Girando la maniglia un paio di volte mi sono reso conto che la porta del bar era chiusa, e mi è scappato un sorriso. Lo stesso di quando un parigino di origini magrebine che viveva con me se ne andò, lì nella prima casa in cui ho risieduto a Londra, e che trovava sempre una scusa per non pagare le bollette. La notte prima di tornare in Francia, e dopo i saluti rituali con tanto di abbracci e buoni augurii, gli ho ricordato che ci doveva ancora quindici sterline per la luce del mese prima. In realtà ci doveva molti più mesi, ma io pensavo che pagare anche fosse solo una parte del suo debito era un modo per andarsene di casa con la testa alta. Lui, molto serio, mi disse che non dovevo preoccuparmi, che non se ne andava da Londra senza aver prima chiuso quel tema, e che prima di partire avrebbe lasciato sul tavolo una busta con la somma dovuta. Me ne andai a letto augurandogli tutto il bene possibile e convinto che non avremmo mai visto quei soldi. Ma che sorpresa il giorno dopo quando trovai una busta da lettera con il mio nome in cucina! E ancor di più, se possibile, aprendolo con quella stessa emozione dello scolaretto e scoprire che dentro non c’era altro che un pezzo di carta con una faccetta sorridente disegnata e un fumetto nel quale si leggeva: “Bye Bye, Javier!”.
Abbiamo preso quindi il caffè in un altro bar del paese e poi David è andato a lavoro ed io ho iniziato a camminare, un po’ prima del solito. Questa cosa, unita al fatto che la maggior parte della gente aveva concluso la tappa del giorno prima a Burgo Ranero, ha fatto sì che non incrociassi praticamente nessuno lungo i primi chilometri. Prima di arrivare a Villamoros de Mansilla, un paese che dista circa quattro chilometri e mezzo da Reliegos, si è verificato un fatto importante: dopo ventitrè giorni di pellegrinaggio ho augurato “buon cammino” a qualcuno.
Prima di iniziare questo viaggio, una delle mie sorelle, che aveva fatto il Cammino prima di me, mi aveva detto che questa espressione è la formula abituale usata tra i pellegrini per salutarsi. Io, che non avevo idea di questa specie di codice segreto, lo sentivo come qualcosa di corporativistico, come una specie di saluto tra due motociclisti barbuti degli “Angeli dell’Inferno”, ma con un qualcosa di melenso, e dissi a mia sorella che non avrei usato mai quell’espressione con nessuno. Che se non avevo ceduto al popolare diminutivo “cerve” per “cerveza” (N.D.T. cerveza significa birra, e in spagnolo spesso si usa dimezzare le parole, quindi cerve), non avevo intenzione di iniziare proprio ora, e che io auguro alla gente “buon viaggio”, che è l’espressione usata da sempre in un buon castigliano.
Mia sorella, che mi conosce bene, mi disse senza alterarsi che non potevo resistere al potere del Cammino, perché prima di quanto pensassi avrei iniziato a augurare “buon cammino” anche alle vacche. Che avrei sorpreso me stesso a provare, da solo, il saluto per il prossimo pellegrino. Che se non stavo attento, lo avrei ripetuto anche nel sonno, di notte. Io le risposi che al mio ritorno si sarebbe dovuta rimangiare le sue parole. Ho retto ventitrè giorni, fino ad oggi quando, camminando a un passo normale, ho incrociato un tedesco alto come me e sui centocinquanta chili di peso, con la faccia così arrossita che ho pensato che sarebbe esploso da un momento all’altro. Passandogli accanto ho fatto un gesto di saluto con la testa senza fermarmi, e proseguendo ho sentito dire a quel camminante così provato e con la voce spezzata, come se gli mancasse l’aria e stesse per chiedermi aiuto, “bu-on cam-mi-no!”. Come se non ne avessimo abbastanza della Merkel, adesso deve arrivare un altro tedesco a farmi sentire in colpa, come Babbo Natale che mi rimproverò per non portare lo zaino con me. Dopo un paio di secondi mi sono girato e, con un’espressione contrita, gli ho augurato lo stesso. In quel momento, per ridicolo che possa sembrare, ho sentito che mi liberavo di un peso, dei pregiudizi che spesso ci condizionano, e che a partire da quel momento ero un po’ più pronto a godere di quell’esperienza e a simpatizzare con quelli che mi circondavano, e che senza conoscermi affatto. Con quel semplice “buon cammino” mi stavano augurando buona fortuna nella vita, dovunque andassi e qualsiasi cosa facessi in futuro. Dovevo augurare lo stesso anche a loro, per lo meno.
