Arrivando a Canfranc, mi sono avvicinato a un bar che si trova a due passi dalla stazione abbandonata. Il cameriere, dopo avermi servito la colazione, mi ha mostrato un paio di piccoli barattoli comprati su Internet. “Viagra per pappagallini”, mi ha confessato. La mia espressione sbalordita l’ha dovuto far sentire nell’obbligo di spiegarmi che nel suo tempo libero alleva pappagallini e canarini.
Ogni volta che sento la parola pappagallino, mi ricordo di un amico che una volta mi invitò a mangiare a casa sua dopo il lavoro. Arrivato suo padre –medico- e sedutosi a parlare con noi, il mio amico si alzò, tirò fuori il pappagallino che tenevano in una gabbia e lo mise sulla testa calva di suo padre mentre, imitando il suono di un pappagallo, ripeteva: “Papà, papà”. Il padre, invece di dargli una sventola all’uccello, mandare affanculo suo figlio o entrambe le cose, iniziò a spiegarmi il cattivo stato della Sanità in Aragona e a prendersela con la consigliera del settore, mentre il pappagallino restava immobile sulla sua testa.
Con questi precedenti personali, ho ascoltato con attenzione il cameriere del bar di Canfranc mentre mi diceva che aveva comprato su Internet, e pagando una fortuna, un canarino che è campione spagnolo di canto. Era molto contento perché secondo lui “gli sta dando giù alle femmine”, e ha già sette pulcini che non stonano quando cantano. Gli ho suggerito che ne presenti qualcuno a Eurovisione quando siano un po’ più grandi, dato il successo che otteniamo di solito. Mi ha guardato con la faccia di chi se lo pensa sul serio, poi mi ha detto che gli mette dei CD con il canto di altri canarini perché possano affinare il loro udito e migliorare. Al che gli ho domandato se stava notando qualche progresso e lui, con sicurezza, mi ha detto di sì. Mi ha detto anche che all’inizio aveva il campione di Spagna nel bar per far divertire i clienti, ma al quarto giorno sua madre si stancò di sopportare tutto il giorno la stessa musichetta e lo riportò a casa. “Ho perso quella battaglia”, ha ammesso rassegnato mentre pagavo la colazione.
Una volta per strada sono andato a vedere gli appartamenti dove lavoravo, punto che ho scelto per iniziare il mio pellegrinaggio verso Santiago. La verità è che mi ha sorpreso il vederli ancora in piedi. Non solo perché ho lavorato lì, ma anche per i compagni di fatica che mi toccarono. Ricordo che all’inizio i miei compiti si limitavano alla raccolta dei detriti e alla preparazione del materiale per i gruppi di lavoratori. Ma con il passare dei giorni, dopo aver manifestato più volte al direttore dei lavori la mia intenzione di svolgere compiti di maggiore importanza, iniziai ad aprire buchi per gli allacci di luce e acqua e a usare il trapano.
Anche se avevo realizzato altri lavori temporali, l’esperienza di Canfranc era la prima che facevo nella costruzione. Un altro mondo, come ebbi l’opportunità di verificare. La prima volta che mi diedero un trapano mi misi a scavare come un pazzo seguendo le istruzioni del capo cantiere. Appena si allontanò per proseguire con altri lavori, spuntò dall’ombra un operaio di più di cento chili di peso che agitava le braccia come un grifone, segnale che interpretai –dato che con il rumore non si sentiva un cavolo- come un ordine di fermare subito il trapano. “Ecco fatto, ho perforato le tubature del gas”, pensai ingoiando il rospo e convinto che stavamo tutti per saltare per aria.
-Che stai a fa’? –mi chiese l’operaio alterato.
-E che faccio? Quello che mi hanno detto di fare –risposi dando la colpa al capo.
-Vediamo un po’, a te t’hanno detto di trapanare, vero?
-Sì –risposi.
-Molto bene, giovanotto, ma non ti hanno detto a che velocità lo devi fare?
-Veramente no, non mi hanno detto niente –dissi.
