Ho camminato da solo per la maggior parte del tempo. Non ho incontrato facce conosciute e, tra l’altro, dato che volevo tornare a León alla fine della tappa per approfittare ancora una notte dell’ospitalità di David, non mi sono trattenuto molto a parlare con altri pellegrini, come faccio di solito. Come ho già detto, David l’ho conosciuto in Svezia un po’ di anni fa. Un anno fondamentale nella mia vita. Decisi di andare a studiare all’estero, stanco di una vita senza motivazioni e stanco di trascinarmi da un’aula all’altra della Facoltà di Economia di Saragozza senza troppo successo. Non avevo i numeri sufficienti per scegliere il posto, e non avevo molte speranze che mi toccasse uno per studiare inglese, che poi era ciò che volevo per imparare la lingua. Contro tutti i pronostici, e malgrado Stoccolma fosse negli anni precedenti una delle prime destinazioni scelte, mi toccò la fortuna di avere un posto per andare lì. In più di un’occasione mi sono chiesto se quello fu opera del destino. Grazie a quell’esperienza imparai inglese e superai tutti gli esami di quell’anno. Se non mi fossi armato di coraggio per chiedere un prestito e andarmene in Svezia, dubito he poi me ne sarei andato a Belfast senza lavoro e senza soldi e a Londra nelle stesse condizioni. Se lo feci, fu grazie a quell’esperienzia previa che mi insegnò che con molta determinazione e un po’ d’intelligenza, un povero spagnolo qualsiasi può arrivare piuttosto lontano se vuole.
I primi tempi non furono facili, certo. Non lo sono mai. Mio padre non appoggiava questo progetto, dato che lo considerava come l’ennesima idea felice di un cervello un po’ perso. Quando gli dissi che avevo intenzione di andarmene in Svezia per proseguire i miei studi, papà, con quella sincerità che contraddistingue solo noi aragonesi, mi disse: “Vediamo un po’, cretino, se non superi gli esami neanche nella tua lingua, come vuoi che creda che lo farai in una che non è la tua e che neanche parli?”. In realtà non avevo argomenti per controbattere a quella logica schiacciante, dato che il mio curriculum di fallimenti e la mia ignoranza della lingua di Shakespeare, lingua che si usava per impartire i corsi del programma internazionale dell’Università di Stoccolma, facevano prevedere un naufragio nelle acque baltiche. Mi ripresi come potei da quella frecciata dialettica e gli dissi, con molta determinazione, che la decisione era presa e che se c’era bisogno avrei fatto i debiti o avrei lavorato lì, che lui non doveva preoccuparsi di niente, che la mia scelta non avrebbe intaccato l’economia familiare.
Dissi a mio padre che non doveva preoccuparsi, ma io in realtà ero preoccupato. Mi cacavo proprio sotto. Ma la paura di restare a Saragozza, e non essere capace di lottare per ciò in cui credevo che fosse meglio per me, era maggiore della paura di andarmene da casa, contro la volontà di mio padre, e andare in Svezia a cavarmela da solo. Così chiesi un prestito e me ne lanciai in un’avventura senza la quale non avrei ottenuto il mio ultimo lavoro, né il precedente né il primo, né avrei scritto per un giornale, né parlerei inglese, né avrei conosciuto David e molti altri, sicuramente neanche stare scrivendo queste pagine o se le stessi scrivendo, molte delle persone che apprezzo non le starebbero leggendo. Nella vita le cose succedono quando ti muovi, quando cammini. Anche se i tuoi passi sembrano confusi, anche se ti sbagli, anche se cadi. L’importante è continuare a camminare. Se scegli di lamentarti o arrenderti, l’unica cosa che succede è che affondi nel fango ogni giorno di più, come facevo io prima di andarmene in Svezia.
Durante i primi tre mesi a Stoccolma il mio livello di inglese era così basso che non capivo niente. Nei gruppi che si formavano con altri studenti europei ridevo della prima barzelletta quando già stavano raccontando la terza. Ricordo che l’Università offriva all’arrivo la possibilità di avere un tutore, uno studente svedese che mi avrebbe aiutato con le pratiche iniziali per trovare alloggio e per iscrivermi alle materie che avrei seguito. Normalmente lo studente che ti assegnavano parlava la tua stessa lingua, con l’idea di poter fare uno scambio linguistico. Mi sembrò una buona idea, dato che avrei potuto praticare l’inglese con questa persona mentre mi risolveva le noiose pratiche burocratiche. Jonas, così si chiamava lo svedese che mi toccò, non si fece vivo mai quando ne avevo bisogno. Meno male che il mio grande amico Erik, che avevo conosciuto mentre faceva il suo Erasmus a Saragozza, mi seguì e si occupò di tutto, altrimenti credo che avrei dormito sotto un ponte per i primi giorni. Jonas aveva studiato durante il semestre precedente a Granada. Capìi subito la sua intenzione: voleva un professore gratis di spagnolo. Meno male che le facce toste siamo noi del sud Europa… Mi vidi con lui un paio di volte e anche se gli suggerìi di parlare mezz’ora in spagnolo e mezz’ora in inglese, lui parlava sempre nella mia lingua, e ovviamente anch’io, dato che come ho detto non sapevo parlarne un’altra.
