Per andare fino a Sarria, il Cammino offre un paio di alternative: una più lunga, che visita lo storico monastero di Samos, e un’altra che attraversa il paese di San Xil e che attraversa boschi di querce e di castagni. Ho scelto la seconda e in realtà il pezzo iniziale è stato spettacolare, dato che c’era la nebbia che copriva tutto e non si vedeva oltre dieci metri di distanza. In una delle salite verso uno dei paesi che ho incontrato, ho trovato il tedesco Babbo Natale. Era da giorni che non lo vedevo e la prima cosa che ha fatto è stato controllare che avessi con me il mio zaino. Mi ha detto che aveva un brutto raffreddore e che faceva fatica a camminare, per cui prevedeva che i suoi passi non l’avrebbero portato oltre Sarria, a quindici chilometri dal punto in cui abbiamo coinciso. Mi fa allucinare questo simpatico nonnetto e le scorpacciate di chilometri che si fa, malgrado la sua età. Mi sono scusato dicendogli che avevo fretta di arrivare fino al confine e gli ho augurato una buona fortuna e una rapida guarigione.
Ogni persona che fa il Cammino è lei e le sue circostanze, ma molti si possono raggruppare in tipi di personalità determinate, facilmente riconoscibili nella nostra vita quotidiana e senza bisogno di prendere uno zaino e venire fin qua. Se in altre occasioni ho parlato del pellegrino da competizione, o del comico professionale, quello che sente l’obbligo di dire qualcosa di simpatico ogni volta che apre bocca, il pellegrino veterano è anche lui riconoscibile e non meno noioso. E quando dico “pellegrino veterano”, non mi riferisco a quelle persone che fanno più volte il Cammino come una forma di vita o solo perché gli piace, o li fa sentir bene o lo fanno per una promessa. La maggior parte di quella gente, e ne ho conosciuti vari, inizia ogni volta un nuovo Cammino e lo fa con gran curiosità, e con la stessa voglia di incontrare gente nuova con la quale condividere esperienze e imparare cose nuove. No, non parlo di loro.
Parlo del rompiscatole che viene qui come se fosse un veterano della guerra del Vietnam, a vantarsi dei suoi meriti e a vantarsi delle sue eventuali onorificenze. “È già da cinque anni che sto sul Cammino. Se ti dicessi…”. No guarda, non voglio sapere niente, che quel film già l’ho visto e mi sono addormentato dopo cinque minuti. Mi riferisco a quello che guarda con accondiscendenza il nuovo arrivato, a quello che si sente infastidito da quello che fanno gli altri perché le cose bisogna farle come lui. A quello che dice cosa è corretto e cosa è inaccettabile. A quello che si attribuisce l’autorità morale di dire agli altri ciò che devono fare o dove devono andare. A quello che ti ricorda che l’esperienza è un grado, quando in realtà è da tutta la vita che fa la stessa cosa nello stesso modo, senza correre il rischio che lo possa mettere in difficoltà, senza muoversi di un centimetro dalla linea retta che è la sua serena esistenza. Leggendo queste righe, qualcuno penserà che sono una specie di sociopatico che si è fatto il Cammino da solo, ma dirò in mia difesa che non è così; sono stato in ottima compagnia finora, e credo che stia trovando amici per tutta la vita; ma certo, tra tutti quelli che incontro, solo quelli che hanno cose in comune con me. Anche se non lo sembra, ce ne sono molti!
Appena sono arrivato a Sarria sono andato in ambulatorio e ho chiesto di Zach, spiegando il tipo di malattia. Non avranno curato molti americani in quelle circostante ultimamente, dato che hanno saputo subito di chi parlavo e mi hanno detto che avrebbero chiamato la dottoressa che si occupava del caso. Lei mi ha confermato che il clistere della notte precedente non era servito a niente, e che la cosa più prudente, anche se non c’erano sintomi che facessero pensare a qualcosa di più grave, era fare una radiografia in ospedale ed esplorare con più accuratezza, dato che era da tanti giorni che non faceva progressi. Perciò la mattina presto l’aveva mandato a Lugo.
Sono uscito dall’ambulatorio e ho preso un taxi, e dopo aver negoziato un prezzo, siamo andati verso Lugo. Stavano per lasciare Sarria quando ho ricevuto un messaggio di Zach che mi diceva che si trovava in paese, che preferiva non andare a Lugo fino a che non arrivassi io, e mi ha dato le sue coordinate. Ho chiesto a Suso, il tassista, di tornare indietro e portarmi da Zach. Quando siamo arrivati all’hotel dove alloggiava, l’ho trovato un po’ spaventato. Mi ha chiesto se credo che sia una buona idea andare in ospedale o se non fosse meglio continuare il Cammino e dare più tempo ai suoi intestini pigri. Gli ho detto che la cosa più prudente era andare in ospedale, se era il consiglio dell’ambulatorio, e che sicuramente si trattava di una sciocchezza. Ma solo a Lugo ce l’avrebbero confermato.