Un po’ più avanti ho incontrato Antonio, che camminava in direzione contraria cercando di dare quadrifogli in piccole bustine di plastica ai pellegrini. Mi ha chiesto un’offerta e gli ho chiesto se aveva il resto perché, per tutta la fortuna che possono portare, non sono tempi per dare offerte di venti euro per un trifoglio a uno che, credo, ha attaccato la quarta foglia con la colla. Quando ha aperto il suo portafoglio per darmi il resto, non ho potuto evitare di guardare una foto antica di una signora piuttosto bella. Ho chiesto a Antonio se si trattava di sua moglie e mi ha detto che si trattava di sua madre, già morta. Mi è sembrato che stesse quasi per piangere quando mi ha detto che è l’unica cosa che aveva in questa vita, e che se continua a lottare per andare avanti è perché lei gli da le forze, dovunque essa sia. “Faccio tutto per lei”, mi ha confessato il barcellonese. Ho voluto sapere verso dove andasse Antonio e mi ha detto che non ha una meta fissa, che torna da Santiago, che non ha lavoro né aiuti, e che cercherà di arrivare in Navarra, dove conosce gente dell’epoca del servizio militare, per vedere se qualcuno ha un lavoro per lui.
Antonio fece il militare nei Cacciatori di Montagna e gli toccò Estella come destinazione. Conserva buoni ricordi di quell’epoca, anche se si prendevano a pizze tutto il giorno. Mi ha raccontanto che la situazione arrivò a tal punto che la truppa si ammutinò contro certi subofficiali, e che i comandanti dovettero intervenire. A partire da quel momento le condizioni di vita nel Reggimento migliorarono. Antonio dovette rinunciare all’amore di una cugina di un compagno sergente per stare tranquillo durante la leva. Al tipo, però, qualcuno gli disse che Antonio se la spassava con lei e gli disse che doveva scordarsela, che per lui era troppo e che se lo vedeva con lei per le strade del paese, gli avrebbe tolto la voglia di uscire con la cugina a bastonate. Gli ho ridato tutti i venti euro e gli ho detto che lui ne aveva più bisogno di me, e me ne sono andato augurandogli un buon cammino, e chiedendomi come sarebbe stata la sua vita se la sua storia con la cugina del sergente di Estella fosse andata avanti.
Dopo una breve sosta a Mansilla de las Mulas per comprare un po’ di frutta in un mercatino e bere un po’, ho continuato a camminare. Ho incontrato Ruta e Szilvia e le ho poi lasciate di nuovo indietro, dato che oggi il mio passo è più veloce del loro. Negli ultimi cinque chilometri ho raggiunto Zach, quello del Kentucky, che cammina insieme a un altro americano. Se Zach ieri mi sembrava che avesse diciotto anni, quest’altro, che a quanto pare si chiama Michael, non dovrebbe aver fatto neanche la prima comunione. Dico che a quanto pare si chiama Michael, perché il tipo non dice nulla. All’inizio ho pensato che si trattasse di timidezza, ma poi ho iniziato a pensare seriamente che fosse proprio un testa di cazzo. Zach l’avrà notato perché mi ha subito chiarito che il suo amico due giorni fa andò a letto con una pellegrina, e che si è preso un’infezione alla gola che l’ha privato della voce. Mi è sembrato che Michael volesse dire qualcosa, ma dato che non può parlare non ha detto niente. Poco dopo Zach ha iniziato a confessare e mi ha detto che era uno scherzo, che in realtà si tratta di una scommessa che ha fatto con Hilly, l’americana che ho conosciuto in quella farmacia di Carrión de los Condes qualche giorno fa. La scommessa consiste in non parlare fino ad arrivare alla Cattedrale di León e toccarla. In realtà non sapevo a cosa credere, se con la promessa o con la storia che si è inventato all’inizio Zach per giustificare i silenzi di Michael.
