilmente ce l’avrei fatta in una lingua che non conoscevo. Per di più, sono cresciuto in una famiglia numerosa in cui non mancò mai niente, ma neanche avanzava per i capricci, e questo progetto, secondo mio padre, era logicamente grottesco, date le bocciature che portavo a casa ogni semestre.
Pasi mi incoraggiò sempre durante quegli anni difficili per non farmi arrendere e per spingermi a chiedere la borsa Erasmus, dato che pensava che uscendo di casa, andare all’estero e iniziare a volare, per lui sarebbe stata sicuramente la cura di ogni mio male. Rispetto al tema economico mi disse che non dovevo preoccuparmi, che lui iniziava a lavorare dopo un mese e che se ce n’era bisogno, si sarebbe stretto la cintura per vivere a Madrid e ogni mese mi avrebbe dato una parte del suo stipendio per farmi vivere in Svezia. Gli avrei ridato i soldi quando avrei trovato lavoro, non dovevo preoccuparmi. In quel momento la cosa importante era che io me ne andassi e iniziassi a lottare per tutto ciò che volevo essere e fare nella vita. Stavamo nella sala giochi accanto a casa dei miei, giocando un po’ al videogioco del calcio, lì dove di solito affrontavamo tutte le nostre discussioni, lui con la Lazio ed io con la Roma. Dal viaggio di studi dell’ultimo anno di scuola, prima di entrare all’Università, entrambi avevamo la Città Eterna nel cuore. Ma Pasi simpatizzava per la Lazio ed io ero romanista. E la Roma sconfisse di nuovo la Lazio, come succedeva quasi sempre. Quella fu la nostra ultima partita.
Il giorno dopo salii sul Pireneo aragonese, a Canfranc, dove Iñaki, un mio amico, era il capocantiere in un palazzo di appartamenti in costruzione. Avevo bisogno di soldi per pagarmi il volo a Stoccolma, il primo mese nella residenza studentesca dove avevo l’alloggio, e qualcosa in più per tirare a campare per i primi tempi. Iñaki mi disse che avrei dovuto lavorare sodo, e gli dissi che non c’era problema. Pagavano bene e avevo bisogno di quei soldi. Il primo giorno Iñaki mi mise a fare buchi a terra con il trapano, e a causa della mia velocità mi guadagnai una ramanzina da uno dei miei compagni di lavoro, che diceva che in questa vita dovevo prendermela con calma. Il secondo giorno, dato che me la cavavo con il trapano, Iñaki mi diede quella macchina infernale per aprire fori nei muri, quelli per le prese dell’acqua e della luce, e che se si incazza può bucare te. Mentre lavoravo, Iñaki mi fece un cenno per farmi spegnere la macchina, perché con quel rumore non si poteva parlare. La spensi e mi disse che dovevo chiamare urgentemente il mio amico Luis. Luis sapeva che stavo lavorando sui Pirenei, e mi sembrò molto strano che non potesse aspettare fino a quella notte per parlarmi. Inoltre notai qualcosa nel volto di Iñaki che mi fece venire un cattivo presentimento. Andai nella stanza che serviva da ufficio di Iñaki in quel palazzo di Canfranc e feci il numero di Luis, affinché mi desse una di quelle notizie che non vorresti mai ricevere.
Pasi non arrivò mai a Santiago. Perse la vita in uno sfortunato incidente stradale che spezzò un futuro promettente e pieno di illusioni. La sua morte mi produsse un gran vuoto, così come a molta gente che ebbe la fortuna di conoscerlo. La poca fede che potevo avere in quel momento la persi all’istante. Anche se sono stato educato in una famiglia e in una scuola cattoliche, per me già era difficile credere in un Dio che, se esisteva e si preoccupava un po’ per ciò che ci succedeva, potesse permettere tante ingiustizie nel mondo. La fine del mio amico, dopo tutto quello che aveva lottato, dopo aver aiutato tanto gli altri, proprio adesso che la vita iniziava a sorridergli, fu solo la goccia che colmò il bicchiere e che mi spinse verso l’agnosticismo.
Un mese dopo me ne andai a Stoccolma per iniziare una nuova vita. Malgrado la sua generosa offerta di aiuto materiale, non potevo più contare su Pasi e dovetti arrangiarmi in un altro modo sul piano economico. Ma ciò che non mi ha mai abbandonato sono le sue parole di incoraggiamento e la sua forza per continuare a lottare quando le cose non vanno a nostro favore. La sua forza per affrontare nuove sfide e affrontare le avversità, per non perdere mai la speranza nell’idea che c’è sempre luce alla fine del tunnel. Per questo ogni volta che devo prendere una decisione importante nella mia vita, mi ricordo di lui e di quanto l’ho avuto vicino nei momenti cruciali. E perciò adesso, davanti a una nuova sfida che mi propone la vita, ho pensato che era il momento giusto per fare questo Cammino che lui affrontò molti anni fa e che l’aiutò tanto. Il momento di camminare sullo stesso sentiero che calpestarono i suoi stivali in quel viaggio in cui non potei accompagnarlo, e che aspettavo di fare da tanto tempo.
Zach mi ha detto che Alberto doveva essere una grande persona e un grande amico, ed io gli ho risposto che sì lo era, e che sono molto felice di aver conosciuto lui e aver condiviso circostanze non desiderabili, perché in qualche modo, stando gomito a gomito in quell’ospedale, anche se l’ho conosciuto solo dieci giorni fa, ho sentito molto vicino il mio vecchio amico. E ho detto a Zach che se è capace di seguire l’esempio e, una volta nel suo paese, aiutare qualcuno che ne ha bisogno senza aspettare nulla in cambio, avremo fatto sì che lo spirito di Alberto, ciò che lui rappresentò per i suoi amici e quelli che ebbero la fortuna di conoscerlo, viaggi con lui e resti vivo tra tutti noi. Zach mi ha detto che gli avrebbe fatto molto piacere conoscere Pasi ed essere suo amico, e che porterà con sé questa storia negli Stati Uniti. L’ho ringraziato e gli ho detto che, solo per questo, già è valsa la pena di fare questo Cammino.
Tradotto per Valerio Cruciani ¡Matadme!
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