Saremo arrivati in ospedale verso le tre del pomeriggio. Suso ci ha lasciato il suo biglietto da visita, perché magari finivamo presto e potevamo tornare a Sarria per proseguire la tappa o dormire lì e continuare il Cammino il giorno dopo. Ce ne siamo andati direttamente al Pronto Soccorso e lì ho dovuto spiegare in accettazione qual era il problema, perché ovviamente, oltre al galiziano e allo spagnolo, lì non si parlavano altre lingue. Hanno chiesto a Zach il suo passaporto e il suo numero della sanità americana, poi ci hanno detto di sederci fino a che non ci chiamassero. Ho pensato che dovevamo stare con le orecchie ben aperte per sentire la chiamata. Grazie a Dio il nome dell’americano non è né largo né complicato da pronunciare, perché se dovevamo capire la chiamata in base a come hanno pronunciato “Berkshire”, Zach sarebbe morto nella sala d’attesa senza essere visitato.
Poco dopo un’infermiera molto gentile ci ha ricevuti in un piccolo studio dove ci ha chiesto qual era il problema. Ho dovuto spiegare di nuovo la storia e tradurre alcune domande che l’infermiera ha fatto a Zach. Poi ci hanno chiesto di aspettare ancora finché arrivasse il medico di guardia. Nella nuova sala d’attesa c’era gente con ogni tipo di problemi, e alcuni erano piuttosto incasinati. Non mi piacciono per niente gli ospedali. Suppongo che non piacciano a nessuno. Appena vedo un medico con il suo abito da lavoro mi si alza la pressione e mi sento male. Nella mia famiglia quasi tutti lavorano in un ospedale, e il fatto che per anni durante i pranzi si parlasse di ogni tipo di calamità con un tono naturale, avrà sortito il suo effetto, immagino. Neanche Zach sembrava particolarmente allegro e abbiamo iniziato a parlare e a scherzare per sdrammatizzare un po’ la situazione. Ad un certo punto hanno chiamato il signor Nicasio Díaz e Zach mi ha chiesto se avevano detto “quesadilla” (N.D.T. un pasticcio di formaggio) dagli altoparlanti o se se l’era immaginato. Il povero è da quattro giorni che va avanti a succhi di frutta e non mangia niente di solido per non peggiorare la situazione, ed eccolo lì, vede e sente allucinazioni. Gli ho detto di sì, che se fa il bravo e rispetta la sua parte dell’accordo gli avrebbero dato quesadillas per cena.
Dopo mezz’ora d’attesa hanno chiamato Zach, e siamo andati in un consultorio dove una dottoressa di guardia ha visitato l’americano e gli ha fatto una serie di domande che io ho tradotto. La dottoressa ha riempito lo storico e gli ha dato un altro clistere con una sonda più lunga di quelle degli ultimi giorni. Rivolta a me, ovviamente in qualità di traduttore, ha aggiunto che per il momento non sembrava niente di grave, ma che sono troppi giorni senza attività e che bisogna seguire il caso.
Le infermiere mi hanno chiesto di lasciare il bagno in cui stavamo, a meno che non volessi essere testimone dello spettacolo. Me ne sono andato subito a fare un giro per i corridoi del Pronto Soccorso, pregando che finisse tutto molto presto. Tornando al bagno ho incontrato l’infermiera di Gijón che, rivolgendosi alle sue compagne, gridava: “Niente panico, ragazze! Abbiamo sturato gli Stati Uniti!”. Non ho potuto non ridere e andare dall’infermiera per farmi spiegare la buona nuova. Lei ha confermato che avevano stappato il vasetto delle essenze e che a partire da adesso sarebbe stato tutto più facile. Mi ha chiesto di dare dieci minuti al povero Zach e poi potevo affacciarmi per vedere se respirava. Ho titubato un po’, perché se era vero che si era appena verificato il miracolo, intuivo che entrare lì dentro era come buttarsi a pieni polmoni in una fogna. Dopo qualche minuto, ho aperto la porta e invece di trovarmi Zach in piedi e con un ampio sorriso, l’ho trovato ancora nella sala delle operazioni e con faccia contrariata. L’infermiera aveva cantato vittoria troppo presto, e non era successo altro che l’espulsione dello stesso liquido applicato.
