Dopo essermi fatto la doccia sono uscito a fare colazione in un bar che sta davanti al nostro rifugio. Lì c’erano già Günther e Szilvia che si godevano un caffè bello caldo per combattere il freddo, e dei toast per sconfiggere la fame. La cena di ieri era buona, ma a causa dell’ora cui siamo arrivati non c’era molta scelta in cucina e ci siamo dovuti accontentare di una zuppa, un’insalata e una porzione di polpo in tre. Piuttosto leggera, come cena. Mentre mangiavamo, Günther e Szilvia hanno ripreso il tema dell’”energia” che avevamo sperimentato lungo la salita verso O’Cebreiro. Con tutto il rispetto, gli ho detto che non volevo parlare di nessuna energia speciale che si fosse impadronita di me, ma solo di una sensazione di benessere che da tempo non sentivo più, e che in Spagna questo si chiama semplicemente “stare alla grande”.
È evidente che Günther e Szilvia non sono soli in questa crociata per l’energia e la ricerca dell’equilibrio personale attraverso i luoghi della terra che, si suppone, emanano più positività. Lungo il Cammino non manca questo tipo di persone, soprattutto tra gli stranieri. Alcuni danno alla traversata un carattere soprannaturale, ma più verso l’esoterico che verso il religioso o l’esistenziale. Per me va bene, sempre che non vogliano farmi credere nelle ruote di mulino. Durante la cena di ieri, Günther ha insinuato che c’era qualcosa dentro di me che non lasciavo trasparire, che è molto difficile accedere al mio cuore perché ci sono molte barriere intorno e che forse per quello non sono capace di percepire queste energie che, secondo lui, scorrono intorno a noi. Beccati questa! Frate Indovino in versione tirolese. Io in realtà non sapevo come rispondere senza offenderlo, perché credo che il tema sia delicato e mi dà l’idea che lui al rispetto sia piuttosto suscettibile. Così gli ho detto solo che una cosa è che io sia un po’ introverso rispetto a certe storie da condividere con gli altri, e un’altra è il mio scetticismo generale verso questa storia delle forze occulte nell’universo.
Forse il problema è che essendo un buon tipo, e per di più aragonese, tendo a semplificare troppo le cose. Sia come sia, per me questa cosa delle energie che preoccupa tanto Günther e Szilvia è una cosa da niente che si riassume così: ci sarebbe un’energia che chiameremo “bona assai”, che è quella che sento quando sto da paura, e un’altra “troppo cattiva” che è quella che soffro quando sto sotto a un treno. Una volta identificati i due tipi di energia fondamentali, l’equilibrio consisterebbe nel fare ciò che posso affinché nella mia vita ci siano più momenti di energia “bona assai” che cattivi. E se nella ricerca di questo equilibrio, che è qualcosa di quotidiano, dovessi andare fino al Machu Pichu o in un vulcano sotterraneo in Islanda, stavo fresco. Se qualcuno vuole dargli il nome di Ying e Yang, bella pe’ lui. E se c’è gente che credendo in queste cose riesce a sopportare meglio le disgrazie della propria esistenza e a trovare un senso alla vita, meglio per loro. Ma non voglio sentirmi dire che noialtri non capiamo niente per non pensarla così, e che non si approfittino di gente che sta davvero male per tirargli fuori i soldi a base di storielle.
