Per arrivare da Sangüesa a Izco ci sono due opzioni: la breve, di diciotto chilometri, e la lunga, dove se ne fanno dieci in più. Uscendo dal paese un paio di tipi del luogo, che stavano facendo benzina al distributore, mi hanno avvertito che scegliendo l’opzione più corta sarei finito ricoperto di fango, dato che durante gli ultimi due giorni non aveva smesso di piovere e i sentieri erano messi piuttosto male. L’opzione con più chilometri offriva almeno l’opportunità di contemplare la Foz de Lumbier, un posto in mezzo alla natura che consigliano le guide e anche gli amici navarresi. Alla fine ho scelto il cammino più lungo, anche se ero consapevole che quasi sicuramente me lo sarei fatto tutto da solo, e ho cominciato la marcia senza ulteriori indugi. I mulini a vento che si lasciano a sinistra, appena uscito dal paese, ti annunciano in silenzio ciò che ti aspetta per il resto della tappa. Non è un caso se hanno messo lì un parco eolico. Afferrandomi al basco perché non se lo portasse via il vento come fosse un frisbee, ho sfidato i mulini come Don Chisciotte e sono arrivato fino a Liédena, dove mi sono fermato per fare il primo spuntino della giornata.
Poi ho proseguito e prima di addentrarmi nella Foz, ho incontrato Mario, un portoghese di origini angolane. Mi ha raccontato che viene da Pamplona a piedi e che vuole camminare fino a Huesca, dormendo in rifugi per pellegrini, e una volta lì vuole contattare un amico che forse può dargli lavoro. E sennò prosegue fino a Lérida per farsi la stagione della frutta, risparmiare tutto ciò che può e tornare al suo paese. Mario ha lavorato nel settore della costruzione fino al 2008, quando ha perso il lavoro a causa della crisi. Ha ricevuto sussidi per due anni, ma da allora non ha più entrate regolari e sopravvive grazie a lavori sporadici. In effetti non ha proprio l’aspetto di chi possa presentarsi ad un colloquio di lavoro. Porta dei rasta che dice che non si taglia da circa dieci anni, pantaloni di cuoio marrone e mentre parla con me sorseggia birra da una lattina. Così a prima vista, non credo che ci sia molta gente lì disposta a dargli un’opportunità, anche se è una persona colta e parla tre lingue.
Per un po’ abbiamo parlato della sua vita. Mario è vissuto in Angola fino agli otto anni. Suo padre, portoghese, possedeva delle terre e viveva nell’abbondanza. Ma la guerra civile e il governo li obbligarono ad abbandonare il paese al volo, e persero così tutto ciò che avevano. Arrivati a Lisbona, il padre li abbandonò e lui crebbe con sua madre e con le sue sorelle in condizioni di vita umili. Mi dice che non perdonerà mai il padre per ciò che ha fatto. Gli chiedo se non crede che tutti abbiano diritto a una seconda opportunità e, dopo qualche attimo in silenzio, mi dice di sì, ma che ad ogni modo dovrà essere suo padre a riavvicinarsi a lui e che sia lui, per primo, a chiedergli il perdono. Gli ho augurato buona fortuna e gli ho dato un po’ di soldi affinché mangi in un posto con menù e si compri il biglietto per andare in autobus fino a Huesca. Mentre scrivo questo, mi viene il dubbio se Mario stia già a Huesca o se si è lanciato sul primo bancone di bar che ha trovato. Nei suoi panni io mi sarei preoccupato prima di sciacquarmi la gola e poi, domani, di come diavolo arrivare fino a Huesca…
In realtà è valsa la pena fare tutto il giro e vedere Foz de Lumbier, una gola scavata nella roccia dal fiume Irati, e alla quale accedi dopo esserti addentrato in un paio di caverne dove per cento metri non vedi un accidente. Dalla cima alla gola, tra l’altro, si può vedere una folta colonia di avvoltoi che volano lì sopra. L’unico problema è che, tra una cosa e l’altra, è finita la mattina e devo ancora percorrere diciassette chilometri per arrivare a Izco.
Nel rifugio di Izco ho ritrovato Günther e I guerrieri che, stando a loro, erano arrivati già da un pezzo. Günther mi ha abbracciato così forte che quasi mi sposta le vertebre e mi ha detto che iniziava a stare in pensiero per me. Gli ho detto che invece di preoccuparsi per me, dovrebbe stare attento a non fare attaccare la pasta che stava cucinando, e mi ha regalato una delle sue risate che per un momento mi aiutarono a dimenticare quanto fossi stanco. Günther mi ha invitato a unirmi a lui e alla sua compatriota Sabine, che aveva conosciuto nei sobborghi di Arrés, per degustare un piatto di pasta al pomodoro, invito che ho declinato gentilmente con la scusa che il mio amico Mikel presto sarebbe venuto a cercarmi per mangiare dei pintxos (n.d.t., porzioni di cibo che si prendono come aperitivo, tipici del nord) nella zona antica di Pamplona.
Tradotto per Valerio Cruciani ¡Matadme!


No hay comentarios:
Publicar un comentario