In quel momento, davanti a quella scena d’invulnerabilità nella quale uno viene sorpreso a nascondere le sue vergogne, ho saputo che l’amicizia tra l’americano e me sarebbe stata, che ci piacesse o no, duratura. In quel momento, persa tutta la dignità, ammessa la sconfitta al proprio compagno di sventura, si stava sigillando un patto di lealtà fraterna, e se Zach fosse stato un indiano Navajo, se sarebbe tagliato le vene con un machete per firmare quel patto. La scena mi riportò inevitabilmente al passato, in un momento in cui scoprii uno dei miei migliori amici seduto sul trono in posizione da combattimento. Stupefatto, formulai una domanda scema: stai cagando? E il mio amico rispose con totale naturalezza: sì, perché, che c’è? A me, che sono andato in una scuola privata, quella cosa non sembrava per niente normale, e risposi arrabbiato: “Come sarebbe a dire che c’è? Chiudi la porta, cazzo!”. E il mio amico, con la stessa tranquillità, mi rispose: “No, la lascio aperta così parliamo”. Malgrado gli anni di lealtà dichiarata, fu solo in quel momento che capii che quella era una vera amicizia. Aprendo le porte del bagno, l’ultimo ridotto della sua intimità, il mio amico mi stava aprendo le porte della sua anima, riconoscendo che eravamo simili e che davanti a me non c’era niente che potesse simulare o nascondere, perché eravamo fatti della stessa pasta, ed era inutile dissimulare: a entrambi ci scappava la forza dallo stesso buco…
Non è successo altro durante il pomeriggio, e la dottoressa di guardia ha deciso di fare delle lastre per vedere cosa stesse succedendo nel basso ventre di Zach, che non sembra niente di buono. Dato l’orario e la mancanza di risposta al trattamento drastico, la dottoressa mi ha anticipato che la sua idea è far stare lì l’americano almeno per quella notte per vedere se fa qualche progresso. Le ultime novità hanno abbattuto un po’ l’americano. È consapevole che c’è qualcosa che non va, e anche se riconosce che questo problema non è nuovo e che l’accompagna quando viaggia, in quest’occasione è durato troppo e non è per niente normale.
A tutto questo si uniscono i suoi piani. Siamo a circa centoventi chilometri da Santiago e se deve passare la notte in ospedale, la giornata di camminata di domani è in pericolo. Lunedì mattina prende il volo per tornare negli Stati Uniti da Vigo, dato che martedì deve lavorare a Lexington, Kencucky. Ciò significa che domenica è l’ultimo giorno per arrivare nella capitale galiziana. Anche supponendo che vada tutto bene, che domani lo facciano uscire e che possiamo rimetterci in moto venerdì mattina, dovremmo fare una media di quaranta chilometri al giorno per arrivare nella piazza dell’Obradoiro in tempo. Ho cercato di animarlo dicendogli che si poteva fare, e che con la quantità di chilometri che avevamo sulle spalle non c’era da preoccuparsi. Lui sapeva che doveva preoccuparsi solo di una cosa: che la mattina dopo, entrando nel Pronto Soccorso, mi facesse una bella sorpresa.
Zach mi ha ringraziato ma ha insinuato che avevo già fatto abbastanza, che è ben assistito e che non devo preoccuparmi per lui, che devo proseguire il Cammino perché andrà tutto bene. Gli ho risposto che, lo voglia o no, per me lui è un amico e che non me ne vado abbandonando un amico. Siamo entrati in ospedale insieme, e insieme ne usciremo. È nel mio paese e farò tutto il possibile affinché non gli succeda niente di male. E se non gli piace ciò che gli dico, che non mi dia la colpa: la colpa ce l’hanno i suoi compaesani di Hollywood e la loro idea dell’amicizia che mi sorbisco da quando ero un ragazzino, e ancora oggi, in formato Goonies o Ragazzi perduti.
Dopo averlo salutato sono uscito dall’ospedale e ho preso un taxi fino a un hotel dove dormire a Lugo. Oltre ai venti chilometri che mi sono fatto a piedi e il fatto di essere completamente zuppo per colpa della pioggia, il pomeriggio e la tensione in ospedale mi hanno spezzato. Avevo bisogno di uscire e prendere un po’ d’aria. Lungo il tragitto in città, dalla quale ci separano una ventina di chilometri, ho pensato al destino e alle cose che succedono perché sì o se hanno qualche spiegazione, anche se è duro capirla. Uno dei motivi per cui sto facendo questo Cammino è un buon amico che ci ha tristemente lasciato qualche anno fa e al quale, anche volendo, non avrei potuto accompagnare in quelle tragiche circostanze. Ed ora il Cammino mi porta fino all’ospedale di Lugo, accompagnato da un americano che ho conosciuto una settimana fa, ma con il quale ho molte cose in comune, anche se siamo cresciuti a migliaia di chilometri di distanza. Mi sono ricordato del mio amico e mi sono sentito bene: per fare la cosa giusta, per stare accanto a quest’altro nuovo amico adesso che ne ha bisogno. Come lui ha sempre fatto con me. E anche se non è fisicamente accanto a me, l’ho sentito molto vicino come in molte altre occasioni.
Tradotto per Valerio Cruciani ¡Matadme!
Tradotto per Valerio Cruciani ¡Matadme!
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