Dopo colazione siamo andati in stanza a prendere le nostre cose. La signora che gestisce la casa mi ha chiesto dove avevo preso questa txapela (N.D.T. tipico cappello piatto basco) e le ho detto che era di mio nonno, nato a Legazpia. Alla signora si è illuminato il viso e mi ha detto che suo marito è di Idiazabal, lì vicino, e che lei ha vissuto a San Sebastián e nella zona di Guipuzcoa (N.D.T. zona tra San Sebastián e Bilbao che arriva fino alla costa) per più di quarant’anni. Mi ha raccontato che quando aveva quattordici anni sapeva parlare appena spagnolo, e una famiglia del paese che aveva fatto i soldi dopo essere emigrata dal Paese Basco le ha offerto di andare a vivere a San Sebastián con loro per fare la levatrice e aiutarli con la casa. Lei accettò, ma perché pensava che San Sebastián stesse “solo un po’ oltre Ponferrada”. Ricorda che non ha mai avuto tanta paura come in quel viaggio, soprattutto vedendo che si allontanavano dal Bierzo e poi dalla Castiglia, e San Sebastián non arrivava mai. Pensò che la stessero sequestrando e che l’avrebbero venduta a qualcuno. Superate le paure iniziali, come tutti quelli che iniziano un cambiamento questa brava galiziana andò avanti, si sposò, mise su famiglia e ora, arrivata all’età della pensione, era tornata nella terra dei suoi genitori per ristrutturare la casa famigliare e usarla come pensione per i pellegrini. Suo marito stava davanti alla televisione, in salotto, ma ascoltava anche la conversazione perché a volte annuiva. Mi faceva ridere il modo in cui la signora si riferiva al marito usando il pronome “questo”, e non il suo nome: “Mi sono sposata con questo; questo è andato in pensione; sono venuta qua con questo…”. Lui (questo) muoveva la testa senza dire niente.
Dopo averli salutati e ringraziati per la loro gentilezza, sono andato con Günther e Szilvia a visitare la chiesa preromanica di Santa Maria Reale e il monumento a uno degli antichi parroci del paese, Don Elias Valiña, instancabile promotore del Cammino e creatore della famosa freccia gialla che ci guida verso Santiago e alla quale dobbiamo molto, noi che non abbiamo avuto bisogno di nessuna mappa né Gi-Ppi-Esse per arrivare in Galizia. All’uscita della chiesa abbiamo incontrato l’americano Michael, e insieme abbiamo iniziato la discesa in mezzo ad una nebbia densa e a una nevicata incessante.
Poco dopo aver abbandonato il paese, abbiamo incrociato un asino che si è messo a ragliare, ed ho chiesto a Günther se voleva qualcosa. Lui all’inizio non l’ha capita, e mi ha chiesto a cosa mi riferissi. Gli ho risposto che mi sembrava di aver sentito qualcuno parlare in tedesco. Ci siamo messi tutti a ridere, ma Günther con meno convinzione degli altri. Come ho visto più avanti, quando siamo passati davanti a delle vacche e ho fatto la stessa battuta, l’austriaco mi ha guardato seriamente per dirmi che potevo smetterla. Mi è sembrato fantastico che me l’abbia detto. Anche se era solo uno scherzo, l’austriaco ha fatto bene a farmi capire che non gli stava piacendo. Riconosco che a volte posso risultare stancante con il mio umorismo ed è giusto che me lo ricordino. Un’altra cosa che mi piace di Günther e che devo segnare sul diario.
Arrivati a Triacastela ho incontrato Tim, l’americano del Kansas, che stava prendendo un bicchiere con John, un canadese che avevo conosciuto durante i primi giorni del Cammino. Ancora non avevo notizie di Zach, ero completamente zuppo dopo un giorno intero di pioggia, e mi andava un whisky per riscaldarmi , quindi ho deciso di fermarmi a Triacastela, anche se non definitivamente, almeno un po’ per sapere se Zach respirava ancora o se era stato divorato dal mostro che aveva dentro. Michael ha detto che sarebbe rimasto anche lui, mentre Günther e Szilvia hanno deciso di proseguire per altri dieci chilometri per finire la tappa. Dopo due ore, e senza notizie di Zach, ho deciso di fermarmi a dormire lì in paese. Ho condiviso tavolo e tovaglia con Tim, Michael e John e abbiamo passato insieme dei buoni momenti. John mi ha mostrato il suo diario di viaggio, nel quale disegna paesaggi del Cammino accompagnandoli con qualche commento. È proprio bravo e sta valutando l’idea di dargli un po’ di diffusione una volta tornato in Canada.
