In uno dei bar più vicini all’hotel ho incontrato Tim, un americano di Kansas City che avevo conosciuto a León. Si stava prendendo un pezzo di frittata e un caffellatte, e gli ho chiesto se potevo sedermi con lui. Tim mi ha raccontato che lavorava presso la IBM e che era un po’ stanco del lavoro, cosa per cui all’inizio dell’anno scorso, quando la compagnia iniziò a licenziare gente, lui alzò la mano e disse al suo capo, con il quale stava in buoni rapporti, se se avevano bisogno di volontari da mandare al muro, lui ci stava. Fece la valigia e se ne andò a viaggiare per tutto il sud-est asiatico e ora, prima di tornare negli Stati Uniti, aveva deciso di finire il suo anno sabbatico facendo il Cammino di Santiago. Guarda caso, la stessa traiettoria vitale che voglio seguire io ma al contrario, cominciando dal Cammino di Santiago e proseguendo per l’Asia. Ascoltando i miei piani di futuro, Tim mi ha rivelato una certa invidia sana per l’avventura che sto per iniziare e che lui sta per terminare.
L’ho salutato e sono andato a prendere le mie cose in stanza. Ho incontrato Zach, Ruta e Szilvia che attraversavano il paese a passo svelto. Zach mi ha commentato che Michael ieri si è fermato a Acebo, come loro, ma che hanno perso Hilly, che soffre ogni giorno di più la disidratazione provocata dalla gastroenterite e che ha bisogno di riposare. Sono rimasto con loro tre dicendogli che li avrei raggiunti a Ponferrada. Dopo aver raccolto le mie cose, ho iniziato a camminare verso la capitale del Bierzo. Prima di abbandonare Molinaseca mi sono fermato in una frutteria per comprare qualcosa. Il negoziante stava fuori e sua moglie dentro. Lui mi ha raccontato che quando può se ne va dal bancone ed esce per strada per vedere le pellegrine e lanciargli qualche complimento. Sua moglie ogni tanto gli lancia un grido e torna, passando così le giornate che altrimenti sarebbero molto noiose.
Prima di arrivare a Ponferrada c’è un piccolo campo di volo per aerei ed elicotteri controllati a distanza. Non sto scherzando. Come le macchine di sempre, ma attrezzi che volano. Lì c’erano una dozzina di freaks che passavano la domenica mattina con i suoi aggeggi pazzi. A Ponferrada mi sono riunito con Zach e con Ruta e Szilvia. Abbiamo visitato velocemente il castello e qualche chiesa più rappresentativa e, dopo esserci fermati in una farmacia affinché Ruta potesse comprare qualcosa per alleviare il dolore ai piedi, ci siamo rimessi in moto. Per uscire dalla città ci ha orientati un paesano molto simpatico, Rogelio, “del posto da sempre”, dal quale quasi non riuscivamo a separarci data la sua voglia di parlare. Fuori Ponferrada mi sono ricordato di Günther, davanti al Museo dell’Energia. Anche se questa non è l’energia che cerca, mi sono chiesto se l’austriaco non avesse visitato ugualmente il posto.
Per il resto della tappa ci siamo alternati: a volte camminavamo insieme tutti e quattro, altre ognuno a suo ritmo. Ci sono gruppi che si formato lungo il Cammino nei quali sembra che la gente debba andare anche al bagno insieme. Sono gruppi nei quali poi ci sono tensioni, perché ovviamente è molto difficile mettere d’accordo varie persone adulte e dei due sessi, che tra l’altro si sono appena conosciute. Questo è assai frequente tra spagnoli. Il turista che viene qui è più indipendente, va per conto suo e non si offende se all’improvviso gli dici che vai avanti o che ti fermi, perché ti va o perché vuoi stare da solo. Credo che in Spagna non ci piacciano le pecore che si separano dal gregge, non sia mai che gli vada meglio che a noi. Le pecorelle devono andare tutte insieme e ci deve essere un pastore a guidarle, davanti al quale bisogna abbassare la testa quando ci colpisce con il bastone. Così funzionano i greggi, anche se per fortuna ci sono sempre più pecore che cercano di pensare con la loro testa e se ne vanno lì dove più gli conviene, senza preoccuparsi per le regole prestabilite, per il “destino” o per il politicamente corretto.
