Nella reception c’era il padrone dello stabilimento un po’ stressato. Da una parte cercava di cavarsela, con un inglese maccheronico, con un tedesco che non era d’accordo con il prezzo che appariva nella sua fattura, e dall’altra aveva in linea dei pellegrini con i quali non si capiva perché, a quanto pare, non parlavano spagnolo. La cosa si è complicata tanto che al telefono gli ha detto: “E l’IVA chi la paga, mia madre?”, e al tedesco che aveva davanti e che non voleva pagare l’IVA, ha detto: “Aspetti un momento, che non capisco niente”. Anche se mi sono offerto come interprete per cercare di capire cosa volessero quelli che stavano dall’altra parte del telefono, il padrone l’ha passato a sua moglie, che a quanto pare parla inglese. Lei, in un perfetto spagnolo e senza dover usare una sola parola nell’altra lingua, gli ha riservato una stanza per la sera stessa. Dopo aver attaccato, le ho detto che il suo inglese era molto meglio del mio, e ci siamo fatti una risata alla faccia di suo marito, che ci ha detto incavolato che quei coglioni non gli avevano detto una sola parola in spagnolo.
Dopo aver lasciato le mie cose nella stanza, la moglie del padrone ci ha accompagnati fino a Santo Domingo de la Calzada, da dove abbiamo iniziato i ventitré chilometri di questa tappa. Saranno state le dodici quando ci siamo messi in marcia. Dato che era tardi, abbiamo incontrato pochi pellegrini. La maggior parte di quelli che fanno il Cammino in questo periodo dell’anno sono stranieri, molti di loro persone non civilizzate, come dimostrano le loro strane abitudini: si alzano alle sei della mattina, o prima, per camminare e alle nove della sera già stanno a letto a dormire. Io non li capisco. Preferisco alzarmi alle otto, fare colazione con calma e poi mettermi a camminare, fermarmi lungo il tragitto, parlare con la gente che incontro. E se arrivo a destinazione alle sei o alle sette del pomeriggio, fantastico, i giorni si allungano oltre le nove della sera e il calore a volte rende le giornate ancor più facili da affrontare. Ma insomma, ognuno fa ciò che vuole.
La tappa di oggi, non posso negarlo, è stata la più insulsa finora. La maggior parte del Cammino corre parallela ad una strada nazionale piena di camion. Meno male che c’era Miguelo per darmi un po’ di conversazione. A sette chilometri da Santo Domingo ci siamo fermati per pranzare a Grañón, l’ultimo paese de La Rioja. In uno dei bar del posto ci hanno servito uno dei migliori pintxos di succosa frittata che abbia mai provato. Era così buona che, prima di rimetterci sulla strada, abbiamo chiesto un paio di panini da portar via. Uscendo da Grañón c’è un punto panoramico dal quale si vede l’altopiano e il punto in cui inizia Castiglia, come ci hanno indicato alcuni anziani che si trovavano da quelle parti.
Verso le quattro e mezza del pomeriggio siamo arrivati a Belorado. Nella reception abbiamo trovato un padrone più tranquillo, anche se era stupito dal vederci di nuovo così presto. In realtà, anche se abbiamo fatto un paio di soste di mezz’ora, abbiamo finito la tappa in un baleno. Il terreno che abbiamo attraversato era tutto pianeggiante e non c’erano posti dove fermarsi, quindi volevamo finire il prima possibile.
Dopo una doccia ci siamo avvicinati al paese e ci siamo seduti nella Piazza Maggiore per prendere una birra. Mi è sembrato di vedere Eva, la californiana, e mi è sembrato anche che stesse facendo l’indiana. Cose da giovani –ho pensato mentre mi avvicinavo per salutarla. Dopo aver messo l’aria da sorpresa e dicendo che non sapeva che stessi lì, un classico, mi ha confessato che ora sta molto meglio con la gamba dopo due giorni di riposo, e che domani ricomincia a camminare. Le ho detto di salutarmi suo padre, che immagino abbia goduto nei giorni precedenti non dovendosi preoccupare per sua figlia, e l’ho salutata con la sicurezza che il giorno dopo, chissà quando, l’avrei incontrata di nuovo, stanchissima su qualche ciglione.
