Dopo aver fatto colazione mi sono fermato a parlare con Esteban, un tipo molto simpatico che dirige l’ostello. Mi ha parlato dei famosi che sono passati per il suo stabilimento, tra i quali ha evidenziato Clemente: -Beh senti, è proprio come lo vedi in televisione: diretto ma molto simpatico -, l’ha definito Esteban. In realtà anche a me Clemente sembra molto simpatico, a differenza degli allenatori di tipo pseudofilosofico che dicono sempre ciò che la gente si aspetta.
Poi abbiamo commentato alcuni aneddoti del mio viaggio e altre vicissitudini del mio deambulare fino a Los Arcos. Ieri c’è stato un ciclista che mi ha rotto un po’ le palle, mi gridava per farmi mettere da parte e quando è passato non mi ha neanche ringraziato. Esteban ha detto che il Cammino è per quelli che vanno a piedi con lo zaino, e che per le gare e le pippe mentali che si fanno certi ci sono circuiti migliori. Mi ha raccontato che ci sono ciclisti e ciclisti, e che lui rispetta più di tutti un paio di amici navarresi che scommisero che sarebbero arrivati a Santiago in un giorno. Uno di loro scese fuso dalla bicicletta a León e l’altro rimase a cinquanta chilometri da Santiago, non perché non avesse le forze sufficienti per continuare, ma perché c’era troppo traffico sulla strada e temeva che, dopo una notte in bianco, il sogno potesse fargli qualche brutto scherzo. Senza dubbio, ciclisti come gli amici di Esteban possono gridarmi tutto quello che vogliono, mi apro la testa davanti a loro che, senza volerlo, mi hanno ricordato Koldo, un concorrente navarrese che qualche anno fa è stato nel programma della TV basca “Il Conquistatore della fine del mondo”, e che dopo vent’anni senza toccare la bicicletta scommise con degli amici che sarebbe salito sul Tourmalet in una sola sessione.
Nel bar del paese mi ha servito il “Moro”, un cameriere assai arguto al quale mancano, per motivi che non immagino, alcuni denti. Non so se il fatto che stesse bevendo birra alle undici della mattina possa avere qualcosa a che fare. Il Moro mi ha raccontato che fece il militare a Barcellona e che si divertì alla grande. Ha ricordi molto buoni del brigadiere Rivas e mi dice che con lui le guardie erano una follia. -Appena entravo nella caserma chiamavo la cantina e dicevo “Belli Capelli, porta su due casse di birra nella garitta”. ”Belli Capelli”, come mi ha spiegato, era una recluta che aveva un’alopecia galoppante e che il brigadiere Rivas ha battezzato subito durante il periodo d’istruzione.
Il Moro ha passato la maggior parte del servizio militare nella garitta della Capitaneria di Barcellona, controllava entrate e uscite. Mi ha raccontato che una volta un agente dei gruppi Anti Terrorismo della Guardia Civile voleva entrare senza identificarsi, e lui gli disse che neanche per sogno. La guardia iniziò a fare lo scemo e dovettero chiamare il brigadiere Rivas, che gli disse che poteva essere pure il Re ma che lì, senza identificazione, non entrava nessuno. Alla fine l’agente diede i suoi documenti contro voglia, poi Rivas si congratulò con il Moro per la sua serietà, cosa che, immagino, gli ha fatto vincere un’altra birra. -Con sei cognomi baschi su otto, giusto un terrorista di ETA poteva farla franca al controllo. Immagina, il brigadiere Rivas m’avrebbe tagliato le palle -mi ha detto il Moro tutto serio.
Gli ho detto che sono aragonese e lui mi ha risposto che gli aragonesi gli stiamo molto simpatici, soprattutto Labordeta, del quale ricordava come mandò affanculo certi deputati del Partito Popolare che non lo lasciavano parlare nel Parlamento. -Quel signore sì che aveva le palle quadrate -, ha aggiunto.