Zach ed io ci siamo messi a parlare fino a León sulle nostre vite e sui motivi che ci hanno portato fin qui. Gli ho detto che ho deciso di fare una sosta nella mia vita e che dopo aver lavorato per dieci anni in banca, voglio dare un’opportunità ad altre inquietudini che ho e che mi agitano da tempo, come viaggiare e scrivere. Lui mi ha detto che lui ha motivi simili, e che anche se non ha chiaro ancora cosa vuole fare, si trova qui per pensare al suo futuro, perché crede che ci sono cose nella sua vita che dovrebbero cambiare. Tra la gente della mia generazione questa cosa è ormai una costante. Non faccio altro che incontrare gente che dovrebbe essere apparentemente felice, dato che hanno tutto ciò che si suppone ti dovrebbe fare felice, e che invece si sentono insoddisfatti rispetto alla loro esistenza e alla direzione che hanno preso. Michael, assai opportunamente, e malgrado non possa parlare, ci ha mostrato una foto fatta con il cellulare lungo la tappa precedente e che da quello che intuisco è la ricetta che potrebbe risolvere i miei mali, quelli di Zach e di tutti gli altri: “prima trova ciò che ti fa felice, poi trova il modo di fare soldi con quello”.
Arrivati alla Cattedrale di León, Michael si è dispiaciuto e noi ci siamo fatti due risate: la Cattedrale era chiusa fino alle quattro. Io invece mi sono rallegrato al vedere Günther, che non incontravo da Santo Domingo de la Calzada. Per fortuna la mia spalla ora sta bene e non ho sofferto l’abbraccio da orso dell’austriaco. Günther ci ha raccontato che è arrivato domenica a León e che si è preso due giorni di riposo. Sua moglie ha iniziato il Cammino primitivo partendo da Oviedo e che tra una settimana si incontreranno a Melides. L’austriaco è così contento che, ricordando i vecchi tempi e come se si trovasse in uno di quei grandi saloni viennesi di inizio secolo, ha ballato un valzer con Szilvia l’ungherese in mezzo alla piazza e davanti allo sguardo incuriosito dei passanti. Zach, Michael, Ruta, Szilvia, Günther ed io ce ne siamo andati nella zona del barrio Húmedo (N.D.T. è il famoso quartiere di León pieno di bar) per cercare un bar dove mangiare e che mi aveva consigliato David, e che sfortunatamente era chiuso. Accanto c’era una griglieria dove siamo entrati e che non ci ha deluso per niente.
Dopo pranzo siamo andati tutti in gruppo per vedere Michael che toccava la cattedrale e scioglieva la promessa di non poter parlare. Dopo averlo fatto, la prima cosa che ha fatto è stato venire da me, scusarsi per avermi fatto pensare che fosse un maleducato e poi mi ha ringraziato per avergli pagato il pranzo. Infatti ho voluto fargli un regalo e ringraziarli per visitare il mio paese. Che simpatico questo Michael! Tra la sua promessa di adolescente con Hilly e le sue prime parole, mi ha vinto. Non so se mi sto ammorbidendo con l’età o se è questa storia del Cammino che abbassa le mie difese. Dovrò farmi una visita se questi sintomi non passano.
Tradotto per Valerio Cruciani ¡Matadme!


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