Dopo la birra, Miguelo ed io siamo andati in un bar in una delle stradine intorno alla piazza e abbiamo cenato con un’insalata e un paio di spiedini eccellenti. Dopo cena ho salutato Miguelo, dato che doveva farsi un bel pezzo per tornare a Pamplona (in macchina per chi avesse dubbi), e l’ho ringraziato per tutto ciò che ha fatto per me durante queste prime settimane di pellegrinaggio. Più tardi, e dopo essere salito nella mia stanza per prendere il mio libretto degli appunti, sono sceso al bar dell’hotel per prendermi un bicchiere di vino Ribera del Duero e scrivere un po’. Al bancone mi ha servito una cameriera olandese molto simpatica con la quale ho parlato un po’. Mentre scrivevo, mi è sembrato di riconoscere il gruppo di tedeschi che ho conosciuto alla fontana del vino di Iratxe, e ai quali feci ballare il can-can mentre li riprendevo con la mia videocamera. Non so se è stato per il vino, il sole o per una combinazione dei due fattori, ma i teutoni sembravano un esercito di lucciole. Stavo quasi per dire all’olandese che spegnesse le luci per risparmiare, perché semplicemente premendo lo sterno di uno dei tedeschi avremmo avuto luce sufficiente, con l’energia che emanavano i loro volti arrossiti.
Poco dopo, e molto cortesemente, mi sono alzato velocemente per evitare che una donna che si avvicinava barcollante verso l’uscita del bar cadesse a terra, e le ho aperto la porta. Lei, che per il suo aspetto fisico mi ha ricordato subito la famosa Tamara, la figlia di Margherita “sei dita”, mi ha ringraziato in inglese e si è scusata, con l’alibi che usciva per fumare una sigaretta. Mi è sembrato strano che dovesse uscire per fumare, perché ciò che teneva tra le dita di una delle sue mani –l’altra reggeva un bicchiere di vino- era una di quelle sigarette di ultima generazione che servono a smettere, quelle che buttano fuori solo vapore acqueo. Non erano passati neanche cinque minuti, quando Fiona l’irlandese, come ha detto di chiamarsi, è tornata dentro per sedersi, senza chiedere permesso, al tavolo che occupava il sottoscritto. In realtà non avrebbe dovuto chiedermi niente, dato che il mio posto era sempre aperto a personaggi che possono finire in questi racconti, e intuivo in quel momento, senza conoscerla, che alla fine del mio viaggio Fiona avrebbe occupato un posto d’onore tra i protagonisti del mio diario.
Dopo le presentazioni, Fiona mi ha chiesto se ero un suo concittadino. Per me non è una novità, mi succedeva spesso quando vivevo a Londra, molta gente pensava che io fossi irlandese o scozzese, fino a quando aprivo bocca e l’accento mi tradiva, chiaro. In realtà, se non assomigliassi abbastanza ai miei fratelli, già mi sarei seduto con i miei molto tempo fa e gli avrei detto che sono sufficientemente adulto per sapere la verità.
Fiona mi ha raccontato che ha deciso di stare in questo hotel perché è stufa di dormire nei rifugi per pellegrini. Le sembra molto simpatica quest’abitudine del Cammino di Santiago, ma dice anche che non c’è causa nel mondo, per nobile che sia, che giustifichi il fatto che debba dormire circondata da tipi che russano e che puzzano. Mi ha raccontato, in preda all’orrore, che ieri le he toccato un francese che dormiva nella brandina accanto alla sua che puzzava letteralmente di merda, e che per tutta la notte non ha fatto altro che regalare gas a destra e a manca. Non le ho chiesto i dettagli, ma Fiona non si è risparmiata la ricreazione fedele di una scena che ha iniziato a farmi sentire male.