Saremo arrivati a Cacabelos verso metà pomeriggio. Günther mi ha inviato un messaggio per dirmi in quale ostello alloggiava con i tedeschi Bruno e Alexandra e siamo andati lì. Abbiamo riservato una stanza e ci siamo dati appuntamento nella polperia dell’ostello un’ora dopo. Arrivato puntuale all’appuntamento, ho incontrato Zach che stava già aspettando con un bicchiere di spremuta d’arancia. Sembrava serio e gli ho chiesto se andava tutto bene. Mi ha detto che non del tutto. Che è da qualche giorno che non visita il signor Roca (N.D.T. fabbricante di sanitari da bagno) e che inizia a preoccuparsi. Anche se per fortuna non ho problemi del genere, neanche quando viaggio, ho cercato di tranquillizzare l’americano del Kentucky dicendogli che queste cose sono normali, e ho voluto fargli l’esempio estremo di un mio amico che di solito buttava fuori la spazzatura una volta a settimana. Non mi è sembrato di vedere nessun segno di tranquillità in Zach, e gli ho chiesto di dirmi che voleva dire esattamente con “qualche giorno senza andare al bagno”. Si è mosso scomodamente sullo sgabello e, girandoci intorno, mi ha detto che da quando è partito un mese fa, ci è andato solo una volta e che non è neanche stata una gran cosa. Mi ha detto anche che ha deciso di smettere di mangiare e che sono già ventiquattro ore che va avanti a succhi di frutti. Pensando nella quantità di cose che gli ho visto mandare giù da quando ci conosciamo, gli ho detto che mi sembrava una scelta azzeccata. Gli ho detto poi di darmi un minuto per chiamare le mie sorelle, che sono mediche.
Due delle mie sorelle, oltre ad essere molto belle, sono delle dottoresse eccellenti, come mio padre. Ma sono un po’ diverse rispetto al modo di vedere le cose e di avvicinarsi alla medicina. Una di loro è della scuola conservatrice, nel senso di non amputare appena c’è un segno di cambiamento o dare medicine perché sì. È più vicina alla medicina naturale e pensa che molte malattie siano relazionate con lo stato psicologico, crede che si perda poco tempo con i pazienti e che bisognerebbe parlare di più con loro, perché molte di quelle malattie sono manifestazioni somatiche dovute a un conflitto interno non risolto. In questo caso concreto lei direbbe che se non c’erano altri sintomi che ci potessero far pensare a qualcosa di più grave, l’americano lo si doveva lasciare tranquillo, parlare poco del tema e lui avrebbe fatto da solo ciò che doveva fare. L’altra sorella è della scuola spiccia, crede che bisogna lasciare perdere le inezie e risolvere il problema che abbiamo davanti. E se il problema è che l’americano non caca, bisogna fare in modo che cachi o aprirlo e tirargli fuori la merda a palate. Certo, sto esagerando, ma credo che così si capisca che si tratta di due personalità distinte.
Ho visto Zach piuttosto preoccupato rispetto al tema e ho creduto che un consiglio medico un po’ più zen avrebbe fatto al caso suo, così ho chiamato la dottoressa naturista. Per fortuna o per sfortuna non mi ha risposto e ho chiamato l’altra sorella. Le ho fornito i dati e, come immaginavo, la sua risposta è stata che c’era da usare l’artiglieria pesante: “Clistere”, ha detto. Per non spaventare l’americano dopo la prima chiamata, ho detto a mia sorella se non fosse meglio continuare con i lassativi con succhi e prugne, cosa che Zach già stava prendendo da ieri, e poi optare per lo spiacevole clistere se la cosa non funzionava. La sua risposta è stata schiacciante: “I lassativi sono come caramelle, se è da così tanti giorni che non va al bagno. Un clistere, Javier, dammi retta”. Dopo aver attaccato sono andato al bar e Zach mi ha chiesto con un sorriso forzato se stava morendo. Gli ho detto di no, e ho aggiunto che quella che sarebbe morta sarebbe stata la signora delle pulizie, quando avremmo tirato fuori tutto quello che aveva dentro. Seguendo le istruzioni di mia sorella, siamo andati in farmacia e abbiamo comprato il prodotto, sicuri che si sarebbe ridotto tutto a un semplice spavento. Siamo tornati in polperia con gli altri. Zach mi ha detto che andava in stanza e mi ha chiesto di dare le sue scuse e di inventarmi un dolore, senza dare troppi dettagli su un tema che, per l’americano, è alquanto imbarazzante. Logico e normale. Gli ho detto di non preoccuparsi, che avrei mantenuto il segreto ma che stavo scrivendo un diario di viaggio, e lì si sarebbe raccontato tutto. “Beh, speriamo che finisca tutto bene e che sia una storia con la quale potremo farci due risate quando leggeremo il tuo diario”, mi ha risposto.
