Nella stanza l’ambiente era già irrespirabile: una miscela di odore di piedino e rutto al chorizo assolutamente insopportabile, condido da russamenti che ripassavano tutte le scale musicali esistenti e non. La distribuzione della stanza era composta da due coppie di francesi, tre pensionati catalani, Eva, suo padre ed io. Dal primo momento ho capito che non avrei chiuso occhio, e anche se feci vari tentativi chiudendomi nel sacco fino alla testa come fossi un faraone morto, i miei sforzi furono inutili. Verso le due della mattina accettai il mio fottuto destino: non mi sarei addormentato neanche se avessi contato tutta la popolazione ovina spagnola, e allora decisi di preparare un dossier, come fossi un soldato di guardia, per il sottufficiale responsabile della guarnigione che compila tutti i fatti rilevanti che sono successi nella stanza durante la notte, e che di seguito dettaglio:
02:00am: la filarmonica del Baix Penedés interpreta Els Segadors in versione russamento a tre voci.
02:15am: puzza in Do diesis proveniente dal settore francese.
02:30am: Fiona apre la porta ed entra disorientata nella nostra stanza. Dopo alcuni secondi nei quali percorre i vuoti tra i letti a castello come fosse un mostro notturno, trova la porta d’uscita e abbandona la camerata.
02:45am: una delle francesi si alza per andare in bagno. Mi siedo sul letto superiore che occupo e guardando verso il corridoio, vedo nell’oscurità una lucetta verde intermittente. Intuisco che Fiona non può addormentarsi e sta fuori dalla sua stanza, ciucciando ansiosa la sua sigaretta elettronica per smettere di fumare.
03:00am: una nuova mitraglia a salve d’onore dai nostri cari vicini dell’altro lato dei Pirenei.
03:02am: risposta di due degli archibugeri catalani che, dovuto alle dimensioni ridotte della stanza, ha sulle truppe francesi lo stesso effetto che ebbe sulle truppe di Napoleone il rullo del giovane tamburino nella battaglia di Bruc. Si dichiara di cessare il fuoco e si sospendono le ostilità.
03:15am: Dave, il padre di Eva, se ne va in bagno. Tante pasticche colorate non possono far bene.
03:30am: come se si trattasse di un partecipante di Humor Giallo (n.d.t. programma di televisione giapponese in cui i partecipanti devono superare prove fisiche stravaganti) nella prova del “Labirinto del Cinotauro”, Fiona apre delicatamente la porta della nostra stanza per retrocedere spaventata dal fetore, tornando velocemente nella sua.
04:00am: fracasso di monete che cadono a terra nel corridoio. Deduco che Fiona ha confuso gli armadietti delle valigie con una macchina distributrice di bevande, e che le sono caduti i risparmi nel tentativo di comprare una lattina di birra.
04:30am: in un momento nel quale sembrava che stessi per addormentarmi, apro un occhio e scopro che Dave, il padre di Eva, tiene Fiona per una mano, come se fosse una bambina piccola, e la porta fino alla porta della nostra stanza per mostrarle, da lì, la sua. L’irlandese si è disorientata di nuovo e si è messa nel letto del californiano.
05:00am: suona il “quinto si alza” tra i letti francesi. Una sgradevole sveglia che nessuno riesce a spegnere.
05:15am: per non svegliare nessuno con le luci, i francesi si sono messi una lanterna da minatore sulle testa con la quale avrebbero potuto illuminare un campo di calcio. Ci mancava solo che si mettessero a parlare in un megafono per farci uscire tutti dal rifugio con le mani in alto.
05:30am: dopo mezz’ora spesa a stropicciare buste di plastica e a parlare come se stessero soli, i francesi abbandonano la stanza.
06:00am: cuando credevo che avrei potuto dormire almeno un paio d’ore, i tre tenori del Baix Penedés ci hanno deliziato di nuovo con il loro repertorio di russamenti.
Erano le sette e mezza della mattina, quando ho finalmente lasciato il mio sacco e me ne sono andato in bagno per farmi una doccia fredda che mi svegliasse un po’. Come se non ne avessi avuto abbastanza durante la notte, ho incrociato Fiona che mi ha dato la peggior notizia che ho ricevuto in queste due settimane di pellegrinaggio: torna in Irlanda. Non ne può più. La mia musa letteraria, la donna la cui storia mi avrebbe potuto portare ai livelli di un venditore di “bestsellers”, rinuncia, torna nella sua isola, stanca di dormire con sconosciuti che non hanno nessun tipo di considerazione verso una signorina che odora di gelsomino, e il cui corpo inerte, anestetizzato dal vino, non emette nessun tipo di gas, almeno in apparenza.