Dopo cena ho ricevuto un messaggio di Zach, nel quale mi diceva che scendendo da O’Cebreiro, aveva incontrato un’irlandese in un bar mentre prendeva un caffè. Preoccupato dal suo stato, non ci ha messo molto ad aprire il suo cuore e a dirle che era un mese che la tartaruga non tirava fuori la testa. L’irlandese deve essere rimasta sotto shock e gli ha detto che doveva andare subito in ospedale o rischiava la morte. Neanche a dirlo, Zach ha chiesto subito un taxi ed è andato fino a Sarria, dove c’è il centro sanitario più vicino. Mi ha detto che lì l’hanno ascoltato e che gli hanno consigliato di farsi un altro clistere, e che se neanche questo funzionava l’avrebbero portato all’ospedale di Lugo. Ha prenotato una stanza in un ostello per passare la notte, sperando di risolvere tutto in un paio d’ore. Gli ho detto di stare tranquillo, che è tardi per camminare fino a Sarria ma che domani mi sarei alzato presto per stare lì il prima possibile. E se c’è da andare all’ospedale, io l’avrei accompagnato. Gli ho detto che avrei lasciato il cellulare acceso per tutta la notte e che se succedeva qualcosa, doveva chiamarmi, fosse l’ora che fosse. Zach mi ha ringraziato molto e ci siamo salutati.
Dopo lo scambio di messaggi sono andato al bancone a prendermi un goccio. Non sono un medico e non so cosa gli stia succedendo all’americano, ma è inevitabile preoccuparsi un po’ di fronte a una cosa per niente normale. A me ovviamente sembra fantascienza il fatto che il tipo del Kentucky è da un mese che non va in ufficio, io che non esco da casa senza prima essere seduto nel mio studio per controllare gli affari più importanti del giorno.
Al bancone c’era un gruppo di paesani che parlavano in galiziano e che cercavano di sistemare faccende importanti. Parlavano della solita crisi, che ormai sembra non ci sia altro tema di conversazione in Spagna. Una delle cose che più mi sono goduto lungo il Cammino è stato il non leggere giornali né vedere telegiornali. Per un mese non mi sono neanche ricordato della crisi. Il cameriere ha detto a uno dei clienti, con una sbronza da campionato, che il problema è che l’Europa non funziona: “Vacci tu da un tedesco a dirgli che è come uno spagnolo, ti manda subito affanculo”. Il cliente gli ha risposto con il suo forte accento galiziano: “E ‘sti cazzi, neanche io voglio essere tedesco, ma guarda un po’!”. Ed ha aggiunto: “Noi dobbiamo fare squadra con l’Italia, la grecia e il Portogallo, e lasciar perdere i tedeschi”. Dopo aver annuito gli ho offerto un brindisi, e gli ho detto che ha ragione, che contino su di me per quella squadra mediterranea. Vincere non so se vinceremo qualcosa, ma ce la spasseremo alla grande.
Tradotto per Valerio Cruciani ¡Matadme!
Al bancone c’era un gruppo di paesani che parlavano in galiziano e che cercavano di sistemare faccende importanti. Parlavano della solita crisi, che ormai sembra non ci sia altro tema di conversazione in Spagna. Una delle cose che più mi sono goduto lungo il Cammino è stato il non leggere giornali né vedere telegiornali. Per un mese non mi sono neanche ricordato della crisi. Il cameriere ha detto a uno dei clienti, con una sbronza da campionato, che il problema è che l’Europa non funziona: “Vacci tu da un tedesco a dirgli che è come uno spagnolo, ti manda subito affanculo”. Il cliente gli ha risposto con il suo forte accento galiziano: “E ‘sti cazzi, neanche io voglio essere tedesco, ma guarda un po’!”. Ed ha aggiunto: “Noi dobbiamo fare squadra con l’Italia, la grecia e il Portogallo, e lasciar perdere i tedeschi”. Dopo aver annuito gli ho offerto un brindisi, e gli ho detto che ha ragione, che contino su di me per quella squadra mediterranea. Vincere non so se vinceremo qualcosa, ma ce la spasseremo alla grande.
Tradotto per Valerio Cruciani ¡Matadme!



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