La cena era buona. Un paio di piatti di polpo, lacón e insalata, tutto annaffiato da un vino del Bierzo, complemento perfetto per dimenticare la durezza delle tappe precedenti e godere della buona compagnia. Oltre a Günther, Bruno, Alez, Ruta e Szilvia, ci ha accompagnato un altro tedesco, Matias, che i suoi compatrioti hanno conosciuto nella tappa di oggi. È biondo, alto e magro e anche se non ci avessero detto che era tedesco, l’avremmo indovinato. Ogni volta che il vino fa il suo effetto e ci si prende in confidenza, arriva il momento delle confessioni e la gente ha voglia di sapere cosa ti ha portato qui. Io racconto sempre la stessa filastrocca senza dare troppi dettagli personali. E agli altri rigiro sempre la stessa domanda, perché credo che chi me l’ha chiesto prima ha voglia anche lui di raccontare i suoi motivi. Bruno ha fatto fatica a trattenere le lacrime quando ci ha raccontato che dieci anni fa sua moglie lo lasciò per un altro, e che poco dopo ebbe un infarto che quasi se lo porta all’altro mondo. È incredibile il buon aspetto che ha e con che forza affronta tutti questi chilometri che ci stiamo facendo, malgrado quel serio problema di salute. Quando è toccato a Matias, mi ha detto che se lo accompagnavo fuori a fumare mi avrebbe raccontato i suoi motivi. Gli ho detto che non fumo ma che l’avrei accompagnato volentieri.
Non so perché mi è venuto in mente dirgli questo a Matias, forse la conversazione stava diventando troppo esistenziale, ma il fatto è che ho chiesto al tedesco se aveva preso in considerazione la possibilità che i suoi genitori, stessero dove stessero, gli inviassero la forza necessaria per continuare. Che quel malessere interiore che ha sentito dopo aver gettato la spugna non era altro che la parola di due genitori che non ci sono più, ma che se ci fossero l’avrebbero incoraggiato ad andare avanti, ad arrivare a Santiago e a lasciare le droghe. Matias mi ha guardato a lungo e mi ha chiesto seriamente se credevo che potesse essere possibile quella cosa. Gli ho detto di no. Non ne ho la certezza, come non sono sicuro se un giorno rivedrà i suoi genitori. Ma credo che si tratti di creare i momenti giusti, e se pensarlo lo fa sentire meglio e gli fa sopportare meglio l’assenza fisica dei suoi genitori, continuando a vivere, perché non dovrebbe convincersene? Perché non può già avere fede? Senza aspettare di cadere da un cavallo o un fascio di luce accecante che gli mostri la verità. Perché non dovrebbe credere che i suoi genitori, da qualche luogo al quale anche lui un giorno arriverà, gli mandano la forza necessaria per arrivare a Santiago? Matias è rimasto per qualche secondo in silenzio e poi, con un mezzo sorriso, mi ha detto di sì, che non aveva motivi per non crederci. Anch’io mi sono sorpreso delle mie stesse parole, e ho pensato che forse è anche il mio caso, una persona a me cara che ho perso all’improvviso, proprio quando stava viaggiando verso Santiago, che ora mi sta guidando verso quel luogo. Sì, perché non pensarci se mi fa stare meglio? Anche se non ha molto senso, anche se non ho modo di provare se è vero…
Tradotto per Valerio Cruciani ¡Matadme!


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