La terza volta che Jonas mi propose di vederci, mi accompagnava il mio caro amico Luiso, che aveva approfittato le vacanze estive per venire a trovarmi. Gli ho parlato del caso e decidemmo di dargli insieme una lezione di spagnolo che non avrebbe mai dimenticato, una lezione magistrale in castigliano che l’avrebbe fatto levitare fino a toccare Cervantes con la punta delle dita. Ispirati dal nostro ammirato Ozores (N.D.T. actor de comedia), accordammo che avremmo parlato uno spagnolo assolutamente inintellegibile con il quale a quel facciatosta gli sarebbe passata ogni voglia di praticare, almeno con noi. Il dialogo che mettemmo in scena con lui fu più o meno il seguente:
Io: Jonas, presentarti permettimi Luis, amico di Saragozza gran.
Jonas (strizzando l’occhio): Piacere Luis, mi chiamo Jonas.
Luis: Ciao Jonas, Javier avesse detto che voglia avere di conversazione spagnolo con tu.
Jonas (con un sorriso un po’ forzato): Sì, sì, conversazione…
Io: Luis, così come lo vedi Jonas, dovendo essere un eccellente professore, con dominio di qualsiasi registri grammaticali, essere di grande aiuto in apprendistato…
Jonas adesso aveva solo un ridicolo sorriso stampato in faccia.
Luis: A Granada dovresti dovere imparato che alcune parole in spagnolo avrebbero o avessero avuto la loro origine in arabo, no Jonas?
E andammo avanti così per un pezzo, fino a quando il nostro amico svedese si scusò dicendo che aveva una cosa importante da fare.
Immagino che non ci sia bisogno di dire che non vidi più quel coglione di Jonas per tutto il resto dell’anno. Fu con Pete che imparai davvero l’inglese, uno scozzese di Glasgow con un accento caratteristico assai marcato. Entrambi avevamo problemi di comunicazione con gli altri studenti. Io perché non capivo un cazzo d’inglese e Pete perché, malgrado fosse l’unico studente che aveva quella come lingua materna, non si riusciva a far capire a causa del suo accento.
Ricordo di aver visto Pete in qualche festa universitaria. Venendo dalle isole era come uno della “Champions League” della bevuta e si prendeva delle sbornie da campione. Una volta il mio amico Bosco lo incontrò che tornava scalzo a casa, barcollando sulla neve, e subito se lo incollò sulle spalle e lo portò fino alla sua stanza come fosse un ferito di guerra. E per noi, imberbi bevitori di provincia, era un vero eroe.
Il primo giorno che parlai con Pete fu in una festa che si era organizzata in uno dei corridoi della residenza universitaria. Pete era seduto in un divano e si stava per addormentare a causa della sbronza. Cercando in salvarlo dal sopore etilico gli dissi, senza mentire, che mi piace molto l’inno nazionale scozese e gli chiesi di cantarmelo. Pete mi guardò strizzando gli occhi per capire se si trattava della realtà o se era frutto della sua immaginazione, e poi iniziò a cantare urlando a squarciagola, aprendo le braccia in forma di croce come se fosse William Wallace prima di essere sbudellato dal suo boia: “Flower of Scotland, when we will see your like again…”, momento in cui, come se lo avessero disattivato come un aspirapolvere, Pete abbassò le braccia e si addormentò. Gli diedi una leggera gomitata per farlo svegliare e gli ricordai che mi stava cantando l’inno scozzese. Lui si scusò e ricominciò, ma stavolta disse solo “Flower” e poi cadde in un sonno profondo. Grazie a Pete imparai inglese quell’anno. Ebbe la pazienza sufficiente per farsi capire, spiegarmi parole che non conoscevo e cercare sinonimi affinché potessi capirlo. Un altro mi avrebbe evitato come un lebbroso. Lui sfoggiò un senso dell’amicizia che ancora resiste.
Nel bar, Jonhy ci ha servito della birra e un bicchiere di vino bianco per Kim, che ci ha confessato che in Corea non aveva mai finito un bicchiere di vino. Con Jonhy c’era una cameriera chiamata Nadia. David già la conosceva e l’ha voluta presentare a Kim. Lei si è lanciata sulla coreana per darle due baci e Kim quasi cade dallo sgabello per tirarsi indietro, mentre alzava le braccia per fermare l’attacco convinta, come credo, che Nadia stava per darle due schiaffi. È proprio vero che gli orientali non sopportano questa storia dell’invasione del proprio spazio fisico. Per loro le presentazioni sono cose assai formali, è un momento in cui si devono rispettare le distanze regolari. Inizio a pensare che a Kim non la riconosceranno al suo rientro a casa, bevendo vino e distribuendo baci a destra e a sinistra. Non so se ci sono dei punk in Corea, ma credo che al suo rientro Kim sembrerà una di loro.
Tradotto per Valerio Cruciani ¡Matadme!


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