All’uscita di Burgos faceva abbastanza fresco. Ho lasciato subito il tracciato urbano e mi sono addentrato in un sentiero rurale che cammina parallelo al fiume Arlanzón. Dopo otto chilometri di marcia sono passato rapidamente per Villalbilla e ho proseguito fino a Tardajos, prima di fermarmi per riposare un po’. All’uscita del paese ho incontrato Alyson, una simpatica irlandese che ho incontrato sola malgrado viaggi con altre quattro persone: una sua buona amica americana con qui sta facendo il Cammino, e altri tre nordamericani che ha conosciuto nelle prime tappe. Alyson mi ha raccontato che ognuno ha un ritmo diverso e che fanno le tappe ciascuno a modo suo, per riunirsi poi a fine giornata e condividere le loro esperienze. Non mi è costato molto scusarmi per accelerare il passo e lasciarla indietro, dato che ancora mi mancava un bel po’ fino a Castrojeriz. A Hornillos del Camino, a ventidue chilometri da Burgos e ipotetico finale della tappa di oggi secondo la maggior parte delle guide, mi sono fermato di nuovo per recuperare le forze a base di frittata di patate e insalata.
Malgrado mi senta leggero senza bagaglio, la stanchezza si sente ugualmente e a Hornillos del camino ho iniziato a sentire che il giorno sarebbe stato lungo e che avrei faticato molto per arrivare intero a Castrojeriz. Ad ogni modo, lo sforzo vale la pena. Ho fatto amicizia con Kevin e sua madre mi sembra una persona meravigliosa. Ieri, quando li salutai, gli regalai un nastro della Vergine del Pilar a entrambi, lo baciarono e lo strinsero nel pugno prima di annodarlo ai loro zaini e ringraziarmi per il pensiero. Non mi pesa ammettere che mi emozionarono con il loro gesto. Si sa che noi saragozzani siamo molto devoti alla Vergine del Pilar e secondo me si deve a che, credenti o no, vediamo in quell’immagine di una donna con il bambino in braccio, una madre senza la quale non saremmo qui. O almeno così la vedo io, che da un tempo a questa parte sono scarso di credenze religiose.
Mi sono affezionato agli irlandesi e non voglio perdere l’opportunità di camminare un giorno in più con loro. Qui le cose si vivono con una certa intensità, e dopo alcuni giorni con la stessa persona, soprattutto se la motivano ragioni simili alle tue, puoi raggiungere un certo livello di confidenza che, in altri contesti, richiederebbero più tempo. Kevin sta qui per motivi simili ai miei. È contabile in un’azienda di Dublino, e anche se la sua vita è facile e non ha grandi lamentele, gli piacerebbe avere un lavoro che gli desse di più, e con il quale potesse sentire che sta facendo qualcosa per gli altri. Non poche delle persone che trovo sul Cammino, soprattutto della mia età, parlano dello stesso tipo di insoddisfazione di Kevin.
All’affinità che ho con Kevin si somma una mia simpatia personale verso l’Irlanda e gli irlandesi. Suppongo che si debba ai miei giorni a Belfast, una delle città in cui ho vissuto in modo più intenso. Ho sempre sentito ammirazione per loro. Mi sembra un popolo che ha sofferto molto ma allegro, malgrado tutte le difficoltà che hanno dovuto sopportare. Dopo un anno di studi a Stoccolma, e senza alcuna voglia di tornare in Spagna, sentì una certa curiosità per capire come è possibile che ci possa essere gente felice in un contesto violento che ti spinge a tutto il contrario. Forse fu questo che mi motivò a trasferirmi a Belfast e poi a viaggiare in posti come Colombia, Libano, Palestina, luoghi in cui la vita vale molto poco e le persone sono coscienti che oggi sei qui e domani chi lo sa. Visitando quei luoghi, non ha mai smesso di sorprendermi la capacità dell’essere umano di superare le avversità e godere ogni minuto della sua esistenza, come se fosse sempre l’ultima opportunità.
La madre di Kevin, Philomenta, fu toccata direttamente dal conflitto nell’Irlanda del Nord. Nei giorni che ho passato con lei ho avuto l’opportunità di rendermi conto che non le piace parlare del tema. A Kevin piace parlare del tema e secondo la mia umile esperienza sul terreno, intuisco che una persona molto vicina a Philomena fu coinvolta più del dovuto nel conflitto. Lei marciava pacificamente accanto a quello che oggi è suo marito e insieme ad altri cattolici per le strade di Derry, il giorno in cui l’esercito inglese decise di aprire il fuoco in modo indiscriminato contro i manifestanti. Un giorno che spiace ricordare e che oggi si conosce come la “Domenica insanguinata”, e che per molte famiglie cattoliche dell’Irlanda del Nord fu un punto di svolta. Phil e suo marito quel giorno decisero che non avrebbero cresciuto i loro figli in quell’irlanda e intrapresero, come tanti altri, il cammino dell’emigrazione. Alcuni scelsero di restare e lottare contro quello che chiamavano esercito d’occupazione. Il resto è storia e altri si occuperanno di giudicarla. Io mi tengo tutti i buoni amici che feci in quell’epoca, cattolici e protestanti, che volevano solo convivere in pace e godere ogni minuto della loro esistenza senza dover pensare che potrebbe essere l’ultimo.