-Perfetto –continuò lui con il tono accondiscendente del maestro che parla con l’apprendista-. Se continui così finisci troppo presto e ti manderanno a fare un’altra cosa, hai capito?-
Avrei risposto che ci pagavano proprio per quello se non fossi stato sicuro che quella non era la risposta giusta.
-Tra l’altro –aggiunse senza darmi il tempo di dire niente- se finisci tu, e noialtri continuiamo con il nostro lavoro, ci fai sembrare degli imbecilli. Quindi facci il favore di prenderti le cose con più calma, che lo stress fa un sacco male –concluse mentre mi dava una pizza sul collo che mi fece tremare la cervicale.
In realtà come filosofia di vita quell’idea non mi sembrava poi così ingiusta. Anch’io credo che lo stress sia una cosa che fa “un sacco male”. Ciò che non capivo era perché proprio quell’operaio, ogni volta che s’incrociava con il capomastro, sbuffava come un rinoceronte e si metteva le mani sui reni, mentre si lamentava dello stress che aveva in corpo…
Con questi cari ricordi ho cominciato la discesa verso il paese di Canfranc e ho intrapreso il mio deambulare su questa via millenaria, percorsa da migliaia di persone prima di me, viaggio che avevo lasciato in sospeso già da molte lune. Le condizioni climatiche avrebbero potuto essere migliori e i venticinque chilometri che avevo davanti promettevano un certo grado di durezza. Non nevicava a Canfranc ma sì sulla frontiera, e abbondantemente, cinque chilometri più a nord e con il freddo che faceva, ci si poteva aspettare che cominciasse a fioccare da un momento all’altro. E infatti così dicevano le previsioni. Sulla piazza del paese di Canfranc ondeggiava la bandiera repubblicana, non so bene se come forma di protesta contro il regime vigente o perché sta lì dal ’36.
A Villanúa, a metà tappa, sono andato a prendere qualcosa con Gus. Gus è il fratello del marito di mia cugina, quindi abbiamo deciso di chiamarci cugini a partire da questo momento. Riguardo al tema della bandiera, mi ha detto che non bisogna prestare molta attenzione a ciò che fanno quelli di Canfranc. Che loro sono così e che se ci fosse la Repubblica, loro metterebbero la bandiera della Monarchia. -Non vedi che in quella valle ci sono poche ore di sole? –disse, attribuendo ogni tipo di eccentricità delle sue genti al clima ostile che soffrono.
Mentre divoravo un pezzo di frittata, Gus mi ha raccontato che c’è poco lavoro sui Pirenei e che se ne va a lavorare in un ristorante a Berlino, dove aveva già lavorato l’anno scorso. E poi vorrebbe andarsene in California o in Canada, magari in uno stato dove si possa fumare e fare una vita tranquilla. Gli ho dovuto spiegare come s’invia un e-mail dal cellulare perché, come lui stesso mi ha confessato, “a queste robe moderne” non presta molta attenzione. Ho lasciato che pagasse lui perché Gus mi ha detto che porta fortuna essere ospitali con il pellegrino, e ci siamo salutati con un abbraccio prima di proseguire lungo il cammino.
Ho fatto tutta la discesa fino a Castiello di Jaca da solo e senza incontrare nessuno. Invece di proseguire sul cammino parallelo alla strada statale, ho seguito le indicazioni di Gus e mi sono addentrato nella Passeggiata del Juncaral, un bosco che cresce lungo il fiume Aragón e nel quale si sentiva solo il rumore degli uccelli e quello dei miei passi sulle foglie cadute dagli alberi. Dopo Castiello, quando mancavano solo cinque chilometri per finire la tappa, ho iniziato a notare il fastidio provocato da una vescica sul piede destro e, cosa ancora peggiore, chiari indizi di un’enorme e incipiente abrasione vicino al perimetro di esclusione dove riposano “i tre amigos”, come mi piace chiamarli.
E per finire, ecco una canzoncina dedicata a un grande amico e un’altra di musica aragonese “da paura”.
Tradotto per Valerio Cruciani ¡Matadme!



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