La decisione unilaterale di Fiona di non tornare più in un rifugio le è costata una discussione con la sua compagna di pellegrinaggio, che pensa che dormire con gli altri pellegrini sia parte dell’esperienza, e che farlo in una stanza individuale, con tutte le comodità, la sciupa. Per di più, e in un tentativo di dare un carattere più ascetico, se fosse possibile, al Cammino, la compagna di Fiona ha deciso di smettere di bere fino a Santiago, promessa che ha allontanato definitivamente le due irlandesi: -Quella cretina, che in Irlanda beve due bottiglie di vino tutte le notti, è dovuta venire fin qua per decidere che non prenderà neanche un goccio, ma ti pare giusto? -, mi ha chiesto Fiona mentre sorseggiava il suo bicchiere. Io, ovviamente, le ho risposto che mi sembrava ingiusto e che queste cose non si fanno a un amico.
La conversazione è andata avanti e Fiona mi ha confessato che sta qui perché qualche mese fa morì suo padre, e che quando la sua amica le ha proposto di venire ha pensato che sarebbe stato un buon metodo per staccare e cercare di mettere un po’ d’ordine nella sua vita. Data la quantità di vino che aveva in corpo, non mi ha dato la sensazione che stesse rispettando il suo proposito, ma insomma, ho pensato che non c’è da preoccuparsi dato che non manca molto per arrivare a Santiago. Fiona mi ha raccontato che si è sposata da giovane e che ha due figli, ma presto il suo matrimonio è andato in vacca e ha dovuto crescerli lei. È un’operatrice sociale, si occupa di adolescenti problematici in riformatori della città in cui vive. Fiona mi ha raccontato che era molto unita a suo padre. Dopo aver scolato il bicchiere d’un sorso mi ha detto, cercando di trattenere il pianto e guardandomi dritto negli occhi: -Lui mi ha insegnato ad andare a cavallo, a sparare, a dare calci al pallone… Sai che cosa significa? Lo sai? Io sono rimasto senza parole. La prima cosa che mi è venuta in mente è stata che il padre aveva chiesto un tallonatore per la squadra nazionale di rugby, e che la cicogna si è confusa e gli ha lasciato Fiona, però certo, questo non potevo dirglielo e sono stato zitto. Dopo qualche secondo di silenzio, mentre reggevamo lo sguardo, Fiona ha detto: -Ti invito a un goccio. Mi è venuta la pelle d’oca.
Tornando al tavolo sono rimasto paralizzato al vedere come Fiona, aprofittando della mia assenza, si stava profilando le labbra con una matita rosso intenso. Profilare è un modo di dire, perché mi ha ricordato mia sorella piccola quando prendeva di nascosto i trucchi a mia madre e si sporcava tutta la faccia. Ho pensato che la cosa migliore fosse interrompere quella chiacchierata, dato che mi sembrava che la situazione stesse precipitando, e ho detto a Fiona che il bar era chiuso. Lei, con la faccia tipica della donna stanca di avere a che fare con uomini immaturi che non sanno come trattare una donna vera, mi ha salutato con un freddo “non ti preoccupare, va a riposare che ne hai bisogno”. Sono salito in stanza come un possesso e ho chiuso a chiave. Poco dopo ho sentito dei passi e il rumore di una chiave che giocherellava con una serratura. Il rumore è durato qualche minuto. Minuti nei quali io, che già stavo a letto, poco a poco tiravo la coperta sempre più su, come se fossi il protagonista di un film d’orrore, pensando spaventato che la porta che stava cercando di aprire Fiona fosse la mia. Alla fine l’irlandese è riuscita ad entrare nella sua stanza, e poco dopo ho sentito un tonfo tremendo. Credo che qualcuno abbia spostato il letto di Fiona proprio quando stava per sdraiarsi. Come in uno di quegli scherzi pesanti.
Tradotto per Valerio Cruciani ¡Matadme!


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