domingo, 5 de mayo de 2013

Settima tappa: Monreal - Tiebas (14 chilometri)

Mikel e io ci siamo alzati presto per andare a prendere Martín, un amico con il quale va in bicicletta, sport che amano entrambi e per il quale, come buoni navarresi, sentono una grande passione. Onorando il detto “Dio li fa e poi li accoppia”, Martín mi è sembrato un tipo alla mano, simpatico e con il quale è bello conversare. Mentre se ne andavano a fare le capre tra i monti, io ho iniziato di buona lena la tappa a Monreal.

Come ieri ho incontrato poca gente lungo il tragitto. Qualche vecchietto che andava a fare due passi e poco più, eccetto un gruppo di quattro catalani che hanno poco a che vedere con I guerrieri, con i quali sono stato così bene durante le prime tappe. Non so, immagino che succeda a tutti, l’esperienza ti fa sviluppare un sesto senso che ti permette di sapere se con la persona che hai davanti c’è qualche tipo di connessione o no.

Io in realtà inizio sempre con il piede sbagliato, quando incontro un cretino che dice che non crede che io sia di Saragozza perché non ho l’accento del grande Paco Martínez Soria in La ciudad no es para mí (n.d.t., La città non fa per me, film di Pedro Lazaga del 1966). E se per di più arriva il suo amico, e dall’alto dei suoi sessant’anni mi dice che, come uno spione, dopo una settimana di traversata sto barando perché ho lasciato parte del peso dello zaino a casa di un amico per alleggerirmi in questa tappa, allora è proprio la fine. Quindi, dopo avergli risposto educatamente che non ho letto da nessuna parte che un pellegrino deve rinunciare all’ospitalità degli altri, quando cercano di fargli il Cammino un po’ più leggero, gli ho augurato buon viaggio ed ho continuato sulla mia strada.


Come nei giorni precedenti, la tappa è stata piuttosto interessante e ha costeggiato il lato della catena montuosa di Alaitz, in mezzo ai boschi. Le lunghe camminate solitarie mi danno molto da pensare. A volte mi accompagna una selezione musicale che ho fatto per il viaggio, altre volte il verso degli uccelli e il rumore degli animali che abitano nei boschi. Oggi ho visto un serpente verde che è fuggito velocemente appena mi ha visto. Non lo biasimo. Neanche a me farebbe piacere vedere come un elefante, per fare un giusto paragone, mi calpesta l’unghia dell’alluce.


Ieri pensavo alla mia prima epoca di lavoro nella City di Londra, una tappa che ricordo con molto affetto e durante la quale io e Mikel divenimmo grandi amici. Ricordo che per almeno due mesi non ho potuto evitare di fare una faccia da fesso e sorridere ogni volta che uscivo dalla metro della stazione Bank, e vedermi in mezzo a tutto quel casino di gente indaffarata che guardava a terra come robot mentre andavano a lavoro. In fondo mi succedeva come al buon Paco Martínez Soria. Il primo venerdì era tradizione tra i veterani portare i nuovi impiegati al pub e riempirli di birra. Non fecero eccezioni con me.

La City mi sembrava una cosa molto seria, ma i miei compagni del BBVA mi stavano per dimostrare che non era proprio così. Durante quella prima uscita, io mi limitavo a bere le pinte di birra che mi offrivano senza sosta e ad ascoltare discretamente le conversazioni degli altri. A pochi metri da me vidi Alvaro e Javier che mantenevano una conversazione su qualcosa che sembrava importante, mi avvicinai a loro con la sana intenzione di apprendere tutti gli insegnamenti di due esperti banchieri. Fu grande la mia sorpresa quando ascoltai Alvaro, con il suo forte accento di Bilbao, dire a Javier: -No, no e no, lascia stare: il baccalà lo devi lasciare a mollo tutta la notte. Insomma, la City non era poi gran cosa, e in modo forse incosciente, uscì dal bar per festeggiare la scoperta e, nauseato a causa della decima pinta, non potei resistere e lasciai il mio biglietto da visita sulla porta della banca…


Arrivato a Tiebas ho visitato le rovine del castello, poi sono andato al rifugio per farmi mettere il timbro sulla Compostelana dall’ospedaliero, un simpatico navarrese dai baffi folti. Dopo mi sono venuti a prendere Mikel e Martín e siamo scesi a Zizur. Nel pomeriggio ho salutato Mikel, Leyre e la figlia, che ha un mese appena, ringraziandoli per come mi hanno trattato.

Tradotto per Valerio Cruciani ¡Matadme!

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