Mi sono lasciato alle spalle Sansol e il Moro e poco dopo sono arrivato a Torres del Río, il paese vicino. Ho attraversato le sue strade come un’esalazione e mi sono buttato in mezzo ai campi lungo un sentiero di burroni, con salite e discese costanti, che alla fine mi hanno riportato a Viana. Sono stati dodici chilometri piuttosto duri a causa del terreno difficile, la pioggia incessante che ha trasformato in un mare di fango i sentieri e la mia schiena che peggiora. A Viana mi sono fermato a mangiare qualcosa e ho dovuto fare da traduttore con un paio di sud coreani, intrigati dalla provenienza di ciò che era esposto sul bancone. Gli ho detto che ciò che mi indicavano con il dito era orecchio di maiale, cosa che li ha divertiti molto.
Poco dopo aver lasciato Viana ho incontrato Eva, la californiana zoppicante che mi sono lasciato alle spalle ieri. Il suo passo claudicante non è diminuito, e mi ha detto di nuovo che suo padre, con la scusa di dover trovare una sistemazione nel rifugio municipale, l’ha superata. Era già pomeriggio inoltrato e pioveva senza sosta, ecco perché c’era poca gente sul cammino. Mancavano otto chilometri per raggiungere Logroño e ho deciso di farli con la simpatica Eva che, anche se insisteva perché non rallentassi per stare con lei, ha apprezzato il gesto.
Le ho chiesto perché stava facendo il Cammino se non sembrava così entusiasta, e lei mi ha risposto che fu idea di suo padre, che ha delle trovate molto strane, e che lei in realtà è qui per vedere se si mette in forma e se quest’estate può indossare un bikini sulle spiagge californiane. La risposta mi è sembrata degna di qualcuno che ha solo segatura nella testa e, tenendo conto dell’estensione della California e della quantità di chilometri che ci sono lì per camminare, ho pensato che in realtà non era quella la vera ragione. Ho continuato a parlare con lei fino a scoprire che i suoi genitori non vivono insieme, che lei adora suo padre che non vede quasi mai e che, secondo me, non conosce molto bene. Mi ha detto che le sembrava una buona opportunità per stare un mese intero con lui e per recuperare il tempo perso, e che se un giorno dovesse venirle a mancare suo padre, non si sarebbe potuta perdonare l’avergli detto no all’idea di fare il Cammino di Santiago insieme. Ho come la sensazione che, dopo aver parlato con tanti pellegrini, tutti hanno un motivo per stare qui e che nessuno di fa 800 chilometri, come dicono certi, per il semplice fatto di mettersi in forma o perché gli piace camminare.
Seguendo il passo di Eva abbiamo tardato due ore in più per arrivare a Logroño. Un po’ di chilometri prima abbiamo visto il cartello che segnala l’entrata nella provincia di La Rioja, terza regione nella quale entro a piedi in questo pellegrinaggio. All’entrata della città ci stava aspettando Dave, il padre di Eva, che mi ha ringraziato per aver accompagnato sua figlia. Avevo voglia di dirgli che la cosa spettava a lui e che non capivo come potesse abbandonarla così, e poi con quel problema alle gambe, ma poi mi è sembrato troppo simpatico per rimproverarlo. A Dave gli manca solo il cappello da cowboy. Per il resto, la maniera di camminare e di parlare e i capelli raccolti in una coda, già ha tutto. Abbiamo parlato per un po’, Dave voleva sapere cosa facessi e di dov’ero. Stavolta eravamo tutti e due a lasciare, senza volere, sua figlia da parte. Li ho salutati: loro restavano in un rifugio accanto al fiume ed io sono andato in una pensione in centro.
La pensione è molto carina e la gestisce una brasiliana molto simpatica. Le stanze sono molto pulite e confortevoli. Hanno specchi dovunque e una TV piatta dove si potrebbero proiettare film in un cinema all’aperto. E nel bagno c’è l’idromassaggio. Mi sono chiesto se prima di essere una pensione, questa casa non si usasse per altre occupazioni. E se così fosse, l’adesivo che decora la porta d’ingresso sarebbe il colmo: “Sorridi, Gesù ti ama!”.
Tradotto per Valerio Cruciani ¡Matadme!


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