Dopo aver fatto colazione, ho incontrato Eva, pronta per fare i primi cinque chilometri della tappa e poi prendere un autobus che la portasse fino a Burgos, dato che i suoi piedi ancora non si erano curati e le costava troppo camminare. Le ho suggerito che verificasse gli orari, dato che non credevo che per paesi di pochi abitanti, come quelli che stavamo attraversando, potessero passare autobus ogni mezz’ora. All’uscita del rifugio ci aspettava Kevin l’irlandese e sua madre, che si arrabbiò molto quando Eva le disse che suo padre tempo fa si era già messo in cammino verso Burgos.
L’entrata a Burgos è stata interminabile. Gli ultimi dieci chilometri, in mezzo a zone industriali e quartieri suburbani, sembravano non finire mai. Non c’è bisogno di dire che i piedi si stancano molto di più sul duro asfalto che in mezzo alla campagna. In quest’ultima parte Eva mi ha raccontato che fu un po’ volubile durante la sua adolescenza, e che fece passare una simpatica epoca ai suoi. Immagino che i tatuaggi che decorano la sua anatomia siano di quell’epoca. Sembra che divenne imprenditrice molto preso, ma di prodotti il cui commercio non era permesso. Ne uscì giusto a tempo. Altre amiche non lo fecero ed ora si dedicano ad affari più lucrativi, ma vendendo il loro proprio corpo. Mi dice che quello non lo farà mai. Che venderebbe qualsiasi cosa eccetto se stessa. Credo che tra i vari motivi che hanno portato fin qui la californiana, ci sia la riconciliazione con suo padre.
A Burgos mi sono visto con Juanma, lo zio del mio grande amico Bosco. Beh, in realtà non è suo zio, ma è così unito alla sua famiglia che è come se lo fosse. Juanma è simpaticissimo, uno che fa di tutto per gli altri. Ebbe un grave incidente di moto qualche anno fa ed è una di quelle persone che godono al massimo della vita, cosciente come nessuno che il nostro passaggio, qui, è effimero, più di quanto non possiamo immaginare. Io lo chiamo Robert De Niro, perché mi è simpatico come il famoso attore (anche se questo non lo conosco per niente), e anche perché gli assomiglia un po’. O almeno credo. De Niro mi ha preso appuntamento a Burgos con una fisioterapista per farmi dare un meritato massaggio, mi ha portato in giro a tapas e a bere vini… Credevo che fosse arrivato il momento di salutarci, stavo quasi per esplodere e mezzo ubriaco, quando mi ha detto: “E adesso andiamo a cenare”. Cercai di protestare, ma lui mi tappò la bocca dicendo: “Sembri un etiope: per favore, mangia che sennò domani non arrivi neanche fuori città”. Non so se ci siano molti etiopi che pesano 95 chili, sicuramente non quelli a cui pensava De Niro, ma ho deciso di azzittirmi sperando che, povero illuso, mi lasciasse ordinare una leggera insalata con cui compiere il mio dovere. Neanche per sogno.
La cameriera è venuta a prendere nota e Robert le ha detto: “Vediamo un po’, ci porti un piatto di bresaola al forno e un altro di leicon”. All’inizio pensai che il leicon fosse una specialità di Burgos, e ho guardato subito il menù per vedere se si trattasse di un vegetale, qualcosa che si potesse mangiare senza dare la carica allo stomaco. L’unica cosa che ho visto che iniziava per “L” era il lacón (N.D.T. una specialità galiziana, si tratta di un prosciutto bollito intero e tagliato poi a mano), e mi chiesi se Robert non stesse per caso pronunciandolo in inglese, come il beicon, e se così era, perché. La cameriera si fece la stessa domanda, perché preda dello stupore gli chiese: “Leicon? Che roba è?”. Robert, senza stranirsi neanche un po’, le rispose: “Se non lo sai tu che se quella che lo vende, stiamo freschi!”, e indicandole nel menù il lacón, le disse di nuovo, lettera per lettera: “L-E-I-C-O-N!”. La cameriera, ancora meravigliata, lo ha scritto nel suo bloc notes, e senza guardarci disse: “Sì, lacón alla galiziana”. De Niro, che non era disposto a lasciare l’ultima parola alla cameriera, concluse: “Sì, dillo come ti pare, ma portacene un piatto. Ah, e un po’ di vino per mandarlo giù!”.
Tradotto per Valerio Cruciani ¡Matadme!


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