Dopo la pausa a Hornillos del Camino, ho proseguito a buon ritmo. Dopo Arroyo de San Bol, ho incontrato un vecchio tedesco con una lunga barba bianca e una pancia sporgente che ricordava Babbo Natale. Mi ha detto che stava riposando perché aveva la schiena a pezzi a causa dello zaino, e mi ha chiesto dove fosse la mia. Immaginavo che data la sua età era uscito dal paese precedente e che avrebbe camminato fino al successivo. Gli ho risposto con un tono un po’ offeso che ero partito stamattina da Burgos e che volevo percorrere quarantatrè chilometri in un giorno, motivo per il quale il mio zaino stava in un furgoncino a Castrojeriz. Il vecchio tedesco non ha potuto evitare un’espressione delusa, mentre mi diceva che anche lui aveva lasciato Burgos stamattina e che la sua idea non era arrivare a Castrojeriz, ma che si sarebbe fermato a Hontanas, il paese prima. Trentacinque chilometri per un nonno di più di settant’anni. Guarda un po’ Babbo Natale, ho pensato senza sapere dove nascondermi. Normalmente i nonni che incontro viaggiano con poco peso e fanno tappe corte, e per una volta che penso di camminare senza zaino mi ritrovo con questo tedesco che mi umilia.
Arrivati al rifugio ci hanno dato la cattiva notizia che non c’erano posti disponibili e che restava solo un materasso buttato sul pavimento del granaio. L’olandese, invece di lamentarsi, ha risposto con un largo sorriso dicendo che non aveva bisogno d’altro. Poco dopo è arrivato Babbo Natale e i due si sono abbracciati. Neanche per Babbo Natale era un problema dormire a terra e ha chiesto al bar un paio di birre, le più grandi che ci fossero. La cameriera, sveglia, gli ha risposto se voleva la birra nel secchiello del ghiaccio o se preferiva attaccarsi direttamente al rubinetto. I due vecchietti hanno iniziato a ridere all’unisono. Poi hanno brindato e hanno celebrato il fatto di aver concluso un’altra tappa e di essere un po’ più vicini a Santiago. Senza dubbi, questi due da ragazzini si odiavano solo per le loro nazionalità. I loro paesi stavano in guerra. Però adesso, verso la fine dei loro giorni, festeggiavano il fatto di essere qui e camminare insieme verso Santiago. Ho pensato che malgrado l’avarizia e l’incompetenza di molti, in Europa abbiamo fatto qualche progresso e non stiamo poi così male come crediamo, o come vogliono farci credere certi.
Hontanas si trova in un lieve avvallamento e per superarlo il Cammino si arrampica su uno dei fianchi. Una volta risaliti, il resto del tragitto va più o meno in linea retta fino ad arrivare a Castrojeriz, nove chilometri dopo. Quattro chilometri prima della meta, si attraversano le rovine di San Antón, che includevano un ospedale e un convento, e che risalgono al XIV sec. Qui ho iniziato ad avere i crampi sul gemello destro, ed ho pensato che forse avrei dovuto fare l’autostop fino a Castrojeriz. Come mi è già successo in altre tappe, ho trovato la motivazione sufficiente per farmi forza e proseguire fino alla fine in un piccolo dettaglio insignificante. Stavolta è successo in mezzo alle rovine dove, su una specie di altare improvvisato, decine di pellegrini lasciavano foto dei loro cari defunti e biglietti con varie frasi. In uno dei biglietti, Daniel dalla California augurava a tutti un buon viaggio e sperava di trovare la felicità al ritorno negli Stati Uniti.
Mi sono ricordato anche dei due nonni, il tedesco e l’olandese, per non arrendermi e per arrivare a Castrojeriz anche fosse trascinandomi. Che poi è così che ho fatto quegli ultimi quattro, interminabili chilometri. In realtà nessuno mi avrebbe potuto rinfacciare niente se avessi fermato una macchina o chiamato un taxi, lungo il Cammino trovi tentazioni a forma di biglietto o adesivo sui lampioni che ti invitano a non pensarci più e a fare gli ultimi chilometri su quattro ruote. Ma per me è molto complicato, dato che sono circondato da persone che, malgrado le avversità, abbassa la testa, stringe i denti e continua a camminare. Non è la prima volta che mi chiedo che diavolo spingerà persone come i due nonni a stare qui, e non smetto di meravigliarmi al vedere gente davvero messa male che fa il Cammino. Per quelli che decidono di affrontarlo con qualche problema, conoscere queste persone risulta uno stimolo. Ci sarà sempre qualcuno che starà peggio di te e che per di più non si lamenta. Anche se i tuoi problemi possono sembrarti o essere davvero seri, non è mai tardi per cercare di cambiare la situazione. Puoi avere ottant’anni, camminare con l’aiuto di un girello, vedere meno di un gatto di gesso e fare ottanta chilometri a piedi con uno zaino di dieci chili sulla gobba. Certo che puoi. Chi te lo impedisce? Sicuramente le barriere che noi stessi ci mettiamo davanti appena ce ne danno l’occasione.
Come ho detto all’inizio di questo capitolo, sono convinto che ognuno deve organizzarsi il Cammino come meglio crede, e se a un certo punto deve alleggerirsi e se lo può permettere, che lo faccia. Continuo a difendere questo punto di vista anche dopo l’esperienza nella tappa di oggi. Eppure, per quanto mi riguarda, non mi separerò più dal mio zaino. Non mentre abbia questi eroi accanto a me. Qualsiasi cosa suceda, da adesso in poi il mio zaino ed io arriveremo insieme a Santiago.
Tradotto per Valerio Cruciani ¡Matadme!






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