La mattina ho fatto colazione con calma nell’ostello dove dormo, nella parte vecchia di Burgos, e poi mi sono ritirato nella mia stanza per scrivere un po’, non senza prima salutare Kevin e sua madre, che hanno deciso di proseguire. Stanno facendo il Cammino a tratti e devono tornare a Dublino il sabato pomeriggio, perciò preferiscono sommare chilometri per avvicinarsi il più possibile a Santiago e cercare di finire l’anno prossimo. A mezzogiorno, quando ha smesso di piovere, sono uscito per fare una passeggiata in città. Ho visitato la Cattedrale e gli edifici storici più rappresentativi dell’antica capitale castigliana.
A Burgos fa un freddo tremendo. Qualche anno fa, tornando a Saragozza con i miei da Salamanca, città dove si sposò mio cugino Iñaki, ci fermammo qui qualche ora per visitare la Cattedrale e i dintorni. Non ricordo un freddo peggiore in tutta la mia vita. Sarà l’aria della catena montuosa che scende verso l’altipiano, ma la verità è che il gelo ti entra dentro e minaccia di lasciarti secco prima di rendertene conto.
Davanti all’ostello c’è un pub irlandese che si chiama San Patrizio. Mi costa molto passare davanti a un pub irlandese e non entrare. E se il pub si chiama San Patrizio, non è che mi costi, è che proprio mi allontano il più possibile. Sono entrato verso sera, proprio quando cominciava la finale della UEFA tra il Chelsea e il Benfica, e al bancone ho chiesto un whisky. Come sempre. Una mano santa. Il freddo è scomparso istantaneamente e ho continuato con una birra. Ho vista la partita a pezzi, dedicando il resto del tempo a scrivere nel mio bloc notes, a rispondere alle mail e a chiedere a Teresa, la simpatica cameriera, i titoli di alcune canzoni che si sentivano di fondo. Alla fine ha vinto la coppa la squadra inglese. Sfortuna per il Benfica.
Non mi piace per niente il Chelsea dall’anno in cui vincemmo la Recoppa e ci confrontammo con loro nelle semifinali. Cinquemila tifosi britannici arrivarono a Saragozza, molti senza biglietto, e distrussero tutto ciò che si trovavano davanti, per prima cosa le riserve di birra. So che non si può generalizzare con una tifoseria intera a causa del comportamento di pochi, ma io stavo lì e quella storia fu abbastanza generalizzata. Il selvaggio West.
Il giorno dopo, guardando il telegiornale, sentimmo come i mezzi di comunicazione inglesi condannavano il riprovevole comportamento dei tifosi del Chelsea, mentre applaudivano l’atteggiamento dei seguitori del Real Saragozza, esempio di sportività, capendo che il Romareda (n.d.t. lo stadio del Real Saragozza), invece di chiedere alla polizia che schiacciasse le teste dei seguitori inglesi, orripilata davanti a tanta violenza e in uno scatto hippie collettivo, era esplosa nel classico grido di concordia “peace and love, peace and love!”. Dopo pranzo andai nella biblioteca dell’Università per fingere di studiare un po’. In quell’epoca ero un ragazzino nel suo primo anno di Facoltà. Per strada, mentre aspettavo ad un semaforo, un autobus rimase fermo in mezzo alle strisce pedonali per colpa del traffico. Sentì una strana presenza che mi osservava da uno dei finestrini e alzai lo sguardo per trovarmi con un ciccione inglese sui quarant’anni, pieno di tatuaggi e con un doppio mento come quello di Jabba the Hutt in Guerre Stellari che mi fissava.
Sostenni lo sguardo il tempo giusto in cui quella massa informe di birra e fish & chips riuscì a passare lentamente un dito indice simile a una salsiccia da un parte all’altra del suo collo. Credo che impallidì un po’, perché il ciccione iniziò a ridere mentre, grazie al cielo, l’autobus riprese la maria e si perse lungo l’Avenida Goya. Non mi piace il Chelsea e voglio che perdano tutto, anche le amichevoli. E quando perdono, mi ricordo di quella maledetta palla di lardo e quello che ora ride come Jabba the Hutt sono io…
Dopo la partita ho chiesto un’ultima birra. Ho scoperto che vendevano Ambar, la birra del mio paese, e non potevo andarmene senza prendermene una. “One for the road”, come dicono gli inglesi al chiedere la terzultima. Sembra ieri quando lasciai la stazione di Canfranc, nel Pireneo aragonese, e sto già a Burgos, praticamente a metà del mio pellegrinaggio. Tra alcuni dei miei amici più vicini s’improvvisò una riffa nella quale il più ottimista diceva che mi sarei arreso a Logroño, ed io, perché non dirlo, non ero poi così convinto che sarei riuscito ad arrivare più il là. Non posso dire che negli ultimi anni lo sport abbia occupato una parte importante nella mia vita. Almeno uno che non fosse il sollevamento del vetro. Apparentemente si tratta solo di camminare, ma camminare tutti i giorni una media di venticinque chilometri, che tu abbia voglia o no, con i piedi triturati dal giorno prima, con pioggia, neve, grandine o sotto un solleone, e tutto con un peso sulle spalle di vari chili. È una prova fisica, sì, ma dal mio punto di vista è più mentale che altro, e finora la mia esperienza mi dice che abbandonano quelli che non hanno una forte motivazione interiore. E lasciano perché prima o poi la domanda è inevitabile: che cazzo ci faccio qui e perché sto facendo questo? Perché devo stare male o sopportare scomodità quando non ne ho bisogno? E se hai chiaro il perché sei arrivato fin qui, continui a camminare, ti afferri con forza al Cammino e non ti arrendi mai, malgrado le scosse nella cervicale, malgrado i tuoi piedi siano ridotti a una grande vescica che sembra volerti divorare come fosse un alien. E lo fai per la convinzione che se cadi, devi rialzarti e continuare a lottare. Per la convinzione che il Cammino è la vita, e questo è l’unica cosa che hai.
Tradotto per Valerio Cruciani ¡Matadme!

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